sabato, luglio 17, 2010

"C’E’ DEL MARCIO IN DANIMARCA”: IL PRINCIPE AMLETO E L’ITALIA DEL PICCOLO CESARE

“C’è del marcio in Danimarca”, osservava pensieroso il Principe Amleto mentre iniziava a subodorare la sottile trama di intrighi, inganni e tradimenti lungo la quale si dipana la celebre tragedia di Shakespeare. “C’è del marcio in Danimarca”: chissà a quali parole il Principe di Elsinore avrebbe fatto ricorso per descrivere la situazione italiana in questo strano 2010, all’alba di una crisi che si preannuncia devastante sul piano sociale e culturale, oltre che sul piano economico.

“C’è del marcio in Danimarca”: e in Italia? Come nel 1981, una serie di indagini hanno disvelato l’esistenza di un gruppo di potere esteso e ramificato, impegnato ad introdursi in alcuni settori nevralgici della struttura dello Stato (dalla Magistratura agli enti locali), al fine di orientare le scelte della politica nazionale. Come nel 1981, si richiamano sigle che rimandano a logge coperte, si parla di gruppi di potere occulto, di “Stato nello Stato”: ancora una volta, ecco un pezzo di passato riemergere, minaccioso ed inquietante, dalle tenebre della Notte della Repubblica. E’ il passato che ritorna, e non è un passato piacevole.

Ma nel 1981, la situazione era molto diversa: il gruppo di potere occulto non si identificava integralmente con il potere istituzionale, nel quale cercava invece di incunearsi per poterlo comandare ed orientare; lo Stato e l’Anti-Stato risultavano in competizione tra loro, con i capi del secondo che tramavano nell’ombra proprio per poter assumere il controllo del primo. Allora, lo Stato seppe però resistere a quell’offensiva esterna, grazie ad un sistema di anticorpi in piena efficienza, basato su un sindacato unito e coeso, capace di mobilitare le piazze a tutela del diritto al lavoro; su una stampa indipendente e non asservita; su una sinistra che, riunitasi attorno alla figura di Enrico Berlinguer, completava la sua evoluzione democratica, transitando dagli Sputnik all’eurocomunismo.

Oggi, questo sistema di anticorpi esiste solo in parte, riducendosi all’azione del Presidente della Repubblica, alle campagne condotte dalle testate non allienabili, alle determinazioni delle istituzioni di garanzia, alle inchieste di quegli ampi settori della magistratura capaci di resistere ad aggressioni, intimidazioni e tentativi di infiltrazione. Per contro, la vicenda di Pomigliano ha confermato tutte la preoccupante debolezza di un sindacato diviso e quasi impotente dinanzi ad una crisi che azzanna soprattutto il mondo del lavoro; gli editoriali di Minzolini costituiscono l’ennesima riprova dell’esistenza di un conflitto di interessi di dimensioni tali da risultare non configurabile nemmeno presso la più arretrata Repubblica delle banane; le vicende degli ultimi anni hanno infine contribuito a cancellare una volta per sempre la parola “sinistra” dal dizionario della politica italiana, mentre le forze dell’area democratica si vedono troppo spesso costrette – nelle varie realtà locali – ad ammainare la bandiera della questione morale dinanzi a discutibili esigenze di realpolitik.

Insomma, oggi lo Stato è più vulnerabile, e l’offensiva a cui è sottoposto risulta, se possibile, ancora più insidiosa. Se infatti nel 1981 l’Anti-Stato si contrapponeva allo Stato nella speranza di subentrare ad esso, attualmente riscontriamo come il potere occulto (lungi dall’esaurirsi nelle fantasticherie di un gruppo di pensionati affetti da manie di grandezza) risulti sostanzialmente contiguo rispetto ad un pezzo del potere politico, operando nell’ombra al solo scopo di rafforzare la leadership di quel piccolo Cesare sotto la cui deriva egocratica si sono moltiplicate cricche e comitati di affari. Non esiste più la contrapposizione tra Stato e Anti-Stato: l’Anti-Stato si è posto al servizio dello Stato, aderendo alla logica del “ghe pensi mì”.

Le dimissioni di Scajola, Brancher e Casentino sono, a vario titolo, lo specchio fedele di una realtà che inizia, pezzo dopo pezzo, a sgretolarsi sotto lo sguardo incredulo del Presidente del Consiglio, impegnato ad ostentare a reti unificate gli ultimi brandelli di una favola (quella del “Governo del fare”) in cui oggi anche i “Pretoriani della Libertà” forse faticano a credere: una realtà in cui l’abuso del potere era diventato norma, il malaffare efficienza, la collusione normalità, l’impunità regola. E’ la realtà dell’Italia del Piccolo Cesare, dell’Anti-Stato che è riuscito, almeno per due anni, a farsi Stato.

“C’è del marcio in Danimarca”. In fondo, il Principe Amleto può dirsi fortunato: il veleno da cui era intrisa la spada di Laerte gli ha impedito di dover esprimere un giudizio sulla situazione italiana in questo strano 2010, di dover assistere alla lenta deriva di un Paese in cui Stato e Anti-Stato sono riusciti ad andare a braccetto.

Carlo Dore jr.

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