giovedì, dicembre 06, 2018

LA SARABANDA DELLE OCCASIONI MANCATE


Le prime note della sarabanda delle occasioni mancate iniziano a risuonare nella notte del 4 dicembre del 2016, quando il corpo elettorale, paralizzando l’entrata in vigore del ddl Renzi – Boschi di riforma dell’intera seconda parte della Costituzione, ha riaffermato l’attualità del modello di democrazia declinato dalla Carta Fondamentale, e dei principi ai quali quel modello risulta ispirato.

L’esito della consultazione referendaria veniva infatti percepito come il momento conclusivo della parabola del renzismo, come il requiem che doveva accompagnare la transizione dei protagonisti della stagione della rottamazione dai fasti dei palazzi del potere all’oblio della vita privata, e come il preludio di una nuova stagione per l’intera area democratica. Una nuova stagione basata sulla comprensione degli errori commessi nei due anni del Governo secondo Matteo, su un nuovo patto fondativo tra la sinistra e i suoi tradizionali riferimenti sociali, su una nuova proposta politica costruita proprio alla luce di quei principi costituzionali in cui gli elettori avevano appena dimostrato di volersi riconoscere.

Sì, la sconfitta del renzismo era un’occasione, e si è rivelata la prima di tante occasioni mancate: attraverso la logora liturgia di un congresso senza confronto, Renzi si è assicurato il controllo di (quello che restava di) un partito senza entusiasmo e senza prospettive, ridotto a vuota sovrastruttura di coordinamento per parlamentari e consiglieri. Ma quel risultato era un’occasione, anche per le forze collocate a sinistra del PD, un’occasione alimentata dal coraggio di alcune personalità di livello nazionale che, rinunciando alla rassicurante garanzia di una quasi scontata rielezione, hanno scelto di impegnarsi nella costruzione di una nuova proposta in grado di offrire un’alternativa ad un popolo orbato dei suoi tradizionali riferimenti.

Tuttavia, anche questa proposta è stata ben presto assorbita dalla sarabanda delle occasioni mancate, dalla pervicace tendenza di un’ampia fetta di ceto politico ad impadronirsi, nelle varie realtà locali, di queste forze di nuova creazione, allo scopo di garantirsi una fetta – seppure sempre più ridotta – di piccole e medie rendite di posizione. La sarabanda delle occasioni mancate è esplosa allora in uno stonato crescendo rossiniano con le elezioni del 4 marzo, overture del contratto di governo tra Salvini e Di Maio: la retorica del “fuori i negher” diventa linguaggio istituzionale, l’incompetenza è ostentata alla stregua di una medaglia al valore, la disapplicazione manifesta dei principi costituzionali diviene la bussola che orienta l’indirizzo politico della maggioranza.
Un grido di dolore si alza da associazioni, intellettuali, operatori economici, settori della cultura all’indirizzo dell’opposizione democratica: dateci un’alternativa, basata sulla formulazione di un programma finalmente coinvolgente, sulla formazione di una classe dirigente autenticamente rinnovata, capace di intercettare le energie sprigionate dalla campagna referendaria. Dateci un’alternativa, fin dalle prossime elezioni locali: fin dalle elezioni in Sardegna. Perché anche la Sardegna potrebbe, in questo senso, rappresentare un’occasione.

Ma la sarabanda delle occasioni mancate ha da tempo superato il Tirreno: smaltita rapidamente la depressione post-referendaria, gli epigoni del renzismo isolano si ritrovano oggi sotto le insegne di quel gruppo dirigente che, dall’Ora tocca a noi all’adesione alla riforma costituzionale, della rottamazione leopoldina ha saputo rendersi più precursore che semplice interprete, mentre i partiti prodotti dalla scissione del PD, archiviata rapidamente ogni velleità di rottura con il recente passato, aderiscono placidamente all’ennesima riproposizione di quel modello di centro-sinistra al cui superamento, nelle intenzioni dei fondatori, dovrebbero viceversa essere funzionali.

