venerdì, novembre 30, 2012

PERCHE' BERSANI


“Perché Bersani?” Mi chiedono tanti amici sparsi per la città, o mobilitati lungo le frontiere virtuali dei social network. Perché affidarsi ad un esponente della “vecchia guadia”, dell’apparato, della “nomenklatura” quando si può scegliere la freschezza ridondante e vagamente stucchevole di un candidato “giovane” e “nuovo”, ancorché pericolosamente basculante sul mobile confine che separa il concetto di rinnovamento da quello (assai meno nobile” di nuovismo? Perché ripiegare sulla tradizione, dinanzi all’opportunità di rompere con il passato recente e di aprire una fase nuova, governata da protagonisti accattivanti nel loro disinvolto look da happy hour?

“Perché Bersani?”. La mia risposta suona drammaticamente complessa nella sua paradossale semplicità: per il nostro passato, e per il nostro futuro.

Nel bel mezzo del “post-ideologismo”, di una fase storica nella quale concetti fondamentali come “solidarietà”, “eguaglianza”, “giustizia sociale”, destra e sinistra sfumano pericolosamente dinanzi alle fredde logiche di Sua Maestà il Mercato, Bersani comunica il senso di appartenenza a una storia: la storia che unisce tre generazioni lungo la sottile linea rossa dell’antifascismo e della lotta partigiana, della Costituzione e della democrazia parlamentare, delle grandi battaglie per i diritti dei lavoratori e della lunga marcia verso un socialismo di dimensione europea. La storia della sinistra italiana, la nostra storia: un valore non rottamabile in ragione di una discutibile idea di cambiamento, il presupposto imprescindibile per la costruzione di un futuro diverso da questo triste presente.

Già, il futuro: ai miei occhi, Bersani incarna un’idea di futuro, o, se si preferisce, declina un modello di “cambiamento possibile” in un Paese costretto da un nocchiero incapace ed ebbro a navigare per vent’anni all’inseguimento di uno sciame di favole: la favola del milione dei posti di lavoro, dei ristoranti pieni e del boom nel consumo di cosmetici; la favola dell’efficentismo di Bertolaso, affogata tra le risate degli imprenditori pronti a lucrare sulle lacrime del popolo aquilano; la favola della nipote di Mubarak, ennesimo sfregio arrecato alla dignità di un Parlamento perennemente asservito alla logica del “ghe pensi mì”.

Il tempo del leaderismo plebiscitario volge oggi al termine, spazzato via dal vento di una crisi che non accenna ad allentare la sua morsa sull’Europa: rimane spazio solo per un salutare bagno di realtà, e per quel “cambiamento possibile” di cui Bersani cerca di farsi interprete, liquidando con una battuta ad effetto gli artifizi verbali dei funambolici venditori di sogni. Realtà, realtà, realtà: Bersani non incanta, ragiona; non fa proclami, snocciola dati e propone soluzioni; al carisma dell’uomo solo al comando contrappone la consistenza di un progetto collettivo.

Più tutele per i lavoratori senza certezze; più attenzione alle esigenze di un sindacato troppo spesso abbandonato ad urlare la sua rabbia al cielo di una piazza vuota; più solidarietà per i figli degli immigrati nati in Italia, da qualificare a tutti gli effetti come cittadini italiani; più moralità per un Paese assuefatto alla corruzione, attraverso il ripristino del reato di falso in bilancio ed un’ulteriore revisione delle norme relative alla criminalità economica; più giustizia sociale per ridurre le troppe disuguaglianze di un Paese sempre meno solidale. Lavoro, diritti, solidarietà, moralità giustizia sociale: ecco l’Italia che Bersani ha in mente, ecco la prospettiva di “cambiamento possibile” che può caratterizzare il nostro futuro.

Il profondo di appartenenza ad una storia che non sono disposto ad archiviare o a rottamare, l’adesione ad un progetto collettivo, l’orizzonte di un cambiamento possibile sono le ragioni della mia scelta, le ragioni che stanno alla base della mia risposta all’interrogativo: “perché Bersani?”. Per il nostro passato, e per il nostro futuro: ecco perché Bersani.

