"...Sigan ustedes sabiendo que, mucho más temprano que tarde, se abrirán las grandes alamedas por donde pase el hombre libre, para construir una sociedad mejor. VIVA CHILE! VIVA EL PUEBLO! VIVA LOS TRABAJADORES!..." Salvador Allende, 11 settembre 1973

I SOGNI NON PESANO
domenica, luglio 16, 2017
BORSELLINO: RICORDO DI UN EROE SOLO IN TERRITORIO NEMICO.
Un mio ricordo di Paolo Borsellino, pubblicato sul sito www.articolo1mdp.it, diretto da Chiara Geloni.
Borsellino: ricordo di un eroe solo in territorio nemico.
domenica, maggio 28, 2017
CHI ERA MARIO FIORETTI?
La
giornata antifascista, promossa dall’ANPI e dalle altre associazioni che si
riconoscono nel modello di democrazia delineato dalla Carta Costituzionale,
assolve la funzione di riaffermare il valore della memoria in un’epoca caratterizzata
dalla tendenza a sovrapporre, in nome di una indefinibile esigenza di
“pacificazione nazionale”, vincitori e vinti, vittime e carnefici, persecutori
e perseguitati, eroi e infami; a obliterare quell’ideale linea di demarcazione
che, pulsando sotto l’epidermide della Storia, continua a separare la parte
giusta dalla parte sbagliata.
Una
memoria costituita da centinaia di nomi, di volti, di fatti: alcuni nitidamente
presenti nell’immaginario collettivo; altri sbiaditi a causa dell’incedere del
tempo. Una memoria costituita da domande, come quella proposta dalla lettura di
alcuni articoli reperibili negli archivi di qualche quotidiano: chi era Mario
Fioretti? Non era un combattente come Lussu o un eroe tragico come Matteotti;
non ambiva alla dimensione di intellettuale universale propria di Antonio
Gramsci, né si caratterizzava per quella di “figlio del popolo” innervata da Di
Vittorio. Era un esponente della buona borghesia romana, un giovane giurista
dalle enormi prospettive, un docente di diritto romano e di diritto civile,
entrato in magistratura appena ventottenne: ma era anche, nel ricordo offerto
da Sandro Pertini, un’anima ardente, un generoso apostolo del socialismo.
Chi
era Mario Fioretti? Era un uomo che voleva vivere: che voleva scrivere, che
voleva studiare, che semplicemente non accettava di mortificare la propria,
dirompente intelligenza osservando gli stilemi di un regime feroce e
grossolano, di un Paese che da vent’anni era incatenato alla parte sbagliata.
Per questo lo ricordiamo: per il suo impegno nella diffusione de “L’Avanti!”
nella Roma occupata dai nazisti; per la partecipazione al Movimento di unità
proletaria; per i “comizi volanti” tenuti in quella città sospesa tra una
dittatura che non voleva crollare e una democrazia che ancora non poteva
nascere.
E
per un gesto di ribellione. E per un colpo di pistola a Piazza di Spagna. Sì,
perché il suo sogno di vita e di libertà fu spezzato al termine di uno di quei
comizi, quando, circondato da una delle ultime squadre della morte, oppose
all’ordine di salutare la bandiera la reazione ispiratagli dalla sua
intelligenza ribelle: non si omaggia un vessillo grondante sangue, anche a
costo di un proiettile nel cuore.
A
oltre settant’anni di distanza da quella mattina del dicembre del 1943, di
Mario Fioretti resta solo questo: un ricordo affidato a qualche vecchio
giornale; e questa storia, che ho provato a condensare in poche righe. E una
lapide, quasi invisibile tra i palazzi che circondano Trinità dei Monti: “qui
cadeva Mario Fioretti, che amava gli oppressi, e anelava libertà”. E allora,
chi era Mario Fioretti? Mario Fioretti è questa storia; Mario Fioretti è la
nostra storia; Mario Fioretti è in queste poche parole, affidate per sempre
alla pietra della memoria: per impedire la sovrapposizione tra vincitori e
vinti; per riaffermare la linea di demarcazione che sempre dividerà, nella
reale ricostruzione dei fatti, la parte giusta dalla parte sbagliata.
