giovedì, giugno 07, 2018

IL NEMICO (Vindice Lecis – Nutrimenti ed., 2018, pp. 194)


L’aggettivo più adatto per descrivere “Il Nemico”, ultimo romanzo di Vindice Lecis edito da Nutrimenti, è “plumbeo”: plumbeo come le divise dei dignitari sovietici; plumbeo, come le stanze di Botteghe Oscure nel gelido inverno del 1951; plumbeo, come il clima che attanagliava l’Italia appena uscita dal conflitto mondiale. Un romanzo plumbeo, dunque, che mira innanzitutto a ricostruire le tensioni, le speranze, le pulsioni di una stagione destinata a segnare irreversibilmente la storia italiana del dopoguerra; a rappresentare il travaglio del PCI, assediato dall’esterno e lacerato dai conflitti interni, ancorché celati sotto le ferree logiche del centralismo democratico.

Le indagini di Antonio Sanna (il funzionario dell’ufficio quadri già protagonista de “L’infiltrato) vertono su due fatti specifici: la scoperta di un sistema di microspie nella casa di Togliatti e Nilde Iotti (quest’ultima, sospettata di intelligenze con ambienti vaticani); e la condotta di Giulio Seniga, stretto collaboratore di Secchia e depositario di parte del tesoro segreto del partito. La rilevanza di questi fatti può però essere compresa alla luce di un’ulteriore serie di eventi, che il romanzo ricostruisce a tratti analiticamente, a tratti in modo più sfumato: la “Svolta di Salerno” e la conseguente scelta di Togliatti di abbracciare la dialettica parlamentare silenziando ogni tentazione verso la lotta armata; l’attentato di Pallante, col Migliore costretto dal suo letto d’ospedale a intimare calma ai militanti che già innalzavano le barricate a Trastevere; il secondo attentato subìto dal Segretario, e l’invito di Stalin a trascorrere un periodo di convalescenza in Russia.

Gli eventi da ultimo richiamati produssero un duplice effetto: in primo luogo, l’eccessivo autonomismo del PCI rispetto alle determinazioni del Cremlino attirò su Roma la diffidenza di Mosca, con Stalin intenzionato a non perdere il controllo di un avamposto strategico nelle dinamiche della Guerra Fredda; in secondo luogo, il confronto tra fautori della strategia parlamentare e sostenitori della lotta armata (mirabilmente descritto nel romanzo attraverso le discussioni tra Sanna e il futuro suocero) alimentò la frattura tra Togliatti e Pietro Secchia, uomo di fiducia del PCUS e principale teorico del partito da combattimento.

In questo contesto si colloca il tentativo di sottrarre al Migliore la segreteria del partito per confinarlo nell’esilio dorato del COMINFORM (perfetta applicazione della logica stalinista del promoveatur ut admoveatur); in questo contesto si inquadrano i sospetti verso Nilde Iotti; in questo contesto Sanna si trova ad indagare. Il tutto mentre la repressione della polizia di Scelba inizia a incombere sui lavoratori in lotta, mentre oscuri esponenti della burocrazia fascista ricostruivano la loro verginità politica sotto le insegne del nuovo moderatismo di governo, e mentre lo spettro di una struttura militare parallela, molto segreta e molto potente, creata per neutralizzare una vittoria elettorale dei comunisti faceva trasparire quella dimensione di democrazia imperfetta destinata a trascinare l’Italia verso la stagione delle stragi.

Sospetti e microspie, attentati veri e presunti, spioni e militari sotto copertura. E una sola, ineludibile domanda, per Sanna, per il PCI, per Togliatti: dove si nascondeva il nemico? Togliatti riuscì a schivare le profferte di Stalin imprudentemente avallate dalla direzione del partito, e attese, a suo modo, l’occasione per chiudere i conti con gli oppositori interni. L’occasione si presentò con la “fuga con la cassa” ordita dal traditore Seniga: travolto dalla doppiezza del suo collaboratore, Secchia perse gradualmente la sua centralità all’interno dell’organizzazione, finendo superato dal rinnovamento togliattiano insieme al mito della lotta armata.

Tanto nel plumbeo romanzo di Vindice Lecis quanto in quell’altrettanto plumbeo romanzo che è la storia italiana del dopoguerra, la ricerca del nemico si conclude quindi con una vittoria del Migliore, capace di riaffermare la propria dimensione di leader e la propria idea del PCI come partito della Costituzione, e di rispondere alla domanda poc’anzi formulata, portando allo scoperto il nemico e sconfiggendolo in silenzio.