Carlo Dore jr.

lunedì, novembre 12, 2012

DA BERLUSCONI A DI PIETRO: LA PARABOLA DEL "PARTITO PERSONALE"

Questa storia ha inizio in una fredda sera del gennaio del 1994, in un Paese squassato dalle bombe, dilaniato dal morso di una crisi economica senza precedenti, oppresso dal collasso di un sistema corruttivo destinato a travolgere, nel suo rapido agonizzare, tutti gli apparentemente intoccabili depositari dell’assetto di potere benedetto dall’ombra del muro di Berlino. Ha inizio nel momento in cui un imprenditore milanese con la passione per le tv, il calcio, le tombe egizie, gli stallieri siciliani e le ballerine del drive in decideva di “scendere in campo” alla ricerca del suo personalissimo “miracolo italiano”.

Ripercorrendo oggi i fotogrammi del primo dei tanti videomessaggi con cui il Cavaliere ha scandito il ventennio del suo sultanato, si comprende come, in quella sera di gennaio, non si consumava solo il rito fondativo del regime mascherato destinato a far retrocedere l’Italia, tra i sorrisi al vetriolo dei leader di tutta Europa, alla triste condizione di “stato semi libero”. No, quella sera accadeva qualcosa di peggio: quella sera si completava un processo degenerativo già avviato durante la grandeur di Bettino Craxi, il processo volto alla trasformazione della realtà “partito” da soggetto collettivo in strumento utile ad assecondare la voluntas dell’uomo solo al comando.

Insomma, un nuovo fantasma iniziava a prendere possesso della Penisola: il fantasma del “partito personale”, mostro di ingegneria politica elaborato al chiuso degli uffici di Publitalia. Le articolazioni proprie dei partiti tradizionali venivano spazzate via in un battito di ciglia, e con esse l’ambizione degli iscritti di concorrere, attraverso il partito, a determinare con metodo democratico la politica nazionale. Il partito cambia pelle: dismette la sua funzione di luogo di elaborazione programmatica e di centro di selezione della classe dirigente, per assumere quella di megafono delle decisioni del Capo, trovando la propria ragion d’essere esclusivamente nella fidelizzazione del popolo al leader. Nome, simbolo, candidature, esclusioni: ovunque è il marchio del Capo, quasi a configurare il partito quale mera propagazione dell’Io fondante.

La risposta delle opposizioni al dilagare del “partito personale” non si è però tradotta in una strenua difesa della partecipazione collettiva, nella riaffermazione di progetti politici di ampio respiro: questa reazione si è paradossalmente tradotta nella ricerca di una semplificazione del sistema derivante dalla creazione di nuovi partiti personali, nel tentativo di contrapporre alla leadership economica di Berlusconi la leadership etica, morale, moralistica o protestatoria di altri personaggi di riferimento.

In questa prospettiva, ecco sorgere il PD di Veltroni, contenitore antiideologico archiviato grazie alla svolta socialdemocratica di Bersani; ecco fiorire e sfiorire SEL, legata a doppio filo alle sorti della narrazione vendoliana; ecco incedere prepotente IDV, la cui vocazione moralizzatrice ha ben presto perso vigore dinanzi alla gestione familista ed egoratica imposta da Di Pietro; ecco apparire e scomparire la rottamazione di Renzi, ultimo prodotto della politica basata sul fascino del One man show.

Ma a vent’anni di distanza da quella notte di gennaio, la parabola del partito personale sembra avere iniziato la sua parabola discendente: l’implosione della stella berlusconiana ha trascinato nel suo declino quel che resta IDV - incapace per sua natura di trasformare la protesta in proposta -, mentre il fuoco innovatore che aveva animato Vendola e Renzi si affievolisce per la mancanza di un progetto degno di tale nome. A vent’anni di distanza da quella notte di gennaio, un clamoroso vuoto di rappresentanza pone di fatto la politica italiana dinanzi ad un bivio: abbandonarsi al nichilismo telematico di Grillo (e passare dal partito personale-reale ad un partito personale-virtuale, attraverso l’autodafè all’impalpabile guru di internet che riduce la partecipazione ad un semplice “click”) o tentare l’avventura del ritorno al tanto aberrato modello del “partito pesante”, quello delle sezioni e dei dibattiti, della lotta politica concepita come battaglia ideale e della selezione della classe dirigente basata sulla concreta valutazione dell’impegno di militanza. Tentare, insomma, l’avventura del ritorno alla “concezione costituzionale” del partito come strumento utile ai cittadini per concorrere con metodo democratico alla vita politica del Paese: un ritorno alla Costituzione per chiudere, una volta per sempre, la parabola del partito personale.

