giovedì, aprile 30, 2020

L'EMERGENZA DELL'UOMO FORTE


Articolo pubblicato su www.articolo1mdp.it


La scena, costruita a beneficio dell’immancabile diretta Facebook, è quella di una strada intiepidita dal primo sole di una domenica di primavera, nella quale un uomo intima ai pochi ciclisti che hanno colpevolmente deciso di violare la quarantena di riparare il più rapidamente possibile tra le mura domestiche, in ragione dell’incontestabile assunto secondo cui “quelli che sono rimasti a casa non sono mica stupidi”. Quell’uomo non è un carabiniere, un poliziotto, una guardia comunale, un appartenete alle varie forze dell’ordine generosamente mobilitate sul territorio nazionale in questi giorni di quarantena: è il Sindaco di Bari, che richiama i suoi concittadini al rispetto delle regole, strappando like sui social e applausi dai balconi.
Ma quando gli applausi si attenuano, quando i followers decidono di procedere al fatidico “disconnetti”, il tarlo di una domanda inizia ad insinuarsi, nel silenzio imposto dal lockdown: perché il Sindaco di Bari si trova su quella strada intiepidita? A che titolo vuole controllare che “gli sforzi fatti non venissero vanificati”? E se ha ravvisato delle irregolarità, perché non procede a contattare le forze di polizia, invece di affidare la sua sfuriata ai consueti canali social? La risposta, quasi scontata, risiede nelle tre parole che rimbalzano nella testa degli Italiani da quel maledetto nove marzo: siamo in emergenza. Siamo in emergenza, e l’emergenza richiede prese di posizione eccezionali.
E’ dunque l’emergenza che giustifica le parole del Presidente De Luca, giunto ad invocare l’uso dei lanciafiamme verso i trasgressori del divieto di assembramento; è l’emergenza che ispira i cartelloni mediante i quali il Sindaco di Cagliari paventa sciagure in danno dei congiunti di coloro che dovessero cedere alla tentazione di una spesa non necessaria o di una passeggiata malandrina. E’ l’emergenza, in definitiva, che alimenta l’applauso verso le incursioni degli amministratori locali in un territorio, quello della limitazione della libertà personale dei cittadini, che pure l’art. 13 della Costituzione considera blindato da una riserva assoluta di legge, e pertanto sottratto alle determinazioni dell’Esecutivo.
Dobbiamo far rispettare le regole, anche a costo di fare la faccia feroce. Sennonché quella faccia feroce inizia a sua volta a far nascere un dubbio, nell’animo di quanti ancora aderiscono ad un modello di democrazia antitetico rispetto al plebiscito formato social: il dubbio che la logica dell’emergenza stia contribuendo a ridare linfa al culto molto italico dell’Uomo Forte, ad esaltare la mistica del capo carismatico che, costruendo a colpi di applausi, di like e di retweet il proprio personalissimo bacino di consensi, pone ed impone la sua figura al centro della scena.
Sì, la logica dell’emergenza alimenta l’ombra dell’Uomo forte: e con essa il pericolo, per nulla infondato, che quell’ombra non sia disposta ad abbandonare le strade desertificate dalla quarantena quando il maledetto virus avrà esaurito la sua carica letale, pretendendo di scandire, ovviamente in diretta social, i tempi della vita dei cittadini anche in presenza di situazioni meno estreme e meno condivise di quelle caratterizzanti la congiuntura in atto.
Seguendo i mille fotogrammi di cui si compone il film dell’Italia ai tempi del Covid-19, ecco allora che la nostra scena si sposta in un’altra piazza deserta: quella in cui il Presidente Mattarella ha celebrato, con pochi ed essenziali gesti, il suo 25 aprile. La mascherina a rimarcare la necessità di adeguare all’emergenza in atto i più naturali codici di comportamento; parole misurate per esprimere la voglia di riscatto di una Nazione piegata dal peso delle restrizioni.
Gesti e parole che dovrebbero fungere da modello, per gli amministratori affamati di like: uno stile comunicativo più sobrio ed aderente ai parametri di disciplina ed onore indicati dall’art. 54 della Carta è forse più adatto delle tribune social a garantire solidità al legame tra lo Stato e quegli strati della società civile su cui le inevitabili incertezze della politica e i dubbi degli scienziati stanno riversando il peso di una crisi senza precedenti; ad assicurare, al netto delle sfuriate di questa strana domenica di primavera,  che il ritorno alla tanto sospirata condizione di normalità democratica non potrà essere in qualche modo condizionata dall’emergenza dell’Uomo forte.