Ecco allora che la disperata richiesta di alternativa rivolta all’opposizione democratica sembra ancora una volta infrangersi sull’appello al voto utile dinanzi all’ennesima sfida secca tra conservazione dello status quo e resa incondizionata all’incedere del leghismo alla campidanese, che quel grido di dolore a cui si è poc’anzi fatto cenno è destinato a cadere nel vuoto della perenne mancanza di riferimenti, lasciando all’area democratica solo l’amarezza che sempre accompagna le ultime note della sarabanda delle occasioni mancate.

Carlo Dore jr.  

sabato, novembre 10, 2018

LA DIFESA DELLA COSTITUZIONE: QUEI PRINCIPI NON NEGOZIABILI


In un lungo editoriale pubblicato sul Corriere della Sera lo scorso 2 novembre, Angelo Panebianco segnalava il silenzio dei “puristi della Costituzione”  - così intendendo quello “stratificato movimento” di politici, professori, intellettuali, semplici cittadini che si sono opposti tanto al progetto di revisione costituzionale elaborato dal Saggi di Lorenzago nel 2006, quanto dal ddl Renzi – Boschi oggetto del referendum del dicembre 2016 - avverso “ i propositi costituzionalmente eversivi di Grillo e Casaleggio”, silenzio considerato indicativo di una evidente consonanza ideologica.
Al netto di alcune affermazioni evidentemente poco meditate (i due progetti di riforma dianzi richiamati non vertevano su “qualche comma”, ma sull’impianto complessivo della seconda parte della Carta; specifiche misure volte a favorire la stabilità dell’Esecutivo non alimenterebbero quel rischio peronista viceversa riscontrabile nella radicale alterazione dell’equilibrio tra i poteri dello Stato previsto dall’attuale assetto), l’articolo merita una breve replica, anche allo scopo di gettare un fascio di luce sulle posizioni di quella fetta di area democratica che, in ragione del suo impegno della battaglia referendaria, è stata, negli ultimi tempi, ingiustificatamente accusata di collateralismo rispetto alle forze che sostengono il “governo del cambiamento”.
Come emerge dallo scritto di Panebianco, questa contestazione muove infatti da una falsa premessa che a sua volta alimenta una ancor più irricevibile conclusione: la falsa premessa risiede nell’assunto in forza del quale il c.d. “movimento dei puristi della Costituzione”, in realtà indifferente ai valori della Resistenza e di fatto ignaro delle rationes che presiedono alle scelte del Costituente, utilizzerebbe la Carta come una sorta di clava da brandire in odio del capo politico di turno, si chiami Berlusconi o si chiami Renzi; la conclusione si identifica invece in una sorta di accondiscendenza degli esponenti del movimento in parola rispetto alle pulsioni che animano la maggioranza di governo in carica, accondiscendenza confermata dal silenzio verso posizioni estreme, come quelle che sostengono la necessità di chiudere il Parlamento o di limitare le prerogative del Capo dello Stato.
