domenica, maggio 28, 2017

CHI ERA MARIO FIORETTI?


La giornata antifascista, promossa dall’ANPI e dalle altre associazioni che si riconoscono nel modello di democrazia delineato dalla Carta Costituzionale, assolve la funzione di riaffermare il valore della memoria in un’epoca caratterizzata dalla tendenza a sovrapporre, in nome di una indefinibile esigenza di “pacificazione nazionale”, vincitori e vinti, vittime e carnefici, persecutori e perseguitati, eroi e infami; a obliterare quell’ideale linea di demarcazione che, pulsando sotto l’epidermide della Storia, continua a separare la parte giusta dalla parte sbagliata.

Una memoria costituita da centinaia di nomi, di volti, di fatti: alcuni nitidamente presenti nell’immaginario collettivo; altri sbiaditi a causa dell’incedere del tempo. Una memoria costituita da domande, come quella proposta dalla lettura di alcuni articoli reperibili negli archivi di qualche quotidiano: chi era Mario Fioretti? Non era un combattente come Lussu o un eroe tragico come Matteotti; non ambiva alla dimensione di intellettuale universale propria di Antonio Gramsci, né si caratterizzava per quella di “figlio del popolo” innervata da Di Vittorio. Era un esponente della buona borghesia romana, un giovane giurista dalle enormi prospettive, un docente di diritto romano e di diritto civile, entrato in magistratura appena ventottenne: ma era anche, nel ricordo offerto da Sandro Pertini, un’anima ardente, un generoso apostolo del socialismo.

Chi era Mario Fioretti? Era un uomo che voleva vivere: che voleva scrivere, che voleva studiare, che semplicemente non accettava di mortificare la propria, dirompente intelligenza osservando gli stilemi di un regime feroce e grossolano, di un Paese che da vent’anni era incatenato alla parte sbagliata. Per questo lo ricordiamo: per il suo impegno nella diffusione de “L’Avanti!” nella Roma occupata dai nazisti; per la partecipazione al Movimento di unità proletaria; per i “comizi volanti” tenuti in quella città sospesa tra una dittatura che non voleva crollare e una democrazia che ancora non poteva nascere.

E per un gesto di ribellione. E per un colpo di pistola a Piazza di Spagna. Sì, perché il suo sogno di vita e di libertà fu spezzato al termine di uno di quei comizi, quando, circondato da una delle ultime squadre della morte, oppose all’ordine di salutare la bandiera la reazione ispiratagli dalla sua intelligenza ribelle: non si omaggia un vessillo grondante sangue, anche a costo di un proiettile nel cuore.

A oltre settant’anni di distanza da quella mattina del dicembre del 1943, di Mario Fioretti resta solo questo: un ricordo affidato a qualche vecchio giornale; e questa storia, che ho provato a condensare in poche righe. E una lapide, quasi invisibile tra i palazzi che circondano Trinità dei Monti: “qui cadeva Mario Fioretti, che amava gli oppressi, e anelava libertà”. E allora, chi era Mario Fioretti? Mario Fioretti è questa storia; Mario Fioretti è la nostra storia; Mario Fioretti è in queste poche parole, affidate per sempre alla pietra della memoria: per impedire la sovrapposizione tra vincitori e vinti; per riaffermare la linea di demarcazione che sempre dividerà, nella reale ricostruzione dei fatti, la parte giusta dalla parte sbagliata.

Carlo Dore jr.

domenica, aprile 30, 2017

"PER TUTTA UNA VITA": UN RICORDO DI PIO LA TORRE



Ho scritto questo ricordo di Pio La Torre per il magazine di Articolo 1 - MDP, diretto dalla mia cara amica Chiara Geloni.
Di seguito, il link all'articolo.
https://articolo1mdp.it/tutta-vita-un-ricordo-pio-la-torre/

giovedì, febbraio 23, 2017

LA NECESSITA’ E L’OCCASIONE




Fiumi di parole hanno inondato giornali e televisioni, per descrivere le conseguenze della “scissione” posta in atto dalla minoranza del PD alla vigilia di un congresso destinato a trasformarsi nell’ennesimo lavacro lustrale della leadership di Matteo Renzi, che ancora sconta le ammaccature della sconfitta referendaria. Fiumi di parole, destinate ora a tradursi in generici appelli all’unità contro i populismi, ora a risolversi in asfittici richiami al senso di responsabilità di chi non è più disposto ad assecondare le logiche del partito personale, ora a innervarsi della retorica (greve e vagamente cialtrona) che involge i reiterati riferimenti a vendette e strategie di potere. Fiumi di parole, volti ad edulcorare – colpevolmente o artatamente – la realtà prodotta dai quattro anni di ortodossa diffusione del Vangelo secondo Matteo, sfumando i limiti, le contraddizioni e le deformità di una stagione politicamente e democraticamente fallimentare.