martedì, gennaio 07, 2020

TRE CONSIDERAZIONI IN MATERIA DI PRESCRIZIONE



L’entrata in vigore delle nuove disposizioni in materia di prescrizione del reato contenute nella L. n. 3 del 2019 (mediaticamente nota come “spazza-corrotti”) ha innescato un acceso dibattito che coinvolge operatori del diritto e forze politiche di maggioranza e opposizione, dibattito alimentato dalle considerazioni critiche di quanti ravvisano nell’inoperatività della prescrizione dopo la sentenza di primo grado un vulnus atto ad alterare irreversibilmente gli equilibri del processo penale. Un dibattito, quello sulle norme di nuova introduzione, condito da accenti polemici spesso generati da mere esigenze di parte, che impediscono di ravvisare i punti di forza e le altrettanto evidenti criticità cristallizabili in tre semplici considerazioni, ispirate dalla lettura delle disposizioni in analisi.
La prima: contrariamente a quanto affermato da alcuni commentatori, la prescrizione non rappresenta un istituto a tutela dell’imputato innocente, ma una vicenda estintiva del reato il cui intervento impedisce al giudice di pronunciare nel merito del fatto. Consegue a quanto appena affermato che l’imputato consapevole della propria innocenza ha interesse non a consegnare il processo all’oblio del non doversi procedere, ma ad ottenere una sentenza che, prendendo posizione sul fatto, ne disponga l’assoluzione: un interesse, per certi versi antitetico a quello che la prescrizione tende a realizzare.
La seconda: concepita come un principio di civiltà giuridica volto ad impedire che un soggetto venga chiamato a rispondere per un fatto di reato molto tempo dopo la sua consumazione, la prescrizione si è rivelata, anche a causa della farraginosità della macchina processuale, un “buco nero” capace di inghiottire processi già decisi in primo grado e talvolta anche in grado di appello, vanificando la relativa attività istruttoria e dibattimentale anche quando essa ha portato (come nella celebre vicenda del Senatore Andreotti) all’accertamento della responsabilità dell’imputato nell’ambito del giudizio di merito. Alla norma che impedisce l’intervento della prescrizione dopo il giudizio di primo grado può essere ricollegata un’innegabile funzione deflativa rispetto alle appena richiamate farraginosità della macchina processuale, orientando verso i riti alternativi quegli imputati che, non potendo più contare sul “fattore tempo” per difendersi “dal” processo, perdono interesse ad affrontare la fase dibattimentale.
La terza: “l’ergastolo processuale” – nei termini (prospettati dagli oppositori della riforma) della possibilità per il cittadino di essere perseguito per un fatto verificatosi decenni prima, o di trovarsi sistematicamente invischiato in un processo infinito – di fatto non esiste, giacché le norme di nuova approvazione non permettono né la perseguibilità di un fatto lontano nel tempo, né precludono l’intervento della prescrizione nel corso del giudizio di primo grado. Ravvisandosi gli elementi costitutivi della prescrizione nel decorrere del tempo e nel corrispondente affievolirsi della pretesa punitiva da parte dello Stato, la nuova disposizione mantiene una sua intrinseca con i principi – cardine dell’istituto quando si ragiona in termini di sentenza di condanna: in queste ipotesi, lo Stato ha provveduto entro i termini previsti dalla legge ad accertare la responsabilità dell’imputato; e se l’imputato sceglie di accedere agli ulteriori gradi di giudizio impugnando la sentenza, logica vuole che egli non possa avvalersi della prescrizione per difendersi da un processo che lui stesso ha deciso di tenere in vita.
Poco conferenti, in questo senso, risultano i richiami alla presunzione di innocenza prevista dall’art. 27 della Carta Fondamentale, dato che l’inoperatività della prescrizione nei gradi di giudizio successivi al primo non determinano in alcun modo una anticipazione degli effetti che la condanna è destinata a produrre col passaggio della sentenza in giudicato.
Venendo alle criticità, il discorso sviluppato in base all’ultima delle riflessioni proposte muta radicalmente nel momento in cui la sentenza di primo grado si traduce in una pronuncia di assoluzione, e il processo prosegue in ragione dell’impugnazione proposta dal PM: nel qual caso, una modifica della norma che rende inoperante la prescrizione sembrerebbe quantomai auspicabile, giacché evidenti ragioni di giustizia sostanziale suggeriscono di non tenere l’imputato vincolato senza limiti di tempo ad un processo relativo a fatti rispetto a cui è stato dichiarato estraneo, e destinato a proseguire per volontà del pubblico accusatore.
Infine, sembrano cogliere nel segno quegli orientamenti che palesano la necessità di collocare l’intervento sulla prescrizione nell’ambito di una più ampia riforma dell’intero sistema orientata ad assicurare l’attuazione del principio costituzionale della ragionevole durata del processo: una riforma imperniata sulla depenalizzazione dei minori che conducono i Tribunali al collasso e su una altrettanto incisiva revisione degli organici, da attuarsi attraverso l’assunzione di nuovi magistrati e di nuovo personale a supporto. Le nuove norme in tema di prescrizione risultano infatti l’ennesimo prodotto generato dalla tendenza del legislatore a rifuggire le riforme di ampio respiro per concentrarsi su misure isolate e a costo zero, destinate a risultare difficilmente compatibili col sistema nel quale vengono calate, e ad esporsi di conseguenza alla sopra descritta sequenza di accenti polemici ispirati da mere esigenze di parte, che ne rendono difficilmente percepibili criticità e punti di forza.