In verità, a prescindere dalle logiche di schieramento, la mobilitazione a difesa della Carta è sempre stata ispirata non dalla avversione in confronto del Principe più o meno illuminato, ma dalla adesione ad un certo modello di democrazia, nella consapevolezza del fatto che il sistema di equilibri delineato dal Costituente deve per sua natura essere reso impermeabile alle contingenze del singolo momento storico: un modello di democrazia imperniato su un substrato di valori condivisi – come quello sul quale si muovevano le varie forze politiche che avevano preso parte alla Lotta di Liberazione -; un modello di democrazia basato sull’attuazione del “programma politico” identificabile negli obiettivi indicati dalla Costituzione, e che le varie maggioranze di governo alternatesi nel corso degli ultimi anni hanno troppo spesso evitato di mettere in atto.
Ai sostenitori di questo modello di democrazia non sfugge la malcelata avversione dell’attuale maggioranza di governo rispetto al sistema di check and balances declinato dalla Carta fondamentale, né la tendenza propria dei partiti aderenti al “contratto di governo” su cui si fonda l’Esecutivo in carica ad assumere scelte in aperto contrasto con quanto stabilito dal dettato costituzionale. Una tendenza emersa dall’abusivo ricorso alla decretazione d’urgenza, e dall’approvazione del “decreto sicurezza” in assenza dei presupposti di necessità e urgenza richiesti dall’art. 77, comma 2; una tendenza manifestata rispetto agli artt. 2 e 18, con i principi della tutela dei diritti inviolabili dell’uomo, di solidarietà e di inviolabilità personale pericolosamente disapplicati in occasione delle vicende che hanno coinvolto le navi Acquarius e Diciotti; una tendenza ribadita con riferimento all’art. 47, dalla minaccia al valore della tutela del risparmio innervata da una politica economica generatrice di una potenzialmente incontrollabile decuplicazione del debito pubblico; una tendenza palesata in ordine all’art. 49, attraverso l’esaltazione del ruolo del capo politico (talvolta perfino elevato al grado di Capitano) invero poco compatibile con il metodo democratico che dovrebbe ispirare l’azione dei partiti; una tendenza, infine, confermata con riguardo all’art. 54, risultando i “balli sul balcone” dei parlamentari pentastellati difficilmente riconducibili ai parametri di disciplina e onore a cui deve ispirarsi la condotta dei titolari di pubbliche funzioni.
Una tendenza che gli appartenenti a quel “Movimento dei puristi della Costituzione” elaborato dalla poco felice ironia di Panebianco non condividono e non assecondano, e che dimostrano – attraverso la  mobilitazione a presidio della centralità del Parlamento (svilita dall’ingiustificato ricorso alla questione di fiducia da parte del Governo), delle prerogative del Presidente della Repubblica ed a difesa dell’autonomia delle scelte della Magistratura, nonché tramite l’adesione a tutte le manifestazioni di protesta ad ogni tipo di discriminazione razziale – di avversare senza cedimenti: nella consapevolezza del fatto che i valori fondanti il modello di democrazia tratteggiato dalla carta non sono negoziabili, né possono essere messi in discussione dai depositari del potere politico in un dato momento storico.