Carlo Dore jr.

mercoledì, maggio 30, 2018

CRISI ISTITUZIONALE E RUOLO DEL COLLE: TRA VALUTAZIONI GIURIDICHE E CRITICA POLITICA.


Le polemiche che hanno investito il ruolo del Presidente della Repubblica nella crisi istituzionale in atto costituiscono lo spunto per alcune considerazioni di carattere generale, presupposto necessario per offrire una valutazione equilibrata dell’esercizio, da parte del Capo dello Stato, del potere attribuitogli dall’art. 92 Cost. Valutazione che assume differenti connotati se condotta sul piano strettamente giuridico – formale, ovvero se proiettata su quello latamente sostanziale della critica politica.

Muovendo dalla considerazione, inopinatamente rilanciata da alcuni organi di stampa, in forza della quale il Capo dello Stato si sarebbe “opposto alla sovranità popolare”, impedendo la formazione del governo “votato dagli elettori”, non si può non segnalare come, anche a causa di una legge elettorale caratterizzata da molteplici dubbi di legittimità costituzionale, le elezioni del 4 marzo non abbiano determinato un vincitore, generando un Parlamento di fatto parcellizzato in tre minoranze, e dunque non in grado di esprimere (a differenza di quanto accaduto, ad esempio, nel 2006 e nel 2008) una maggioranza riconducibile ad uno schieramento politico ben definito.

I due partiti che hanno ottenuto il maggior numero di consensi (pur presentandosi in aperta contrapposizione tra loro al giudizio delle urne) hanno faticosamente avviato un dialogo orientato alla costruzione di un accordo politico - programmatico, cristallizzato nel “contratto per il governo di cambiamento”. Proprio il riferimento al “contratto” propone a sua volta due spunti di riflessione: da un lato, esso infatti evoca un vincolo giuridico logicamente incompatibile con un accordo di governo, basato esclusivamente su una comune visione di Paese ispirata all’attuazione dell’interesse generale. D’altro lato, individuandosi nel contratto lo strumento giuridico privilegiato di esercizio dell’autonomia privata, da tale riferimento traspare una concezione appunto “privata” e “proprietaria” delle istituzioni, una sorta di equazione (più volte applicata imperante Berlusconi) tra il consenso elettorale e l’insensibilità alle regole che governano la dialettica tra poteri dello Stato. Una logica proprietaria che ha indotto un partito di minoranza (rappresentativo del 17% dei voti espressi in occasione dell’ultima competizione elettorale) a imporre la nomina di un ministro al Capo dello Stato; una logica proprietaria alla quale il Presidente della Repubblica, nell’esercizio del suo ruolo di supremo garante degli equilibri costituzionali, aveva non solo il diritto, ma financo il dovere di opporsi.

Queste considerazioni costituiscono, si diceva, il presupposto necessario per interpretare correttamente l’art. 92 Cost., nella parte in cui esso assegna al Presidente della Repubblica il potere di nominare il Presidente del Consiglio dei Ministri, e, su proposta di questi, i singoli Ministri. Nell’ermeneusi di tale norma, gli studiosi sono divisi tra quanti considerano la proposta del Presidente del Consiglio vincolante per il Capo dello Stato (riducendo di fatto la nomina dei membri del governo ad un atto solo formalmente presidenziale), e quanti viceversa descrivono la nomina dei Ministri alla stregua di un atto “complesso”, e dunque prodotto dalla concertazione tra Presidente della Repubblica e Presidente del Consiglio.
La prassi istituzionale ha favorito questa seconda lettura, assegnando alle determinazioni del Capo dello Stato un’incidenza talvolta molto netta in ordine alla formazione dell’Esecutivo: lettura peraltro supportata anche dal rilievo in forza del quale i vari progetti di riforma della Carta Fondamentale precedenti quello oggetto del referendum costituzionale del 2016 contemplavano proprio l’attribuzione al Presidente del Consiglio del potere di nomina dei singoli ministri, attribuzione che gli risulta dunque preclusa nell’assetto istituzionale vigente.
In questa prospettiva, la scelta del Presidente di non accogliere la proposta di nomina di un Ministro deve considerarsi pacificamente riconducibile ai poteri ad esso assegnati dalla Carta Fondamentale: non sfugge inoltre ad un’analisi obiettiva dei fatti che il mancato insediamento dell’Esecutivo presieduto dal Prof. Conte non è dipeso dal rifiuto del Capo dello Stato di procedere alla nomina del Governo, ma dal rifiuto di un partito di maggioranza, riconducibile alla logica proprietaria di cui sopra, di accogliere le indicazioni del Capo dello Stato rimanendo ferma nella propria imposizione.