Carlo Dore jr.
(articolo pubblicato su www.articolo1mdp.it )

venerdì, novembre 15, 2019

QUELLA POLITICA DEBOLE CHE NON SI RIFORMA PER LEGGE


Di seguito, il testo dell'intervento svolto in occasione del dibattito dal titolo: Taglio dei parlamentari - Rappresentanza politica e legge elettorale svoltosi a Cagliari il 14 novembre 2019.


La legge di revisione costituzionale del 12 ottobre 2019 offre diversi spunti di riflessione, che investono non solo e non tanto il suo contenuto (relativo alla, forse oltre misura, invocata riduzione del numero dei parlamentari), quanto le modalità che ne hanno caratterizzato l’approvazione. Modalità che generano svariati interrogativi sull’idea di Costituzione che anima le forze politiche impegnate nell’approvazione della riforma, e, prima ancora, sull’idea di democrazia di cui le stesse forze risultano portatrici.
In questo senso, il primo degli interrogativi al quale si è appena fatto cenno viene ispirato dall’immagine (grottesca o sconfortante, a seconda dei punti di vista) dei parlamentari del M5S che festeggiano in piazza l’approvazione della riforma con tanto di forbici di cartapesta brandite a beneficio di telecamere. Chiaro il messaggio all’opinione pubblica: via gli sprechi, via i politici inefficienti, via privilegi e borboniche guarentigie. In tre parole: "costituzionalizziamo il Vaffa".
Tuttavia, premesso che le considerazioni elaborate in occasione del referendum del 2016 pongono più di un dubbio sulla reale entità del risparmio che la riduzione del numero di deputati e senatori assicurerebbe alle casse dello Stato, è lecito chiedersi: può la determinazione degli assetti di una democrazia esaurirsi nella prospettiva dickensiana del “due penny sono due penny”? E l’inefficienza denunciata dagli alfieri del forbicione cartonato dipende da un malfunzionamento dell’istituzione parlamentare (dunque da riformare) o dall’inadeguatezza di chi in quell’istituzione vive e opera?
Ancora: a seguito della formazione di una maggioranza di governo diversa da quella che ha sostenuto l’Esecutivo in carica dal maggio 2018 all’agosto 2019, la legge in commento è stata approvata con il voto favorevole di gruppi parlamentari che ad essa si erano opposti nelle precedenti letture (e di deputati e senatori che, ad oggi, sono paradossalmente impegnati nella raccolta delle firme per promuovere il referendum confermativo). Le ragioni di un simile cambiamento di rotta si risolvono ora in argomenti di brutale realpolitik ("la politica è l’arte del compromesso: era necessario concedere al M5S il taglio dei parlamentari per porre fine alla deriva fascioleghista"), ora nell’impegno, intervenuto tra i partiti della stessa maggioranza, a elaborare un ulteriore pacchetto di riforme volto a razionalizzare il sistema costituzionale, nonché ad avviare il confronto che dovrebbe condurre all’approvazione di una legge elettorale di impostazione proporzionale.
Detto però che gli ulteriori interventi sulla Carta Fondamentale sono esposti alle forche caudine del procedimento aggravato e che sulla legge elettorale l’intesa tra i sostenitori del Governo in carica sembra tutt’altro che prossima, non si può non chiedere se la Costituzione – nella sua più alta accezione di complesso di regole che presiede al funzionamento del gioco democratico, destinato in quanto tale a rimanere estraneo all’indirizzo politico di governo – possa essere degradata a merce di scambio tra le varie forze politiche impegnate nella formazione di una sorta di Gabinetto d’emergenza, scambio per giunta ispirato alla perplimente logica del “oggi in contanti – domani a credito”.
Dickens e “i due penny sono due penny”; costituzionalizzazione del “vaffa”; la Carta fondamentale ridotta a merce di scambio nell’indirizzo politico di maggioranza. Che idea di Costituzione, che idea di democrazia alimenta questa riforma?
Dubbi, domande, opacità, che confluiscono in un interrogativo più generale: perché tutte le maggioranze (di differente colore ed orientamento) alternatesi dal 1994 ad oggi hanno tentano di mettere mano alla Carta costituzionale, malgrado il corpo elettorale – per ben due volte negli ultimi quindici anni – ne abbia confermato attualità e vitalità? E perché nessuna delle suddette maggioranze ha mai provato ad individuare nella Costituzione quel “programma politico” al quale ispirare la sua azione, magari partendo da una proposta di legge volta a regolamentare il funzionamento dei partiti politici, restituendoli alla dimensione di strumento di partecipazione dei cittadini alla vita dello Stato, ad essi assegnato dall’art. 49 Cost?
Dubbi, domande e opacità, che inducono a pensare ad una politica debole che tenta di scaricare sulle istituzioni la propria strutturale mancanza di un’idea di democrazia degna di tale nome, nella speranza che il forbicione cartonato dell’ennesima legge di revisione costituzionale basti a sopperire all’incapacità di riformare sé stessa, assecondando le istanze che provengono dal corpo elettorale. Perché è la politica, nei suoi protagonisti e nelle sue articolazioni, a necessitare di una penetrante riforma: e la politica, in quanto tale, non si può riformare per legge.