Carlo Dore jr., Luisa Sassu, Marco Sini, Roberto Mirasola, Mariella Montixi
(articolo pubblicato sul sito FuoriPagina )

sabato, settembre 01, 2018

“L’INGANNO DI BERLINGUER” Domenico Del Prete – Pendragon Editore – pp. 237


“L’inganno di Berlinguer”, ovvero l’inganno di un leader capace di consegnarsi alla Storia come l’icona di un progetto di rottura degli equilibri consolidatisi all’ombra del Muro di Berlino, obliterando la propria dimensione di alfiere di un apparato irrigidito dalla cortina del centralismo democratico, di protagonista indiscusso di una svolta destinata a rimanere incompiuta.
Ricostruzione ardita, quella proposta nel libro di Domenico Del Prete. Ricostruzione ardita, e tutta incentrata sulla particolare lettura di alcuni fatti specifici: la frattura mai integralmente consumata con la grande madre Russia – nemmeno dopo la repressione ungherese del 1956 e la Primavera di Praga del 1968 -; l’espulsione dei reprobi del “Manifesto”; la stagione del grande consociativismo in cui si risolverebbe il “compromesso storico”; il rapporto mai consolidato con il partico socialista. Sullo sfondo, l’accusa, nemmeno tanto velata, di non avere assecondato l’evoluzione del PCI in una forza autenticamente socialdemocratica (evoluzione tardivamente abbozzata da Occhetto attraverso la svolta della Bolognina), in grado di incarnare le istanze di una moderna sinistra di governo.
Una ricostruzione ardita, e forse poco attenta al quadro storico complessivo nel quale si colloca il travaglio vissuto dai comunisti italiani nel secondo dopoguerra, alla ricerca di quel socialismo dal volto umano da praticarsi sotto l’ombrello della Nato, destinata a risolversi nel frettoloso tentativo di rottamazione del patrimonio di battaglie democratiche e conquiste civili che hanno scandito la storia italiana della seconda parte del ‘900, e rivelatosi invece il presupposto imprescindibile per affrontare le sfide della modernità.
Una ricerca protrattasi per quasi mezzo secolo, tra entusiasmo e sofferenze, vittorie e sconfitte, intuizioni ed errori inevitabili. Se un errore fu la mancata presa di posizione a favore dell’insurrezione ungherese – non giustificabile in ragione dell’esigenza di tenere unita una base forgiata nel mito della Rivoluzione d’Ottobre -, la Primavera di Praga impose invece ai comunisti italiani – e per primo a Berlinguer – la ricerca di una prospettiva diversa dalla fedeltà a Mosca: non più a est ma a ovest; da declinare non più sotto l’egida del Patto di Varsavia ma sotto il più rassicurante contesto dell’Alleanza atlantica.
Il golpe cileno confermò l’attualità della strategia togliattiana diretta a favorire l’interlocuzione tra masse socialiste e masse cattoliche; la necessità di superare la conventio ad excludendum che paralizzava la dialettica democratica di un Paese diviso in blocchi contrapposti costituì il punto di partenza del “Compromesso storico”, primo step di un disegno di ampio respiro che – attraverso le riflessioni sull’eurosocialismo e le critiche mosse all’intero Politbjuro nei discorsi tenuti dal Segretario a Mosca nel ’76 e nel ‘77 – mirava al superamento della logica degli opposti imperialismi.
Un partito di ispirazione autenticamente socialista affrancato dal giogo del Cremlino; un partito che – senza rinnegare la sua identità in confronto del modello socialdemocratico – si proponeva come forza di governo in un paese collocato nel cuore del Mediterraneo: Berlinguer perseguiva una rivoluzione autentica, e non alimentava l’inganno di una svolta mai intrapresa. Una rivoluzione autentica, stroncata in Via Fani il 9 maggio 1978. La morte di Aldo Moro segnò idealmente l’inizio della stagione che avrebbe condotto all’eutanasia della Prima Repubblica: la stagione del Pentapartito, la stagione della “Milano da bere”, la stagione del craxismo che già iniziava ad alimentare i germi dell’epopea berlusconiana.
Del processo di degenerazione della politica che questa stagione avrebbe innescato – e destinato a deflagrare sotto i colpi di Tangentopoli -, della degradazione dei partiti a “macchine di potere e clientela, nelle mani di boss e sotto-boss”, della pericolosa commistione tra “finanziamenti irregolari o illegali” e brutali forme di arricchimento personale forse solo Berlinguer aveva intuito la portata, individuando nell’alternativa democratica, nella centralità della questione morale, nella rivendicazione della “diversità” comunista l’unica via d’uscita per la sinistra italiana dalla deriva in atto.
La conclusione di questo ragionamento perviene ad un risultato per certi versi speculare rispetto a quello che il libro di Del Prete tenta di perseguire: lungi dal perpetrare un inganno alla Storia, Berlinguer si propone al giudizio di essa come un leader capace di interpretare le tensioni, le insidie e le prospettive del suo tempo, indicando ai comunisti italiani una dimensione autonoma nel panorama internazionale, tratteggiando una strategia che poteva condurre i discendenti di Gramsci al governo del Paese, offrendo alla sinistra una via di fuga dalla crisi incombente. Ma un inganno, alla fine, forse c’è stato: perpetrato da chi, anche richiamando impropriamente la stagione del Compromesso storico, ha obliterato quel profilo autonomo che il Segretario intendeva imprimere al partito, liquidando, in nome della modernità, quel patrimonio di idee e valori di cui la sinistra teorizzata da Berlinguer doveva invece costituire espressione. La chiosa è affidata alle parole di Aldo Tortorella, in quella che forse è la più lucida tra le testimonianze raccolte nel volume di Del Prete: “Si è visto che fine ha fatto chi è diventato liberista”.
                                                                                                                                 