Carlo Dore jr.

domenica, ottobre 21, 2012

MORTE DI UN CAPO


 “Se alle primarie vince Bersani, sono pronto a non ricandidarmi. Si può fare politica anche fuori dal Parlamento”. Massimo D’Alema affronta quello che dovrebbe essere il passo Estremo del suo lunghissimo cursus honorum con la superba indifferenza di un leader che, nel bene e nel male, ha saputo interpretare un ruolo da protagonista di primo piano nella storia italiana degli ultimi vent’anni. Lo stile gelido e sferzante è lo stesso che incantò Togliatti e Berlinguer: le urla un po’ sguaiate dei fanatici della rottamazione svaniscono sotto il peso di parole scelte con la bilancia di precisione; gli slogan sparati sulle note di Jovanotti vengono tagliati a fette dal bisturi di un lucidissimo ragionamento politico.
            “Se vince Bersani, non mi ricandido”. Esultano i supporter del “nuovo che avanza”, mentre i cronisti della stampa parlamentare affilano penne e tastiere per scrivere l’epitaffio del leader morente: D’Alema rottamato, D’Alema scaricato, D’Alema superato. Sono le parole che scandiscono il primo trionfo della new age firmata Renzi, sono le parole che celebrano la morte di un Capo.
            Già, è stato un Capo, il leader Massimo: un capo discusso e discutibile, ma certamente un Capo. Un Capo in grado di prendere per mano la sinistra tramortita dal primo albore del berlusconismo nascente, di lanciare il progetto dell’Ulivo e di tracciare così la road map della lunga marcia dei progressisti verso il governo del Paese. Da quel momento in poi, la carriera del Massimo è stata un susseguirsi di ombre e luci: la Bicamerale e l’affrettata archiviazione del Governo Prodi; l’addio a Botteghe Oscure e l’insediamento a Palazzo Chigi; l’eterno dualismo con Veltroni e la coraggiosa denuncia delle violenze verificatesi a Genova nella “notte cilena” del 2001; i successi ottenuti alla Farnesina e la poco convinta adesione al PD veltroniano; l’appoggio incondizionato alla segreteria di Bersani e alla strategia volta alla costruzione del “nuovo centro-sinistra”.
            Ombre e luci, nella carriera del Capo: terra di conquista per la ubris di Matteo il Rottamatore, abile a rilanciare ossessivamente il refrain del ricambio generazionale per coprire la mancanza di un progetto degno di tale nome. “Io porrò fine alla carriera parlamentare di D’Alema”; “la generazione di D’Alema ha già dato, ora basta”; “D’Alema è l’icona del fallimento di una classe dirigente, è ora di mandarli a casa”. Il tono infuocato – adatto più a un piccolo caudillo che al possibile candidato premier del centro-sinistra italiano – scalda gli animi di un popolo assetato di rinnovamento: rottamazione, rottamazione, rottamazione.
            Veltroni scappa in Africa, con una valigia carica di bei libri e l’insopportabile fardello dei rimpianti conseguenti alle sistematiche sconfitte riportate lontano dalla luce del Campidoglio. E D’Alema? D’Alema no, D’Alema non cede. D’Alema ha vinto elezioni e stretto la mano a Clinton; D’Alema ha trasformato il PDS nel primo partito del Paese, prima di impantanarsi nelle sabbie mobili di quella maledetta Bicamerale. D’Alema è un Capo, che non accetta di spegnersi in esilio: se cade, cade combattendo. E allora: un rapido saluto allo scranno di Montecitorio, pieno sostegno alla candidatura di Bersani, e un ruolo da padre nobile della sinistra europea in caso di vittoria del segretario alle primarie.
            “Se vince Bersani, non mi ricandido: si può fare politica anche fuori dal Parlamento”. E se vince Renzi? Massimo pesa di nuovo le parole con la bilancia di un sorriso diabolico: “Se vince Renzi, continuo a combattere. Non sono un cane morto”. Tra le risate dei cronisti della stampa parlamentare, ecco allora che un brivido freddo corre lungo la schiena dei fans del Rottamatore: D’Alema è ancora in campo, la giaculatoria del ricambio generazionale non lo ha ancora ucciso. E l’idea, in caso di vittoria del Sindaco che cena con i banchieri e che esalta Marchionne, di abbandonare il PD per dare vita a quel PSE italiano nel quale non ha mai smesso di credere potrebbe rivelarsi ben più di una tentazione. Insomma, forse è presto per gli epitaffi e per la celebrazione del trionfo della new age: forse è presto per usare le parole che in genere fanno da contorno alla morte di un Capo.