Carlo Dore jr.

martedì, luglio 09, 2019

LA LEGGE DEL CAPITANO



La scena domina ormai da giorni le pagine social dei principali quotidiani europei: Matteo Salvini in maniche di camicia che, livido in volto, declina la sua legge a beneficio di like e tweet. Carola Rackete, la temeraria comandante della Sea Watch 3, è una criminale: e pazienza se l’ordinanza del GIP non ha disposto la convalida del fermo ravvisando le scriminanti dell’adempimento del dovere e dello stato di necessità con riferimento alla condotta diretta a condurre la nave – con il suo sanguinante carico di carne e disperazione – al sicuro nel porto di Lampedusa. I giudici che applicano la legge in maniera non coerente con i desiderata del potere politico sono appunto degli avversari politici del potere; i giudici che non applicano la legge del Capitano dovrebbero dismettere la toga e farsi eleggere in Parlamento. La separazione dei poteri non è materiale da tweet, le letture di Montesquieu non appartengono al bagaglio culturale del popolo del like: noi questa giustizia la cambiamo, perché un giudice non può opporsi alla maggioranza degli Italiani, non può contravvenire a quella che, post dopo post, viene di fatto percepita come la legge del Capitano.
L’osservatore mediamente attento si sente pervaso da una fastidiosa sensazione di già visto, avviluppato da una canzone troppe volte ascoltata negli ultimi vent’anni: quella dell’insofferenza verso una giustizia che proclama la sua indipendenza dal potere politico; quella che vagheggia un sistema penale draconiano nei confronti della criminalità stracciona e sostanzialmente indifferente alle malversazioni dei colletti bianchi; quella dell’arbitraria sovrapposizione tra diritto e consenso, cristallizzata nel ritornello: “chi vince comanda; chi comanda decide”. Nulla di nuovo sotto il sole: Salvini veste di dimensione social i vecchi videomessaggi di Berlusconi; il Capitano, in fin dei conti, ha solo inglobato quel che resta del decadente Cavaliere.
Eppure in quel volto livido, che si offre deformato alla videocamera di un cellulare, c’è qualcosa di più e di diverso, capace di generare un’inquietudine più profonda dell’indignazione collegata alle invettive contro le toghe rosse dal Vangelo secondo Silvio. Quel qualcosa in più è l’odio, inoculato in dosi da cavallo nelle vene del popolo dei social, che disprezza il corpo dell’immigrato e invoca a voce piena lo stupro della Capitana. L’odio, che trasforma la normale dialettica processuale in un assurdo derby tra patrioti e disfattisti; l’odio, che impone di “andare a prendere a casa” il giudice a cui si rimprovera un’interpretazione delle norme non gradita a chi comanda; l’odio, che assegna a un anonimo cittadino lampedusano le fattezze della belva assetata di sangue. L’odio verso un nemico che non esiste, dipendente dalla necessità di difendere confini non minacciati; l’odio verso lo straniero, innervato dal grido “prima gli Italiani!”; l’odio verso chi dissente, subito bollato come traditore; l’odio verso l’Europa, la Magistratura, le istituzioni di garanzia, percepite come un inutile freno alla ubris della maggioranza politica contingente.