Carlo Dore jr.
domenica, aprile 30, 2017
"PER TUTTA UNA VITA": UN RICORDO DI PIO LA TORRE
Ho scritto questo ricordo di Pio La Torre per il magazine di Articolo 1 - MDP, diretto dalla mia cara amica Chiara Geloni.
Di seguito, il link all'articolo.
https://articolo1mdp.it/tutta-vita-un-ricordo-pio-la-torre/
giovedì, febbraio 23, 2017
LA NECESSITA’ E L’OCCASIONE
Fiumi
di parole hanno inondato giornali e televisioni, per descrivere le conseguenze
della “scissione” posta in atto dalla minoranza del PD alla vigilia di un
congresso destinato a trasformarsi nell’ennesimo lavacro lustrale della
leadership di Matteo Renzi, che ancora sconta le ammaccature della sconfitta
referendaria. Fiumi di parole, destinate ora a tradursi in generici appelli all’unità
contro i populismi, ora a risolversi in asfittici richiami al senso di
responsabilità di chi non è più disposto ad assecondare le logiche del partito
personale, ora a innervarsi della retorica (greve e vagamente cialtrona) che involge
i reiterati riferimenti a vendette e strategie di potere. Fiumi di parole,
volti ad edulcorare – colpevolmente o artatamente – la realtà prodotta dai
quattro anni di ortodossa diffusione del Vangelo secondo Matteo, sfumando i
limiti, le contraddizioni e le deformità di una stagione politicamente e
democraticamente fallimentare.
Individuando
nella segreteria del partito il trampolino utile per completare la scalata a
Palazzo Chigi, Renzi ha declinato una strategia di governo tutta impostata su due
fondamentali direttrici: il rafforzamento della propria immagine di capo
carismatico – rafforzamento colpevolmente assecondato da una classe dirigente
rivelatasi disponibile a barattare un patrimonio di storie e di esperienze
personali di tutto rispetto con uno strapuntino sul carro del vincitore -; la
costante ricerca di un nemico da abbattere, individuata quale efficace
strumento di moltiplicazione del consenso. La prima direttrice ispirava il combinato
disposto legge elettorale- riforma costituzionale, pietra angolare di un
modello di democrazia “decidente” o “a bassa intensità”; la seconda orientava
tanto la costante frustrazione delle istanze proposte da quelle categorie
sociali che la sinistra si era da sempre impegnata a rappresentare, quanto gli
attacchi agli esponenti della stessa area democratica che si ostinavano a segnalare
all’ex segretario le insidie di cui era disseminata la sua personalissima road to perdition.
Il
voto del 4 dicembre e la sentenza della Consulta che ha rilevato l’illegittimità
costituzionale dell’Italicum ha così sancito il fallimento di questa idea di
democrazia, ed ha correlativamente certificato la definitiva frattura
intercorsa tra il PD e una fetta sempre più ampia di popolo della sinistra,
abbandonato sulla via del Partito della Nazione e disposto ad andare incontro a
una crisi di rappresentanza piuttosto che accettare la rottamazione del proprio
substrato culturale di idee e valori.
Una
simile crisi di rappresentatività e consensi richiedeva tre passaggi essenziali:
una riflessione approfondita sulla genesi della stessa, sulle ragioni della
sconfitta referendaria, sui limiti connaturati a una proposta politica che
obliterava i progetti di ampio respiro in favore della forza deflagrante di un
tweet; l’elaborazione di un programma inclusivo, che trovasse nell’attuazione
dei valori costituzionali dell’uguaglianza, della solidarietà e del diritto al
lavoro i propri obiettivi immediati; infine, il superamento di una classe
dirigente e di una leadership rivelatesi, alla prova dei fatti, non all’altezza
delle sfide che questa complicata fase storica propone.