Il discorso si sposta sulle ragioni individuate a sostegno della scelta del Presidente, apparse più ispirate a esigenze di politica generale che a motivazioni di stretto diritto. Nell’esercizio del suo potere di nomina dei ministri, il Capo dello Stato deve infatti trovare la sua stella polare nei principi della Costituzione: e in questo senso, più del generico richiamo alla tutela del risparmio ed alla necessità di rassicurare gli operatori economici internazionali, maggiore incidenza avrebbe assunto il riferimento agli artt. 11 e 47 della Carta, oltre che al principio di leale collaborazione tra i poteri dello Stato a cui si ispirano numerose pronunce della Corte Costituzionale.

Posto infatti che l’art. 11 valorizza le limitazioni di sovranità necessarie alla costruzione di un ordinamento che assicura la pace e la giustizia fra le Nazioni, e che i trattati istitutivi dell’Unione Europea e dell’Euro trovano proprio nella disposizione da ultimo richiamata il loro fondamento costituzionale, le posizioni di un tecnico che mettono in discussione tali limitazioni di sovranità potrebbero collocarsi al di fuori del perimetro costituzionale, giustificando così la sua mancata nomina a un dicastero centrale nella costruzione dell’Esecutivo. Del pari, tutelando l’art. 47 Cost. il risparmio in ogni sua forma, al di fuori del perimetro costituzionale si porrebbe un ministro promotore di una politica economica potenzialmente contrastante con tale esigenza riconosciuta dalla Carta Fondamentale. Infine, se il Presidente della Repubblica, nella presente congiuntura politica, ha offerto alle forze presenti in Parlamento il più ampio margine possibile nella ricerca di un’intesa volta alla formazione di una maggioranza di governo, le imposizioni a cui ho precedentemente fatto cenno risultano antitetiche rispetto a quel principio di leale collaborazione che, nella prospettazione della Consulta, deve costantemente ispirare i rapporti tra poteri dello Stato.

Rivolgendo ora la valutazione dal piano giuridico – formale a quello più marcatamente politico, i rilievi appena proposti sembrano però vertere non tanto sulla posizione di un singolo ministro, quanto sul programma complessivo di cui quel ministro è espressione, inopinatamente cristallizzato nel “contratto per il governo di cambiamento” a cui si è in precedenza fatto cenno. Se questo è vero, più che limitarsi a non accogliere la proposta del Presidente del Consiglio incaricato relativa alla nomina del ministro, il Presidente della Repubblica avrebbe allora dovuto manifestare questi rilievi in sede di conferimento dell’incarico, rifiutando il conferimento di detto incarico al rappresentante di una maggioranza portatrice di un programma di governo caratterizzato da molteplici dubbi di legittimità costituzionale.

Inoltre - dinanzi alla fase di stallo in cui al momento versano le istituzioni, una volta esaurita la seconda fase delle consultazioni con il conferimento del “mandato esplorativo” ai Presidenti di Camera e Senato, e prendendo atto della difficoltà delle forze politiche di dare vita ad una maggioranza parlamentare degna di tale nome -,  è lecito domandarsi se non sarebbe stato preferibile per il Capo dello Stato procedere direttamente allo scioglimento delle Camere e restituire così la parola agli elettori, declinando una soluzione che avrebbe portato ad un radicale superamento della crisi istituzionale in atto, piuttosto che favorirne l’ulteriore aggravamento.

Carlo Dore jr.

domenica, maggio 28, 2017

CHI ERA MARIO FIORETTI?


La giornata antifascista, promossa dall’ANPI e dalle altre associazioni che si riconoscono nel modello di democrazia delineato dalla Carta Costituzionale, assolve la funzione di riaffermare il valore della memoria in un’epoca caratterizzata dalla tendenza a sovrapporre, in nome di una indefinibile esigenza di “pacificazione nazionale”, vincitori e vinti, vittime e carnefici, persecutori e perseguitati, eroi e infami; a obliterare quell’ideale linea di demarcazione che, pulsando sotto l’epidermide della Storia, continua a separare la parte giusta dalla parte sbagliata.