Ecco allora che dietro quel volto livido e deformato inizia a rimbombare l’eco di una domanda, destinata a tormentare l’osservatore mediamente attento più degli oplites dei social: che Paese sta diventando, quello in cui l’odio di cui sopra arriva a mettere in discussione, oltre alle regole fondamentali del sistema democratico, gli stessi principi del vivere civile? Che Paese sta diventando, quello in cui la razionale applicazione delle leggi si perde nel brutale clamore della rissa da stadio? Che Paese sta diventando, quello che pretende di reggersi unicamente sulla legge del Capitano?
Carlo Dore jr.

sabato, giugno 15, 2019

“TITANIC – COME RENZI HA AFFONDATO LA SINISTRA” Chiara Geloni – PaperFirst Editore – pp. 227


Chiudendo idealmente il cerchio della stagione dei “Giorni bugiardi” – scanditi dalla “non vittoria” del 2013, dalla “Notte dei centouno” e dalle conseguenti dimissioni di Bersani dalla segreteria del PD -, Chiara Geloni propone una lucidissima analisi delle varie tappe del naufragio imposto alla sinistra italiana lungo la folle road map della rottamazione. Una fredda ricostruzione del recente passato necessaria per comprendere le tante storture che la quotidiana cronaca parlamentare propone; un pugno nello stomaco di quanti ancora credono nella narrazione della sinistra smart.

E la storia di un naufragio. Perché Titanic soprattutto questo vuole essere: la storia di un naufragio.
Il naufragio di un patrimonio di idee e sentimenti alimentato da mezzo secolo di splendide battaglie democratiche, e cancellato con un tratto di penna dagli oplites di un rinnovamento senza radici; il naufragio di quella che voleva essere una classe dirigente, abbagliata dall’illusione di poter sopperire con pose gladiatorie e battute da gita scolastica alla mancanza di una cultura politica degna di tale nome; il naufragio di un popolo orbato di un riferimento in grado di rappresentarne istanze e posizioni, e gradualmente condannato a disperdersi nel livido oceano dell’irrilevanza.

Ma soprattutto, Titanic è la storia del naufragio di Matteo Renzi, ideale risposta ai tanti interrogativi che “Giorni bugiardi” aveva lasciato per forza di cose in sospeso: chi ha armato i Centouno? Chi ha pensato di colpire Prodi per abbattere Bersani? La risposta arriva dal congresso del PD del 2013, dalla sconfortante immagine della sfida alla playstation tra i due Mattei (Renzi e Orfini), mentre il PD iniziava ad arretrare in tutte le principali città; la risposta arriva dalla defenestrazione di Enrico Letta, sfiduciato con un tweet in luogo del necessario passaggio parlamentare; la risposta arriva dal Patto del Nazareno, con Renzi che entra a Palazzo Chigi forte della benedizione di due padrini del calibro di Silvio Berlusconi e Giorgio Napolitano.