Carlo Dore jr.
(pubblicato su www.articolo1mdp.it)

giovedì, giugno 07, 2018

IL NEMICO (Vindice Lecis – Nutrimenti ed., 2018, pp. 194)


L’aggettivo più adatto per descrivere “Il Nemico”, ultimo romanzo di Vindice Lecis edito da Nutrimenti, è “plumbeo”: plumbeo come le divise dei dignitari sovietici; plumbeo, come le stanze di Botteghe Oscure nel gelido inverno del 1951; plumbeo, come il clima che attanagliava l’Italia appena uscita dal conflitto mondiale. Un romanzo plumbeo, dunque, che mira innanzitutto a ricostruire le tensioni, le speranze, le pulsioni di una stagione destinata a segnare irreversibilmente la storia italiana del dopoguerra; a rappresentare il travaglio del PCI, assediato dall’esterno e lacerato dai conflitti interni, ancorché celati sotto le ferree logiche del centralismo democratico.

Le indagini di Antonio Sanna (il funzionario dell’ufficio quadri già protagonista de “L’infiltrato) vertono su due fatti specifici: la scoperta di un sistema di microspie nella casa di Togliatti e Nilde Iotti (quest’ultima, sospettata di intelligenze con ambienti vaticani); e la condotta di Giulio Seniga, stretto collaboratore di Secchia e depositario di parte del tesoro segreto del partito. La rilevanza di questi fatti può però essere compresa alla luce di un’ulteriore serie di eventi, che il romanzo ricostruisce a tratti analiticamente, a tratti in modo più sfumato: la “Svolta di Salerno” e la conseguente scelta di Togliatti di abbracciare la dialettica parlamentare silenziando ogni tentazione verso la lotta armata; l’attentato di Pallante, col Migliore costretto dal suo letto d’ospedale a intimare calma ai militanti che già innalzavano le barricate a Trastevere; il secondo attentato subìto dal Segretario, e l’invito di Stalin a trascorrere un periodo di convalescenza in Russia.

Gli eventi da ultimo richiamati produssero un duplice effetto: in primo luogo, l’eccessivo autonomismo del PCI rispetto alle determinazioni del Cremlino attirò su Roma la diffidenza di Mosca, con Stalin intenzionato a non perdere il controllo di un avamposto strategico nelle dinamiche della Guerra Fredda; in secondo luogo, il confronto tra fautori della strategia parlamentare e sostenitori della lotta armata (mirabilmente descritto nel romanzo attraverso le discussioni tra Sanna e il futuro suocero) alimentò la frattura tra Togliatti e Pietro Secchia, uomo di fiducia del PCUS e principale teorico del partito da combattimento.

In questo contesto si colloca il tentativo di sottrarre al Migliore la segreteria del partito per confinarlo nell’esilio dorato del COMINFORM (perfetta applicazione della logica stalinista del promoveatur ut admoveatur); in questo contesto si inquadrano i sospetti verso Nilde Iotti; in questo contesto Sanna si trova ad indagare. Il tutto mentre la repressione della polizia di Scelba inizia a incombere sui lavoratori in lotta, mentre oscuri esponenti della burocrazia fascista ricostruivano la loro verginità politica sotto le insegne del nuovo moderatismo di governo, e mentre lo spettro di una struttura militare parallela, molto segreta e molto potente, creata per neutralizzare una vittoria elettorale dei comunisti faceva trasparire quella dimensione di democrazia imperfetta destinata a trascinare l’Italia verso la stagione delle stragi.

Sospetti e microspie, attentati veri e presunti, spioni e militari sotto copertura. E una sola, ineludibile domanda, per Sanna, per il PCI, per Togliatti: dove si nascondeva il nemico? Togliatti riuscì a schivare le profferte di Stalin imprudentemente avallate dalla direzione del partito, e attese, a suo modo, l’occasione per chiudere i conti con gli oppositori interni. L’occasione si presentò con la “fuga con la cassa” ordita dal traditore Seniga: travolto dalla doppiezza del suo collaboratore, Secchia perse gradualmente la sua centralità all’interno dell’organizzazione, finendo superato dal rinnovamento togliattiano insieme al mito della lotta armata.