Una memoria costituita da centinaia di nomi, di volti, di fatti: alcuni nitidamente presenti nell’immaginario collettivo; altri sbiaditi a causa dell’incedere del tempo. Una memoria costituita da domande, come quella proposta dalla lettura di alcuni articoli reperibili negli archivi di qualche quotidiano: chi era Mario Fioretti? Non era un combattente come Lussu o un eroe tragico come Matteotti; non ambiva alla dimensione di intellettuale universale propria di Antonio Gramsci, né si caratterizzava per quella di “figlio del popolo” innervata da Di Vittorio. Era un esponente della buona borghesia romana, un giovane giurista dalle enormi prospettive, un docente di diritto romano e di diritto civile, entrato in magistratura appena ventottenne: ma era anche, nel ricordo offerto da Sandro Pertini, un’anima ardente, un generoso apostolo del socialismo.

Chi era Mario Fioretti? Era un uomo che voleva vivere: che voleva scrivere, che voleva studiare, che semplicemente non accettava di mortificare la propria, dirompente intelligenza osservando gli stilemi di un regime feroce e grossolano, di un Paese che da vent’anni era incatenato alla parte sbagliata. Per questo lo ricordiamo: per il suo impegno nella diffusione de “L’Avanti!” nella Roma occupata dai nazisti; per la partecipazione al Movimento di unità proletaria; per i “comizi volanti” tenuti in quella città sospesa tra una dittatura che non voleva crollare e una democrazia che ancora non poteva nascere.

E per un gesto di ribellione. E per un colpo di pistola a Piazza di Spagna. Sì, perché il suo sogno di vita e di libertà fu spezzato al termine di uno di quei comizi, quando, circondato da una delle ultime squadre della morte, oppose all’ordine di salutare la bandiera la reazione ispiratagli dalla sua intelligenza ribelle: non si omaggia un vessillo grondante sangue, anche a costo di un proiettile nel cuore.

A oltre settant’anni di distanza da quella mattina del dicembre del 1943, di Mario Fioretti resta solo questo: un ricordo affidato a qualche vecchio giornale; e questa storia, che ho provato a condensare in poche righe. E una lapide, quasi invisibile tra i palazzi che circondano Trinità dei Monti: “qui cadeva Mario Fioretti, che amava gli oppressi, e anelava libertà”. E allora, chi era Mario Fioretti? Mario Fioretti è questa storia; Mario Fioretti è la nostra storia; Mario Fioretti è in queste poche parole, affidate per sempre alla pietra della memoria: per impedire la sovrapposizione tra vincitori e vinti; per riaffermare la linea di demarcazione che sempre dividerà, nella reale ricostruzione dei fatti, la parte giusta dalla parte sbagliata.

Carlo Dore jr.

domenica, aprile 30, 2017

"PER TUTTA UNA VITA": UN RICORDO DI PIO LA TORRE



Ho scritto questo ricordo di Pio La Torre per il magazine di Articolo 1 - MDP, diretto dalla mia cara amica Chiara Geloni.
Di seguito, il link all'articolo.
https://articolo1mdp.it/tutta-vita-un-ricordo-pio-la-torre/

giovedì, febbraio 23, 2017

LA NECESSITA’ E L’OCCASIONE




Fiumi di parole hanno inondato giornali e televisioni, per descrivere le conseguenze della “scissione” posta in atto dalla minoranza del PD alla vigilia di un congresso destinato a trasformarsi nell’ennesimo lavacro lustrale della leadership di Matteo Renzi, che ancora sconta le ammaccature della sconfitta referendaria. Fiumi di parole, destinate ora a tradursi in generici appelli all’unità contro i populismi, ora a risolversi in asfittici richiami al senso di responsabilità di chi non è più disposto ad assecondare le logiche del partito personale, ora a innervarsi della retorica (greve e vagamente cialtrona) che involge i reiterati riferimenti a vendette e strategie di potere. Fiumi di parole, volti ad edulcorare – colpevolmente o artatamente – la realtà prodotta dai quattro anni di ortodossa diffusione del Vangelo secondo Matteo, sfumando i limiti, le contraddizioni e le deformità di una stagione politicamente e democraticamente fallimentare.