Il doping elettorale delle Europee del 2014 rappresenta il classico Bacio della Morte, da cui si alimenta la pulsione dei protagonisti del CambiaVerso a rottamare quel che restava dell’area democratica –mediante la scientifica recisione di tutti i punti di contatto tra il PD e i suoi tradizionali referenti sociali – sull’altare del Partito della Nazione, formula improvvidamente mutuata dagli scritti di Alfredo Reichlin, e di cui lo storico dirigente del PCI ha fino alla fine dei suoi giorni denunciato lo scorretto utilizzo. Ecco allora il “gettone nell’IPhone”, sberleffo utile a rappresentare la sostanziale marginalità assegnata al tema della tutela del lavoro nella narrazione leopoldina; ecco il “ciaone” agli elettori in occasione del referendum sulle Trivelle; ecco il referendum costituzionale, maldestro e pericoloso tentativo di obliterare, attraverso una scriteriata deriva plebiscitaria, il modello di democrazia tratteggiato dalla Carta Fondamentale a favore di una sorta di confusa e confusionaria egocrazia a bassa intensità.
A nulla sono valse le grida di allarme di quanti, ravvisando la famosa “mucca in corridoio”, segnalavano la marea montante di una destra aggressiva e regressiva; a nulla è servita la riflessione in forza della quale, nel confronto tra una destra che cavalca la tigre del disagio sociale e una sinistra senza identità, la sinistra è fatalmente destinata a soccombere.

“Se mi portano al governo le destre, li vado a cercare”. Le parole di Bersani vengono sommerse dall’orchestrina installata sul ponte del Titanic: il naufragio è compiuto, tra un congresso farlocco e una scissione consumata troppo tardi per arginare la deriva in atto, per proporre una scialuppa di salvataggio all’elettorato progressista in fuga dagli ultimi fuochi della stagione renziana. Il naufragio è compiuto, la sinistra è dispersa nell’oceano dell’irrlievanza, disarmata dalla politica dei popcorn dinanzi ai rigurgiti reazionari cristallizzati nel contratto gialloverde.
Rimane solo lo spazio per una recriminazione e per una speranza, affidata ancora una volta alla postfazione di Bersani: il relitto del PD renziano rappresenta ancora oggi la zavorra che impedisce alla sinistra di riprendere il suo viaggio, un viaggio che avrebbe potuto essere diverso se il Comandante del Titanic non avesse voluto lanciare la nave nella sua folle corsa contro gli iceberg di una Waterloo annunciata. Ma quel popolo senza riferimenti non può restare per sempre in mezzo al mare: prima o poi, qualcuno, a costo di sacrificare la retorica della “comunità”, troverà la forza per elaborare una proposta che tenga conto di errori e responsabilità; prima o poi, qualcuno sentirà il bisogno di creare non un generico “fronte contro i populismi”, ma di declinare un’alternativa ideologicamente connotata alla destra che avanza; prima o poi, la sinistra riprenderà il suo viaggio. Ma occorre fare in fretta: perché ora che il Titanic è affondato, davanti a noi c’è solo il mare aperto.

Carlo Dore jr.