Il
prossimo congresso del PD persegue invece una strada diversa: nessuna analisi
del referendum, nessuna critica a quel modello di democrazia a bassa intensità.
Si va avanti con la classe dirigente plasmata dalla retorica della
rottamazione, si va avanti con Matteo Renzi, che cerca nel passaggio dai gazebo
una rinnovata legittimazione in grado di metterlo al riparo dalle conseguenze
di un’altra probabile sconfitta in occasione delle amministrative di primavera.
E’ troppo, per quel popolo della sinistra in crisi di rappresentanza; è troppo,
anche per quegli esponenti dell’area democratica che hanno cercato di frenare
la folle corsa verso il vuoto imposta dall’ex premier al partito, al Governo e
al Paese.
Non
valgono allora i generici appelli al senso di responsabilità, rivolti a chi,
per amore della ditta, ha troppe volte assecondato scelte altrimenti insostenibili;
non valgono gli altrettanto generici richiami al possibile incedere dei
populismi, se declinati dai fautori di un paradossale (e a tratti sconfortante)
populismo di governo; non valgono i riferimenti alle vendette di D’Alema o alle
logiche conservative che governerebbero le scelte di Bersani, ultimo esemplare
di politico capace di rinunciare alla poltrona di Palazzo Chigi pur di non
stringere accordi contro natura con gli esponenti della peggiore destra
berlusconiana.
La
scissione posta in atto dalla minoranza del PD nasce, semplicemente, da una
necessità e da un’occasione: dalla necessità di riaffermare la forza di un
progetto di ampio respiro sull’incidenza degli slogan a centocinquanta
caratteri, di contrapporre un’idea di collettivo alla logica del partito
personale. E dall’occasione di restituire un riferimento a quella fetta di
popolo della sinistra che i teorici della Svolta buona hanno ritenuto non
meritevole di rappresentanza. Una necessità che non può essere elusa, un’occasione
che non può essere persa: per la povera Sinistra, e per la povera Italia.
Carlo
Dore jr.
domenica, gennaio 15, 2017
L'OCCASIONE MANCATA
L’esito
del referendum costituzionale avrebbe paradossalmente potuto costituire una
colossale occasione per il PD e per il suo attuale gruppo dirigente: l’occasione
per riattivare quella “connessione sentimentale” con la sua base sociale di
riferimento, esauritasi lungo la road to
perdition che doveva condurre al Partito della nazione; l’occasione per
restituire al partito la sua naturale dimensione di comunità politica, anch’essa
sacrificata sull’altare della leadership carismatica; l’occasione per avviare,
in definitiva, una riflessione critica in ordine ai principali avvenimenti che
hanno scandito l’evolversi della legislatura in corso, dalla “Notte dei 101” al
tentativo (velleitario e pericoloso) di rottamazione della Carta. Una
riflessione che, proprio alla luce del voto referendario, avrebbe dovuto
vertere tanto sulle responsabilità politiche di Matteo Renzi, quanto sulle
responsabilità istituzionali di Giorgio Napolitano.
Il naufragio del percorso
riformatore benedetto dal Presidente emerito all’atto del suo re-insediamento imporrebbe
infatti di valutare se lo stesso ex Capo dello Stato abbia sempre suonato a
tempo la “fisarmonica” dei poteri riconnessi alla sua carica: se la scelta di
differire il dibattito sulla fiducia all’ultimo governo Berlusconi (scelta che
di fatto regalò al Cavaliere un altro anno di regno, assicuratogli dal supporto
delle truppe scilipotiche), la decisione di non permettere a Bersani di
sottoporre alle Camere la sua sfida del Governo di cambiamento, la
determinazione di mettere sotto schiaffo il Parlamento condizionando la sua
permanenza al Quirinale all’attuazione di una penetrante revisione della Carta
possano considerarsi coerenti con il ruolo di supremo garante dell’equilibrio
costituzionale a lui assegnato nell’organizzazione orchestrale dello Stato.