Individuando nella segreteria del partito il trampolino utile per completare la scalata a Palazzo Chigi, Renzi ha declinato una strategia di governo tutta impostata su due fondamentali direttrici: il rafforzamento della propria immagine di capo carismatico – rafforzamento colpevolmente assecondato da una classe dirigente rivelatasi disponibile a barattare un patrimonio di storie e di esperienze personali di tutto rispetto con uno strapuntino sul carro del vincitore -; la costante ricerca di un nemico da abbattere, individuata quale efficace strumento di moltiplicazione del consenso. La prima direttrice ispirava il combinato disposto legge elettorale- riforma costituzionale, pietra angolare di un modello di democrazia “decidente” o “a bassa intensità”; la seconda orientava tanto la costante frustrazione delle istanze proposte da quelle categorie sociali che la sinistra si era da sempre impegnata a rappresentare, quanto gli attacchi agli esponenti della stessa area democratica che si ostinavano a segnalare all’ex segretario le insidie di cui era disseminata la sua personalissima road to perdition.  

Il voto del 4 dicembre e la sentenza della Consulta che ha rilevato l’illegittimità costituzionale dell’Italicum ha così sancito il fallimento di questa idea di democrazia, ed ha correlativamente certificato la definitiva frattura intercorsa tra il PD e una fetta sempre più ampia di popolo della sinistra, abbandonato sulla via del Partito della Nazione e disposto ad andare incontro a una crisi di rappresentanza piuttosto che accettare la rottamazione del proprio substrato culturale di idee e valori.

Una simile crisi di rappresentatività e consensi richiedeva tre passaggi essenziali: una riflessione approfondita sulla genesi della stessa, sulle ragioni della sconfitta referendaria, sui limiti connaturati a una proposta politica che obliterava i progetti di ampio respiro in favore della forza deflagrante di un tweet; l’elaborazione di un programma inclusivo, che trovasse nell’attuazione dei valori costituzionali dell’uguaglianza, della solidarietà e del diritto al lavoro i propri obiettivi immediati; infine, il superamento di una classe dirigente e di una leadership rivelatesi, alla prova dei fatti, non all’altezza delle sfide che questa complicata fase storica propone.

Il prossimo congresso del PD persegue invece una strada diversa: nessuna analisi del referendum, nessuna critica a quel modello di democrazia a bassa intensità. Si va avanti con la classe dirigente plasmata dalla retorica della rottamazione, si va avanti con Matteo Renzi, che cerca nel passaggio dai gazebo una rinnovata legittimazione in grado di metterlo al riparo dalle conseguenze di un’altra probabile sconfitta in occasione delle amministrative di primavera. E’ troppo, per quel popolo della sinistra in crisi di rappresentanza; è troppo, anche per quegli esponenti dell’area democratica che hanno cercato di frenare la folle corsa verso il vuoto imposta dall’ex premier al partito, al Governo e al Paese.

Non valgono allora i generici appelli al senso di responsabilità, rivolti a chi, per amore della ditta, ha troppe volte assecondato scelte altrimenti insostenibili; non valgono gli altrettanto generici richiami al possibile incedere dei populismi, se declinati dai fautori di un paradossale (e a tratti sconfortante) populismo di governo; non valgono i riferimenti alle vendette di D’Alema o alle logiche conservative che governerebbero le scelte di Bersani, ultimo esemplare di politico capace di rinunciare alla poltrona di Palazzo Chigi pur di non stringere accordi contro natura con gli esponenti della peggiore destra berlusconiana.

La scissione posta in atto dalla minoranza del PD nasce, semplicemente, da una necessità e da un’occasione: dalla necessità di riaffermare la forza di un progetto di ampio respiro sull’incidenza degli slogan a centocinquanta caratteri, di contrapporre un’idea di collettivo alla logica del partito personale. E dall’occasione di restituire un riferimento a quella fetta di popolo della sinistra che i teorici della Svolta buona hanno ritenuto non meritevole di rappresentanza. Una necessità che non può essere elusa, un’occasione che non può essere persa: per la povera Sinistra, e per la povera Italia.  

Carlo Dore jr.

domenica, gennaio 15, 2017

L'OCCASIONE MANCATA

L’esito del referendum costituzionale avrebbe paradossalmente potuto costituire una colossale occasione per il PD e per il suo attuale gruppo dirigente: l’occasione per riattivare quella “connessione sentimentale” con la sua base sociale di riferimento, esauritasi lungo la road to perdition che doveva condurre al Partito della nazione; l’occasione per restituire al partito la sua naturale dimensione di comunità politica, anch’essa sacrificata sull’altare della leadership carismatica; l’occasione per avviare, in definitiva, una riflessione critica in ordine ai principali avvenimenti che hanno scandito l’evolversi della legislatura in corso, dalla “Notte dei 101” al tentativo (velleitario e pericoloso) di rottamazione della Carta. Una riflessione che, proprio alla luce del voto referendario, avrebbe dovuto vertere tanto sulle responsabilità politiche di Matteo Renzi, quanto sulle responsabilità istituzionali di Giorgio Napolitano.