Tanto nel plumbeo romanzo di Vindice Lecis quanto in quell’altrettanto plumbeo romanzo che è la storia italiana del dopoguerra, la ricerca del nemico si conclude quindi con una vittoria del Migliore, capace di riaffermare la propria dimensione di leader e la propria idea del PCI come partito della Costituzione, e di rispondere alla domanda poc’anzi formulata, portando allo scoperto il nemico e sconfiggendolo in silenzio.

Carlo Dore jr.

mercoledì, maggio 30, 2018

CRISI ISTITUZIONALE E RUOLO DEL COLLE: TRA VALUTAZIONI GIURIDICHE E CRITICA POLITICA.


Le polemiche che hanno investito il ruolo del Presidente della Repubblica nella crisi istituzionale in atto costituiscono lo spunto per alcune considerazioni di carattere generale, presupposto necessario per offrire una valutazione equilibrata dell’esercizio, da parte del Capo dello Stato, del potere attribuitogli dall’art. 92 Cost. Valutazione che assume differenti connotati se condotta sul piano strettamente giuridico – formale, ovvero se proiettata su quello latamente sostanziale della critica politica.

Muovendo dalla considerazione, inopinatamente rilanciata da alcuni organi di stampa, in forza della quale il Capo dello Stato si sarebbe “opposto alla sovranità popolare”, impedendo la formazione del governo “votato dagli elettori”, non si può non segnalare come, anche a causa di una legge elettorale caratterizzata da molteplici dubbi di legittimità costituzionale, le elezioni del 4 marzo non abbiano determinato un vincitore, generando un Parlamento di fatto parcellizzato in tre minoranze, e dunque non in grado di esprimere (a differenza di quanto accaduto, ad esempio, nel 2006 e nel 2008) una maggioranza riconducibile ad uno schieramento politico ben definito.

I due partiti che hanno ottenuto il maggior numero di consensi (pur presentandosi in aperta contrapposizione tra loro al giudizio delle urne) hanno faticosamente avviato un dialogo orientato alla costruzione di un accordo politico - programmatico, cristallizzato nel “contratto per il governo di cambiamento”. Proprio il riferimento al “contratto” propone a sua volta due spunti di riflessione: da un lato, esso infatti evoca un vincolo giuridico logicamente incompatibile con un accordo di governo, basato esclusivamente su una comune visione di Paese ispirata all’attuazione dell’interesse generale. D’altro lato, individuandosi nel contratto lo strumento giuridico privilegiato di esercizio dell’autonomia privata, da tale riferimento traspare una concezione appunto “privata” e “proprietaria” delle istituzioni, una sorta di equazione (più volte applicata imperante Berlusconi) tra il consenso elettorale e l’insensibilità alle regole che governano la dialettica tra poteri dello Stato. Una logica proprietaria che ha indotto un partito di minoranza (rappresentativo del 17% dei voti espressi in occasione dell’ultima competizione elettorale) a imporre la nomina di un ministro al Capo dello Stato; una logica proprietaria alla quale il Presidente della Repubblica, nell’esercizio del suo ruolo di supremo garante degli equilibri costituzionali, aveva non solo il diritto, ma financo il dovere di opporsi.