Individuando nella segreteria del partito il trampolino utile per completare la scalata a Palazzo Chigi, Renzi ha declinato una strategia di governo tutta impostata su due fondamentali direttrici: il rafforzamento della propria immagine di capo carismatico – rafforzamento colpevolmente assecondato da una classe dirigente rivelatasi disponibile a barattare un patrimonio di storie e di esperienze personali di tutto rispetto con uno strapuntino sul carro del vincitore -; la costante ricerca di un nemico da abbattere, individuata quale efficace strumento di moltiplicazione del consenso. La prima direttrice ispirava il combinato disposto legge elettorale- riforma costituzionale, pietra angolare di un modello di democrazia “decidente” o “a bassa intensità”; la seconda orientava tanto la costante frustrazione delle istanze proposte da quelle categorie sociali che la sinistra si era da sempre impegnata a rappresentare, quanto gli attacchi agli esponenti della stessa area democratica che si ostinavano a segnalare all’ex segretario le insidie di cui era disseminata la sua personalissima road to perdition.  

Il voto del 4 dicembre e la sentenza della Consulta che ha rilevato l’illegittimità costituzionale dell’Italicum ha così sancito il fallimento di questa idea di democrazia, ed ha correlativamente certificato la definitiva frattura intercorsa tra il PD e una fetta sempre più ampia di popolo della sinistra, abbandonato sulla via del Partito della Nazione e disposto ad andare incontro a una crisi di rappresentanza piuttosto che accettare la rottamazione del proprio substrato culturale di idee e valori.

Una simile crisi di rappresentatività e consensi richiedeva tre passaggi essenziali: una riflessione approfondita sulla genesi della stessa, sulle ragioni della sconfitta referendaria, sui limiti connaturati a una proposta politica che obliterava i progetti di ampio respiro in favore della forza deflagrante di un tweet; l’elaborazione di un programma inclusivo, che trovasse nell’attuazione dei valori costituzionali dell’uguaglianza, della solidarietà e del diritto al lavoro i propri obiettivi immediati; infine, il superamento di una classe dirigente e di una leadership rivelatesi, alla prova dei fatti, non all’altezza delle sfide che questa complicata fase storica propone.

Il prossimo congresso del PD persegue invece una strada diversa: nessuna analisi del referendum, nessuna critica a quel modello di democrazia a bassa intensità. Si va avanti con la classe dirigente plasmata dalla retorica della rottamazione, si va avanti con Matteo Renzi, che cerca nel passaggio dai gazebo una rinnovata legittimazione in grado di metterlo al riparo dalle conseguenze di un’altra probabile sconfitta in occasione delle amministrative di primavera. E’ troppo, per quel popolo della sinistra in crisi di rappresentanza; è troppo, anche per quegli esponenti dell’area democratica che hanno cercato di frenare la folle corsa verso il vuoto imposta dall’ex premier al partito, al Governo e al Paese.

Non valgono allora i generici appelli al senso di responsabilità, rivolti a chi, per amore della ditta, ha troppe volte assecondato scelte altrimenti insostenibili; non valgono gli altrettanto generici richiami al possibile incedere dei populismi, se declinati dai fautori di un paradossale (e a tratti sconfortante) populismo di governo; non valgono i riferimenti alle vendette di D’Alema o alle logiche conservative che governerebbero le scelte di Bersani, ultimo esemplare di politico capace di rinunciare alla poltrona di Palazzo Chigi pur di non stringere accordi contro natura con gli esponenti della peggiore destra berlusconiana.

La scissione posta in atto dalla minoranza del PD nasce, semplicemente, da una necessità e da un’occasione: dalla necessità di riaffermare la forza di un progetto di ampio respiro sull’incidenza degli slogan a centocinquanta caratteri, di contrapporre un’idea di collettivo alla logica del partito personale. E dall’occasione di restituire un riferimento a quella fetta di popolo della sinistra che i teorici della Svolta buona hanno ritenuto non meritevole di rappresentanza. Una necessità che non può essere elusa, un’occasione che non può essere persa: per la povera Sinistra, e per la povera Italia.  