giovedì, aprile 25, 2019

IL 25 APRILE DEL CAPITANO VERDE


articolo pubblicato su www.articolo1mdp.it

La scena è quella che meglio di ogni altra immortala il passaggio dalla Seconda Repubblica all’inizio della Terza, l’icona di una stagione-ponte verso il nebbioso grigiore di un futuro inquietante e indecifrabile: Matteo Salvini al centro di uno studio televisivo, che squaderna a beneficio di telecamere la consueta ridda di slogan tagliati con l’accetta. “Il 25 aprile? Non mi iscrivo a un derby tra fascisti e comunisti. La vera liberazione è quella dalla Mafia, e io, il 25 aprile, vado a Corleone”.
L’impulso del democratico medio di cambiare canale – riflesso automatico e autodifensivo rispetto alle esternazioni del Capitano Verde – viene questa volta paralizzato dalla forza di una domanda, figlia illegittima di un ricordo balzato fuori dalle pagine sgualcite del Romanzo delle Stragi in cui si identifica la storia italiana del dopoguerra: ha senso una comparazione tra antimafia e antifascismo? I valori dell’antimafia non sono essi stessi espressione dei principi democratici che sgorgano dalla Lotta di Liberazione, per andare a costituire il substrato fondante della Carta Costituzionale?
La risposta, si diceva, sta tutta in quel ricordo: nel ricordo di una giornata di maggio del 1947, nella Sicilia appena uscita dalla seconda guerra mondiale; voglia di cieli puliti dalle bombe, fame di libertà che invade l’aria. I lavoratori si radunano per celebrare la loro festa, si radunano per urlare “terra ai contadini!” in faccia alle logiche di campieri e latifondisti, si radunano per celebrare la Repubblica che sta per nascere: fondata sul lavoro. Si radunano, a Portella della Ginestra.
All’improvviso, quella festa di popolo viene spazzata via da una pioggia di fuoco e piombo, che lascia sull’erba insanguinata undici morti e quarantasette feriti. E’ una strage: il primo capitolo del nostro maledetto romanzo. Chi ha sparato, e perché? A sparare, è stato Turiddu Giuliano, il bandito di Montelepre prima contaminato da rigurgiti reazionari veicolati attraverso istanze separatiste, e poi trasformato nella pedina di un gioco grande, destinato a concludersi con la più classica delle fucilate alla schiena.
Perché ha sparato? Proprio perché era diventato una pedina, Turiddu Giuliano: una pedina nelle mani degli esponenti di quei centri di potere che troppe volte, negli anni a venire, troveranno nella connessione con il sodalizio mafioso lo strumento utile a conservare certi equilibri, condizionando con la violenza il libero svolgimento delle dinamiche democratiche. Politica opaca, spioni e banditi, patti segreti e sangue per le strade: già emergono le componenti essenziali del filo conduttore che tiene insieme i vari capitoli del romanzo delle stragi, scandito da tre parole capaci di conservare, malgrado il fluire del tempo, tutta la loro carica nera: strategia della tensione.
Il ricordo di Portella della Ginestra strappa allora un sorriso pieno di amarezza al democratico medio, ancora tentato di assecondare l’impulso di cambiare canale: che vada a Corleone, Matteo Salvini; che celebri in quella terra ancora squarciata dalle pallottole del bandito di Montelepre, il suo 25 aprile. Scoprirà, forse con una punta di stupore, di essersi involontariamente costretto a partecipare al derby a cui aveva sperato furbescamente di sottrarsi, a vivere in prima persona il confronto tra coloro che hanno sacrificato la propria vita in nome di quei principi democratici che rendono la nostra Costituzione figlia della Resistenza e quanti, dopo averne osteggiato l’affermazione, hanno barattato la stabilità di quegli stessi principi sull’altare di un pactum sceleris con le varie anime del potere criminale. Scoprirà che, vanificando ogni possibile contrapposizione, i valori dell’antimafia finiscono con l’identificarsi con i valori dell’antifascismo, con i valori che ispirano la celebrazione, in tutte le piazze d’Italia, di ogni 25 aprile: soprattutto del 25 aprile a Corleone, soprattutto del 25 aprile che si accinge a vivere il Capitano Verde.
Carlo Dore jr.


lunedì, marzo 25, 2019

C’ERA UNA VOLTA LA SINISTRA Antonio Padellaro – Silvia Truzzi, PaperFirst, pp. 137



Occhetto e quella svolta decisa in solitudine; Bertinotti e il poeta morente; D’Alema, il leader incompiuto; Bersani e la notte dei 101. In un serrato libro-intervista ai protagonisti dei passaggi principali della storia recente della sinistra italiana, due giornalisti del calibro di Silvia Truzzi e Antonio Padellaro ripercorrono i momenti più dolorosi della lunga diaspora vissuta dagli eredi di Berlinguer, dalla Bolognina fino al Patto del Nazareno.

Vittorie, sconfitte, sogni, rimpianti, delusioni, verità rivelate e verità ristabilite si alternano nella ricostruzione degli intervistati, nel tentativo di dare una risposta convincente alle domande dei militanti di quel che resta dell’area democratica: quando ha cominciato a morire la sinistra? Chi può considerarsi responsabile della sistematica dispersione del patrimonio di idee, valori e consenso che sosteneva il principale Partito Comunista d’Occidente? E soprattutto, c’è ancora spazio per una sinistra nel nostro Paese? Domande che impongono una valutazione a tutto tondo sull’intera parabola della Seconda Repubblica, e che costituiscono lo spunto per alcune riflessioni al veleno. 