Queste considerazioni costituiscono, si diceva, il presupposto necessario per interpretare correttamente l’art. 92 Cost., nella parte in cui esso assegna al Presidente della Repubblica il potere di nominare il Presidente del Consiglio dei Ministri, e, su proposta di questi, i singoli Ministri. Nell’ermeneusi di tale norma, gli studiosi sono divisi tra quanti considerano la proposta del Presidente del Consiglio vincolante per il Capo dello Stato (riducendo di fatto la nomina dei membri del governo ad un atto solo formalmente presidenziale), e quanti viceversa descrivono la nomina dei Ministri alla stregua di un atto “complesso”, e dunque prodotto dalla concertazione tra Presidente della Repubblica e Presidente del Consiglio.
La prassi istituzionale ha favorito questa seconda lettura, assegnando alle determinazioni del Capo dello Stato un’incidenza talvolta molto netta in ordine alla formazione dell’Esecutivo: lettura peraltro supportata anche dal rilievo in forza del quale i vari progetti di riforma della Carta Fondamentale precedenti quello oggetto del referendum costituzionale del 2016 contemplavano proprio l’attribuzione al Presidente del Consiglio del potere di nomina dei singoli ministri, attribuzione che gli risulta dunque preclusa nell’assetto istituzionale vigente.
In questa prospettiva, la scelta del Presidente di non accogliere la proposta di nomina di un Ministro deve considerarsi pacificamente riconducibile ai poteri ad esso assegnati dalla Carta Fondamentale: non sfugge inoltre ad un’analisi obiettiva dei fatti che il mancato insediamento dell’Esecutivo presieduto dal Prof. Conte non è dipeso dal rifiuto del Capo dello Stato di procedere alla nomina del Governo, ma dal rifiuto di un partito di maggioranza, riconducibile alla logica proprietaria di cui sopra, di accogliere le indicazioni del Capo dello Stato rimanendo ferma nella propria imposizione.

Il discorso si sposta sulle ragioni individuate a sostegno della scelta del Presidente, apparse più ispirate a esigenze di politica generale che a motivazioni di stretto diritto. Nell’esercizio del suo potere di nomina dei ministri, il Capo dello Stato deve infatti trovare la sua stella polare nei principi della Costituzione: e in questo senso, più del generico richiamo alla tutela del risparmio ed alla necessità di rassicurare gli operatori economici internazionali, maggiore incidenza avrebbe assunto il riferimento agli artt. 11 e 47 della Carta, oltre che al principio di leale collaborazione tra i poteri dello Stato a cui si ispirano numerose pronunce della Corte Costituzionale.

Posto infatti che l’art. 11 valorizza le limitazioni di sovranità necessarie alla costruzione di un ordinamento che assicura la pace e la giustizia fra le Nazioni, e che i trattati istitutivi dell’Unione Europea e dell’Euro trovano proprio nella disposizione da ultimo richiamata il loro fondamento costituzionale, le posizioni di un tecnico che mettono in discussione tali limitazioni di sovranità potrebbero collocarsi al di fuori del perimetro costituzionale, giustificando così la sua mancata nomina a un dicastero centrale nella costruzione dell’Esecutivo. Del pari, tutelando l’art. 47 Cost. il risparmio in ogni sua forma, al di fuori del perimetro costituzionale si porrebbe un ministro promotore di una politica economica potenzialmente contrastante con tale esigenza riconosciuta dalla Carta Fondamentale. Infine, se il Presidente della Repubblica, nella presente congiuntura politica, ha offerto alle forze presenti in Parlamento il più ampio margine possibile nella ricerca di un’intesa volta alla formazione di una maggioranza di governo, le imposizioni a cui ho precedentemente fatto cenno risultano antitetiche rispetto a quel principio di leale collaborazione che, nella prospettazione della Consulta, deve costantemente ispirare i rapporti tra poteri dello Stato.

Rivolgendo ora la valutazione dal piano giuridico – formale a quello più marcatamente politico, i rilievi appena proposti sembrano però vertere non tanto sulla posizione di un singolo ministro, quanto sul programma complessivo di cui quel ministro è espressione, inopinatamente cristallizzato nel “contratto per il governo di cambiamento” a cui si è in precedenza fatto cenno. Se questo è vero, più che limitarsi a non accogliere la proposta del Presidente del Consiglio incaricato relativa alla nomina del ministro, il Presidente della Repubblica avrebbe allora dovuto manifestare questi rilievi in sede di conferimento dell’incarico, rifiutando il conferimento di detto incarico al rappresentante di una maggioranza portatrice di un programma di governo caratterizzato da molteplici dubbi di legittimità costituzionale.