Carlo Dore jr.

domenica, gennaio 15, 2017

L'OCCASIONE MANCATA

L’esito del referendum costituzionale avrebbe paradossalmente potuto costituire una colossale occasione per il PD e per il suo attuale gruppo dirigente: l’occasione per riattivare quella “connessione sentimentale” con la sua base sociale di riferimento, esauritasi lungo la road to perdition che doveva condurre al Partito della nazione; l’occasione per restituire al partito la sua naturale dimensione di comunità politica, anch’essa sacrificata sull’altare della leadership carismatica; l’occasione per avviare, in definitiva, una riflessione critica in ordine ai principali avvenimenti che hanno scandito l’evolversi della legislatura in corso, dalla “Notte dei 101” al tentativo (velleitario e pericoloso) di rottamazione della Carta. Una riflessione che, proprio alla luce del voto referendario, avrebbe dovuto vertere tanto sulle responsabilità politiche di Matteo Renzi, quanto sulle responsabilità istituzionali di Giorgio Napolitano.

Il naufragio del percorso riformatore benedetto dal Presidente emerito all’atto del suo re-insediamento imporrebbe infatti di valutare se lo stesso ex Capo dello Stato abbia sempre suonato a tempo la “fisarmonica” dei poteri riconnessi alla sua carica: se la scelta di differire il dibattito sulla fiducia all’ultimo governo Berlusconi (scelta che di fatto regalò al Cavaliere un altro anno di regno, assicuratogli dal supporto delle truppe scilipotiche), la decisione di non permettere a Bersani di sottoporre alle Camere la sua sfida del Governo di cambiamento, la determinazione di mettere sotto schiaffo il Parlamento condizionando la sua permanenza al Quirinale all’attuazione di una penetrante revisione della Carta possano considerarsi coerenti con il ruolo di supremo garante dell’equilibrio costituzionale a lui assegnato nell’organizzazione orchestrale dello Stato.

Secondo questa linea di pensiero, nello spartito composto da Napolitano Renzi ha recitato il ruolo della prima donna: la scalata alla segreteria del PD è stato solo il primo passo della marcia di avvicinamento verso Palazzo Chigi, colpevolmente assecondata da un gruppo dirigente dimostratosi (con qualche lodevole eccezione, rinvenibile nelle sempre più esigue fila della minoranza bersaniana) tanto disponibile ad assecondare l’ascesa del nuovo corso quanto insensibile alle questioni di principio che avrebbero potuto arginare lo strapotere del princeps.  

La ubris collettiva figlia del voto europeo ha portato i protagonisti della “svolta buona” a ignorare le conseguenze prodotte dalle scelte del Governo: il jobs act e il legame con la grande industria sfibravano il legame con il mondo del lavoro e del sindacato; le slides che declinavano le magnifiche sorti de “La buona scuola” facevano crescere il dissenso degli insegnanti; l’indifferenza ostentata verso i problemi dell’Università recideva il legame con il mondo della cultura. Quasi senza accorgersene, il Segretario del PD e la sua maggioranza silenziosa si sono trovati da soli ad affrontare l’appuntamento referendario (inopinatamente trasformato in un giudizio ordalico sulla figura dell’ex premier): soli, nel fracasso di mille slogan senza cuore e senza significato; soli, perché lontani anni luce dalle istanze e dalle rivendicazioni di quegli strati sociali che avevano sempre trovato nel centro-sinistra il loro ideale punto di riferimento.

Il “referendum straperso” avrebbe dovuto indurre il Segretario del PD e la sua maggioranza consenziente a procedere in questo sforzo di riflessione: ad ammettere limiti, errori e colpe; a recuperare il dialogo con il proprio mondo declinando una nuova idea di politica, e demandandone l’attuazione a una classe dirigente più matura e consapevole di quella generata dal germe della rottamazione. Ma le parole affidate da Renzi alle pagine de “La Repubblica” trasudano ancora ubris e fracasso, e i componenti della maggioranza consenziente continuano a ostentare sorrisi e solgan senza cuore: il referendum è alle spalle, avanti in nome del cambiamento, con l’obiettivo di sconfiggere i populismi. Della riflessione non c’è traccia, non c’è spazio per la riflessione.