Il naufragio del percorso riformatore benedetto dal Presidente emerito all’atto del suo re-insediamento imporrebbe infatti di valutare se lo stesso ex Capo dello Stato abbia sempre suonato a tempo la “fisarmonica” dei poteri riconnessi alla sua carica: se la scelta di differire il dibattito sulla fiducia all’ultimo governo Berlusconi (scelta che di fatto regalò al Cavaliere un altro anno di regno, assicuratogli dal supporto delle truppe scilipotiche), la decisione di non permettere a Bersani di sottoporre alle Camere la sua sfida del Governo di cambiamento, la determinazione di mettere sotto schiaffo il Parlamento condizionando la sua permanenza al Quirinale all’attuazione di una penetrante revisione della Carta possano considerarsi coerenti con il ruolo di supremo garante dell’equilibrio costituzionale a lui assegnato nell’organizzazione orchestrale dello Stato.

Secondo questa linea di pensiero, nello spartito composto da Napolitano Renzi ha recitato il ruolo della prima donna: la scalata alla segreteria del PD è stato solo il primo passo della marcia di avvicinamento verso Palazzo Chigi, colpevolmente assecondata da un gruppo dirigente dimostratosi (con qualche lodevole eccezione, rinvenibile nelle sempre più esigue fila della minoranza bersaniana) tanto disponibile ad assecondare l’ascesa del nuovo corso quanto insensibile alle questioni di principio che avrebbero potuto arginare lo strapotere del princeps.  

La ubris collettiva figlia del voto europeo ha portato i protagonisti della “svolta buona” a ignorare le conseguenze prodotte dalle scelte del Governo: il jobs act e il legame con la grande industria sfibravano il legame con il mondo del lavoro e del sindacato; le slides che declinavano le magnifiche sorti de “La buona scuola” facevano crescere il dissenso degli insegnanti; l’indifferenza ostentata verso i problemi dell’Università recideva il legame con il mondo della cultura. Quasi senza accorgersene, il Segretario del PD e la sua maggioranza silenziosa si sono trovati da soli ad affrontare l’appuntamento referendario (inopinatamente trasformato in un giudizio ordalico sulla figura dell’ex premier): soli, nel fracasso di mille slogan senza cuore e senza significato; soli, perché lontani anni luce dalle istanze e dalle rivendicazioni di quegli strati sociali che avevano sempre trovato nel centro-sinistra il loro ideale punto di riferimento.

Il “referendum straperso” avrebbe dovuto indurre il Segretario del PD e la sua maggioranza consenziente a procedere in questo sforzo di riflessione: ad ammettere limiti, errori e colpe; a recuperare il dialogo con il proprio mondo declinando una nuova idea di politica, e demandandone l’attuazione a una classe dirigente più matura e consapevole di quella generata dal germe della rottamazione. Ma le parole affidate da Renzi alle pagine de “La Repubblica” trasudano ancora ubris e fracasso, e i componenti della maggioranza consenziente continuano a ostentare sorrisi e solgan senza cuore: il referendum è alle spalle, avanti in nome del cambiamento, con l’obiettivo di sconfiggere i populismi. Della riflessione non c’è traccia, non c’è spazio per la riflessione.

Eppure, il risultato del referendum costituzionale suggerisce proprio che le logiche di cui si alimentano i movimenti populisti vengono esaltate dal confronto all’ultimo sangue nel quale la politica muscolare tende a risolversi; e che, correlativamente, la sconfitta dei populismi  passa proprio da quella connessione sentimentale tra partito e popolo di cui il PD ha smarrito la traccia, dalla capacità di aggregare elettori ed eletti attorno a un progetto collettivo ispirato ad una forte “idea di politica”, in grado di irradiare tutte le singole “idee politiche” che in quel progetto vengono a collocarsi. Un’idea di politica che proprio gli strati sociali tradizionalmente collegati al centro-sinistra hanno individuato nei principi della Costituzione, vanificando i progetti di quanti ne invocavano il superamento.

Ecco perché dal risultato del referendum si sarebbe potuto ripartire per ripristinare un punto di contatto tra il PD e quei settori dell’area democratica che, al momento, si trovano privi di rappresentanza; ecco perché la scelta del Segretario del PD di non procedere nello sforzo di riflessione suggerito dal voto referendario sembra destinato a risolversi nell’ennesima occasione mancata.

Carlo Dore jr.