Secondo questa linea di pensiero, nello
spartito composto da Napolitano Renzi ha recitato il ruolo della prima donna:
la scalata alla segreteria del PD è stato solo il primo passo della marcia di
avvicinamento verso Palazzo Chigi, colpevolmente assecondata da un gruppo dirigente
dimostratosi (con qualche lodevole eccezione, rinvenibile nelle sempre più
esigue fila della minoranza bersaniana) tanto disponibile ad assecondare l’ascesa
del nuovo corso quanto insensibile alle questioni di principio che avrebbero
potuto arginare lo strapotere del princeps.
La ubris collettiva figlia del voto europeo ha portato i protagonisti
della “svolta buona” a ignorare le conseguenze prodotte dalle scelte del
Governo: il jobs act e il legame con
la grande industria sfibravano il legame con il mondo del lavoro e del
sindacato; le slides che declinavano
le magnifiche sorti de “La buona scuola” facevano crescere il dissenso degli
insegnanti; l’indifferenza ostentata verso i problemi dell’Università recideva
il legame con il mondo della cultura. Quasi senza accorgersene, il Segretario
del PD e la sua maggioranza silenziosa si sono trovati da soli ad affrontare l’appuntamento
referendario (inopinatamente trasformato in un giudizio ordalico sulla figura
dell’ex premier): soli, nel fracasso di mille slogan senza cuore e senza
significato; soli, perché lontani anni luce dalle istanze e dalle
rivendicazioni di quegli strati sociali che avevano sempre trovato nel
centro-sinistra il loro ideale punto di riferimento.
Il “referendum straperso” avrebbe
dovuto indurre il Segretario del PD e la sua maggioranza consenziente a
procedere in questo sforzo di riflessione: ad ammettere limiti, errori e colpe;
a recuperare il dialogo con il proprio mondo declinando una nuova idea di
politica, e demandandone l’attuazione a una classe dirigente più matura e
consapevole di quella generata dal germe della rottamazione. Ma le parole affidate
da Renzi alle pagine de “La Repubblica” trasudano ancora ubris e fracasso, e i componenti della maggioranza consenziente
continuano a ostentare sorrisi e solgan senza cuore: il referendum è alle
spalle, avanti in nome del cambiamento, con l’obiettivo di sconfiggere i
populismi. Della riflessione non c’è traccia, non c’è spazio per la
riflessione.
Eppure, il risultato del referendum
costituzionale suggerisce proprio che le logiche di cui si alimentano i
movimenti populisti vengono esaltate dal confronto all’ultimo sangue nel quale
la politica muscolare tende a risolversi; e che, correlativamente, la sconfitta
dei populismi passa proprio da quella
connessione sentimentale tra partito e popolo di cui il PD ha smarrito la
traccia, dalla capacità di aggregare elettori ed eletti attorno a un progetto
collettivo ispirato ad una forte “idea di politica”, in grado di irradiare tutte
le singole “idee politiche” che in quel progetto vengono a collocarsi. Un’idea
di politica che proprio gli strati sociali tradizionalmente collegati al
centro-sinistra hanno individuato nei principi della Costituzione, vanificando
i progetti di quanti ne invocavano il superamento.
Ecco perché dal risultato del
referendum si sarebbe potuto ripartire per ripristinare un punto di contatto
tra il PD e quei settori dell’area democratica che, al momento, si trovano
privi di rappresentanza; ecco perché la scelta del Segretario del PD di non
procedere nello sforzo di riflessione suggerito dal voto referendario sembra
destinato a risolversi nell’ennesima occasione mancata.
Carlo
Dore jr.
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