Eppure, il risultato del referendum costituzionale suggerisce proprio che le logiche di cui si alimentano i movimenti populisti vengono esaltate dal confronto all’ultimo sangue nel quale la politica muscolare tende a risolversi; e che, correlativamente, la sconfitta dei populismi  passa proprio da quella connessione sentimentale tra partito e popolo di cui il PD ha smarrito la traccia, dalla capacità di aggregare elettori ed eletti attorno a un progetto collettivo ispirato ad una forte “idea di politica”, in grado di irradiare tutte le singole “idee politiche” che in quel progetto vengono a collocarsi. Un’idea di politica che proprio gli strati sociali tradizionalmente collegati al centro-sinistra hanno individuato nei principi della Costituzione, vanificando i progetti di quanti ne invocavano il superamento.

Ecco perché dal risultato del referendum si sarebbe potuto ripartire per ripristinare un punto di contatto tra il PD e quei settori dell’area democratica che, al momento, si trovano privi di rappresentanza; ecco perché la scelta del Segretario del PD di non procedere nello sforzo di riflessione suggerito dal voto referendario sembra destinato a risolversi nell’ennesima occasione mancata.

Carlo Dore jr. 

lunedì, dicembre 05, 2016

LA PARABOLA DISCENDENTE DI MATTEO IL ROTTAMATORE


La curva discendente della parabola di Matteo il Rottamatore inizia nella notte del 19 aprile del 2013, quando la mano lunga dei “centouno” soffoca la candidatura di Prodi al Quirinale per sabotare il governo di cambiamento proposto da Bersani quale alternativa alla melassa delle larghe intese con la destra berlusconiana. Bersani sconfitto e ridotto al silenzio, le larghe intese benedette da Napolitano come viatico delle grandi riforme, i “centouno” come base di consenso per un congresso senza storia: Matteo non lo sapeva, ma aveva già cominciato a auto-rottamarsi.

Leader divisivo e allergico ai progetti politici di ampio respiro, alfiere sfrontato e a tratti sguaiato del rinnovamento a breve termine, trova nel conflitto costante lo strumento per apparire “fuori dagli schemi”, nella continua ricerca del nemico da abbattere il leitmotiv della sua immediata strategia.  La dimensione di garante di un esecutivo di scopo, chiamato a superare senza strappi il semestre europeo e a favorire l’approvazione di una legge elettorale in grado di restituire un minimo di stabilità a un Paese paralizzato nelle sabbie mobili del tripolarismo impefetto, gli sta stretta quasi quanto quella del segretario tenuto a raggiungere la sintesi tra le mille anime di un partito in ebollizione. Matteo non unisce, divide; Matteo non aspetta, corre; Matteo non costruisce, rottama.

Il Governo Letta sfiduciato con un tweet; il Patto del Nazareno quale rampa di lancio per Palazzo Chigi: il nemico da abbattere diventano i sindacati riottosi, i professoroni impegnati a difendere privilegi e rendite di posizione, gli intellettuali professionisti del catastrofismo. Le minoranze interne sono schiaffeggiate dai numeri del voto europeo; i militanti di quella fetta di area progressista che implorano un rallentamento al “governo del fare”, opponendosi al superamento del patrimonio di valori, culture e conoscenze conquistato in quasi mezzo secolo di battaglie democratiche, vengono irrisi dagli oplites della generazione Telemaco, onesto comprimario dell’Odissea inopinatamente elevato a icona di un gruppo dirigente impermeabile al principio secondo cui un popolo che ignora le proprie radici non è in grado di comprendere il proprio presente.

Insofferenza ai tempi lunghi della discussione democratica, connessione tra leader e popolo basata sulla forza del messaggio istantaneo, esaltazione di un rinnovamento inteso come obliterazione del tessuto valoriale comune si saldano nella riforma costituzionale, nella spericolata distorsione del referendum sulla revisione della Carta in un giudizio ordalico sulla figura di Matteo il rottamatore, alla continua ricerca di una legittimazione popolare non richiesta e non necessaria. Ma una Carta creata per offrire un sistema di regole condivise a un Paese allo sbando sfugge alla logica del nemico a ogni costo; una Carta creata per unire non può trasformarsi in uno strumento di lotta politica: si mobilitano i sindacati riottosi, i professoroni e i professorini, i professionisti del catastrofismo. Si mobilita quella fetta di sinistra diffusa che, privata di un referente politico immediato, guarda alla Costituzione come a una realtà da praticare e non da rottamare.