Inoltre - dinanzi alla fase di stallo in cui al momento versano le istituzioni, una volta esaurita la seconda fase delle consultazioni con il conferimento del “mandato esplorativo” ai Presidenti di Camera e Senato, e prendendo atto della difficoltà delle forze politiche di dare vita ad una maggioranza parlamentare degna di tale nome -,  è lecito domandarsi se non sarebbe stato preferibile per il Capo dello Stato procedere direttamente allo scioglimento delle Camere e restituire così la parola agli elettori, declinando una soluzione che avrebbe portato ad un radicale superamento della crisi istituzionale in atto, piuttosto che favorirne l’ulteriore aggravamento.

Carlo Dore jr.

domenica, maggio 28, 2017

CHI ERA MARIO FIORETTI?


La giornata antifascista, promossa dall’ANPI e dalle altre associazioni che si riconoscono nel modello di democrazia delineato dalla Carta Costituzionale, assolve la funzione di riaffermare il valore della memoria in un’epoca caratterizzata dalla tendenza a sovrapporre, in nome di una indefinibile esigenza di “pacificazione nazionale”, vincitori e vinti, vittime e carnefici, persecutori e perseguitati, eroi e infami; a obliterare quell’ideale linea di demarcazione che, pulsando sotto l’epidermide della Storia, continua a separare la parte giusta dalla parte sbagliata.

Una memoria costituita da centinaia di nomi, di volti, di fatti: alcuni nitidamente presenti nell’immaginario collettivo; altri sbiaditi a causa dell’incedere del tempo. Una memoria costituita da domande, come quella proposta dalla lettura di alcuni articoli reperibili negli archivi di qualche quotidiano: chi era Mario Fioretti? Non era un combattente come Lussu o un eroe tragico come Matteotti; non ambiva alla dimensione di intellettuale universale propria di Antonio Gramsci, né si caratterizzava per quella di “figlio del popolo” innervata da Di Vittorio. Era un esponente della buona borghesia romana, un giovane giurista dalle enormi prospettive, un docente di diritto romano e di diritto civile, entrato in magistratura appena ventottenne: ma era anche, nel ricordo offerto da Sandro Pertini, un’anima ardente, un generoso apostolo del socialismo.

Chi era Mario Fioretti? Era un uomo che voleva vivere: che voleva scrivere, che voleva studiare, che semplicemente non accettava di mortificare la propria, dirompente intelligenza osservando gli stilemi di un regime feroce e grossolano, di un Paese che da vent’anni era incatenato alla parte sbagliata. Per questo lo ricordiamo: per il suo impegno nella diffusione de “L’Avanti!” nella Roma occupata dai nazisti; per la partecipazione al Movimento di unità proletaria; per i “comizi volanti” tenuti in quella città sospesa tra una dittatura che non voleva crollare e una democrazia che ancora non poteva nascere.

E per un gesto di ribellione. E per un colpo di pistola a Piazza di Spagna. Sì, perché il suo sogno di vita e di libertà fu spezzato al termine di uno di quei comizi, quando, circondato da una delle ultime squadre della morte, oppose all’ordine di salutare la bandiera la reazione ispiratagli dalla sua intelligenza ribelle: non si omaggia un vessillo grondante sangue, anche a costo di un proiettile nel cuore.

A oltre settant’anni di distanza da quella mattina del dicembre del 1943, di Mario Fioretti resta solo questo: un ricordo affidato a qualche vecchio giornale; e questa storia, che ho provato a condensare in poche righe. E una lapide, quasi invisibile tra i palazzi che circondano Trinità dei Monti: “qui cadeva Mario Fioretti, che amava gli oppressi, e anelava libertà”. E allora, chi era Mario Fioretti? Mario Fioretti è questa storia; Mario Fioretti è la nostra storia; Mario Fioretti è in queste poche parole, affidate per sempre alla pietra della memoria: per impedire la sovrapposizione tra vincitori e vinti; per riaffermare la linea di demarcazione che sempre dividerà, nella reale ricostruzione dei fatti, la parte giusta dalla parte sbagliata.

Carlo Dore jr.