La svolta della Bolognina, momento iniziale di questa fase di dispersione, assume un significato del tutto peculiare, se inquadrata nel più ampio contesto cronologico che va dalle parole affidate da Berlinguer a Scalfari all’inizio di Tangentopoli. Alla Bolognina la sinistra inizia a morire, ma non per la scelta di avviare il percorso (nei fatti già intrapreso) dall’eurocomunismo verso il socialismo democratico: inizia a morire nel momento in cui – ignorando la lezione del Segretario sassarese, che della degenerazione dei partiti a macchine di potere e clientela, al servizio di boss e sotto-boss , aveva per primo intuito il livello di gravità – si è fatta trovare impreparata di fronte alla crisi dei grandi partiti del ‘900, rinunciando alla propria identità, ai propri capisaldi ideologici, perfino al proprio linguaggio nel tentativo impossibile di contrapporsi all’ondata berlusconiana replicandone per certi aspetti il modello.

Un errore fatale, destinato a condizionare la stagione di grandi speranze che aveva accompagnato la marcia dell’Ulivo verso il governo del Paese: una marcia azzoppata dalla strategia bertinottiana volta a garantire a Rifondazione la nicchia della sinsitra movimentista, anche a costo di rinunciare all’ambizione di rafforzare la sinistra di governo; condizionata dalle contraddizioni che si annidavano nella strategia della Bicamerale (poi paradossalmente riabilitata tanto dai Saggi di Lorenzago quanto dal ddl Renzi – Boschi) e dalla mancata approvazione della legge sul conflitto di interessi, colpevolmente sacrificata sull’altare della frettolosa e pasticciata riforma del Titolo V della Carta fondamentale; ma alla lunga avvelenata soprattutto dalla pretesa di obliterare il ruolo dei partiti – nella loro tradizionale dimensione di strutture preposte alla formazione della classe dirigente ed alla creazione di un canale di comunicazione stabile tra istituzioni e società -  in favore di diverse, e pericolosamente meteoriche, forme di partecipazione. 

I comitati e i “partiti senza tessere”, il Lingotto e il “non sono mai stato comunista”, la frattura col mondo del lavoro e il “falco” Calearo in Parlamento: i partiti perdono rilievo, ridotti a macchine di potere e di clientela, a strumenti di consenso per boss e sottoboss: Berlinguer aveva visto giusto, Berlinguer aveva visto lontano. Bersani e il suo “partito da combattimento” rappresentano l’estremo tentativo di invertire la rotta che conduceva la sinistra verso la rottamazione, un tentativo destinato a esaurirsi nella Notte dei 101, tra la leggerezza di gruppi parlamentari più sensibili al sentiment di Twitter che alla strategie politiche di ampio respiro e le ambizioni di una classe dirigente già proiettata verso il Partito della Nazione. Il resto è storia recente: Matteo Renzi e il “gettone nell’IPhone”, il Jobs act e la Buona scuola, l’eutanasia della sinistra consumata a reti unificate, tra le grida della folla che invocava la cacciata di quanti, ravvisando l’incombere di una destra violenta, oscurantista e regressiva, opponevano un flebile: “fermatevi!” alla Road to perdition della svolta buona. Fino al referendum costituzionale, fino alla scomparsa della sinistra dal palcoscenico principale della politica italiana.

Nel riporre il volume di Truzzi e Padellaro nello scaffale della libreria, nella mente del lettore rimane spazio solo per l’ultima domanda che i due autori propongono ai loro protagonisti: la sinistra è morta per davvero, o c’è ancora spazio per una sinistra in Italia? Risponde Bersani, con il sano realismo che ne caratterizza gli argomenti: riprendete il rapporto con chi se n’è andato, non lasciate nessuno indietro. Sì, forse la sinistra non è ancora morta; forse c’è ancora spazio per una sinistra in Italia: a condizione che la sinistra sappia procedere ad un’analisi critica del proprio passato per offrire una lettura del presente che non sia adulterata dalla semplice esigenza di una classe dirigente asfittica, in crisi di consenso e di identità, di conservare, a livello più o meno alto, privilegi e rendite di posizione. Condizione indispensabile per ricostruire la connessione sentimentale con chi è rimasto indietro, condizione indispensabile per non relegare la sinistra alla triste dimensione del “c’era una volta…”

Carlo Dore jr.
(articolo pubblicato su www.articolo1mdp.it)