In una notte diversa da quella dei centouno, Renzi si riscopre fondamentalmente vittima del suo stesso personaggio, prima che dei nemici alimentati dalla retorica del conflitto costante: della propria incapacità di utilizzare le lenti del passato per cogliere le dinamiche del presente; di comprendere che, proprio alla luce del recente passato, una serie di circoscritte modifiche della Carta Fondamentale, approvate dal Parlamento senza il coinvolgimento diretto del Governo, sarebbero state metabolizzate molto più facilmente da un elettorato diviso tra la tentazione protestataria verso il Palazzo del potere e la paura del “salto nel buio”; di percepire come il tentativo di stravolgimento dell’intera seconda parte della Costituzione avrebbe finito col rappresentare il passaggio conclusivo della parabola discendente intrapresa tre anni or sono da Matteo il Rottamatore.


Carlo Dore jr.

sabato, novembre 12, 2016

LO SCETTRO DEL PRINCIPE E LA CLAVA DEL TRIBUNO


Un Senato composto da non eletti (e dunque, non qualificabile come diretta espressione della sovranità popolare) che concorre all’approvazione di leggi fondamentali per l’organizzazione dello Stato; un Senato composto da consiglieri regionali e sindaci condannato alla quasi certa irrilevanza dal sistema di termini che caratterizza il procedimento legislativo; un Governo che individua nel procedimento a data certa un ulteriore strumento per ergersi ad arbitro dell’attività del Parlamento; la competenza esclusiva delle Regioni esposta alla “clausola vampiro” prevista dal nuovo testo dell’art. 117, comma 4.

Molteplici sono i profili di criticità che la riforma costituzionale oggetto del referendum del prossimo 4 dicembre propone all’attenzione dell’opinione pubblica, molteplici sono le ragioni del crescente dissenso di una parte sempre più ampia dell’area democratica verso una riforma lontana dallo “spirito costituente” dal quale l’attuale Carta Fondamentale risulta permeata. Una parte sempre più ampia dell’area democratica che non dismette l’idea di Costituzione intesa come compromesso alto tra forze politiche unite da un substrato di valori comuni; che non asseconda il un progetto di Costituzione esclusivamente riconducibile alla volontà della maggioranza politica contingente, figlio illegittimo del tentativo di dividere il Paese in innovatori e conservatori, lealisti e traditori, partigiani veri e finti. Una parte dell’area democratica che non cede, in definitiva, alla tentazione di ridurre la Carta fondamentale a instrumentum regni, a “scettro del principe”che moltiplica potere e consensi di una leadership carismatica.

Questo dissenso montante è stato (forse tardivamente) intercettato dalla minoranza del Partito democratico, nel momento in si è opposta al combinato disposto tra ddl Renzi – Boschi e Italicum, considerando per forza di cose irricevibili le generiche promesse di revisione di una legge elettorale imposta dal Governo a colpi di fiducia, al termine di un percorso parlamentare scandito dalla rimozione dei “dissidenti” in seno alla commissione affari costituzionali e dalle dimissioni dell’on. Speranza dalla sua carica di capogruppo del PD alla Camera dei deputati.

Il resto è grigia cronaca: la riforma costituzionale ritorna l’ultima frontiera di un Esecutivo asfittico. Lo scettro del Principe diventa la clava del tribuno: agitata dal Presidente del Consiglio al centro di una piazza semivuota, per lo sconcerto di quanti percepiscono il paradosso di un Governo schierato a sostegno della “sua” Costituzione; abbattuta con violenza – al grido “Fuori! Fuori!” – sulle ragioni dei dissidenti, brutalmente liquidate come l’estremo tentativo di salvaguardare privilegi e rendite di posizione per i sepolcri imbiancati della conservazione.
            
Ma il dissenso alla riforma costituzionale in atto non si traduce nell’aprioristica difesa dello status quo, né rappresenta una totale chiusura verso possibili circoscritti aggiornamenti della Carta fondamentale utili, nella prospettiva della “buona manutenzione costituzionale” a cui più volte fa riferimento Stefano Rodotà nel suo ultimo libro, a rendere più razionale ed efficiente il sistema democratico. No, le ragioni di questo dissenso vanno ricercate altrove: nelle tante zone d’ombra che contraddistinguono il testo ddl Renzi – Boschi; nei mille profili di irrazionalità che scandiscono il passaggio dal “bicameralismo perfetto” al “bicameralismo confusionario”; e soprattutto nella necessità di salvaguardare l’integrità del “compromesso alto” nel quale la Carta fondamentale si identifica, senza cedere alla retorica di quanti degradano la Costituzione a scettro del principe, o a clava del tribuno.

Carlo Dore jr.