Carlo Dore jr..

domenica, ottobre 07, 2012

LA DISSIPAZIONE DELLA BELLEZZA

Relazione introduttiva tenuta in occasion dell'iniziativa pubblica organizzata a Cagliari il 6 ottobre 2012 dal circolo di Libertà e giustizia, con la partecipazione di Roberta De Monticelli
 
 
"La bellezza, senza dubbio, non fa le rivoluzioni. Ma viene un giorno in cui le rivoluzioni hanno bisogno di lei”. Vorrei partire da questa meravigliosa frase di Albert Camus (utilizzata dalla prof.ssa De Monticelli nel suo recente scambio di “lettere aperte” con il segretario del PD Bersani) per introdurre l’incontro di oggi: “La dissipazione della bellezza: distruzione del “paesaggio storico” e suicidio morale di una Nazione”. La bellezza come “scintilla” che incendia la rivoluzione; la difesa della bellezza come momento di reazione avverso i fenomeni di mala amministrazione ed illegalità diffusa che caratterizzano il crepuscolo della Seconda Repubblica.

Posto infatti che proprio le storture e le inefficienze del sistema amministrativo sono oggi drammaticamente all’ordine del giorno, queste storture ed inefficienze si traducono spesso nella costante erosione di quell’insieme di “beni comuni”, di risorse naturali e culturali che costituiscono il volto e l’identità stessa del nostro Paese. In questa prospettiva, la prof.ssa De Monticelli ha fatto più volte riferimento alla situazione in cui versano la periferia di Assisi e la riva degli Etruschi (ridotta a terra di conquista per la cementificazione selvaggia). Per parte mia, attenendomi alla stretta realtà locale, posso richiamare l’opera di “ripascimento” della spiaggia del Poetto, per anni degradata dalla felice condizione di perla del Tirreno a quella di pietraia bruna e rovente; al caso dei  palazzoni che deturpano la vista della città per chi si accosta ad essa dal porto; alla paradossale vicenda dell’Anfiteatro, prima ingabbiato da un’orribile struttura di legno e ponti mobili, e rimasto a lungo paralizzato nell’attesa di una “riqualificazione” avviata solo negli ultimi mesi; alla recente approvazione della legge sulle “zone umide”, in forza della quale il divieto di costruire nella fascia di trecento metri dalla battigia opera solo con riferimento a laghi e invasi artificiali.

Ma molto, troppo spesso dietro la distruzione del “paesaggio storico” non si celano solo incuria ed incapacità: si celano quei fenomeni di corruzione che riempiono le pagine dei giornali, si celano le tangenti, si cela, nera ed incombente, l’ombra della criminalità organizzata. Ed allora il pensiero vola oltre le tante “cattedrali nel deserto” costruite negli anni’80, vola oltre i costi abnormi di tante opere pubbliche dalla dubbia utilità e dall’impatto ambientale devastante, per soffermarsi sul ricordo di una città che non c’è più: la Palermo degli anni’50, quella delle ville liberty e del teatro Bellini, la Palermo del sindaco Lima e dell’assessore Ciancimino e del progetto di Cosa Nostra di mettere “le mani sulla città”. In una notte, il centro del capoluogo siciliano fu invaso dalle fiamme, triste preludio alla stagione delle licenze facili rilasciate a cinque ingnari “manifabbri” e dei casermoni al posto dei gelsomini. Il “Sacco di Palermo” si completò così: la Mafia prendeva possesso del territorio, la Mafia distruggeva la bellezza con il consenso della politica corrotta e degli imprenditori conniventi.

Cattiva amministrazione e criminalità come cause dell’erosione del “Paesaggio storico”: la mancanza di reazione, l’indifferenza generalizzata verso il fenomeno sono gli indici chiari dello stato di un Paese che (tra le cene di Batman e i diamanti di Belsito, le ricevute di Formigoni e le immagini dell’Odissea alla vaccinara) corre veloce verso il proprio suicidio morale. Ma un Paese che accetta passivamente la distruzione del proprio substrato storico e culturale come può continuare a credere in quella “riscossa civica”, da più parti individuata come il presupposto necessario per costruire un futuro diverso da questo triste presente?

Insomma, riprendendo la frase di Camus, se anche la bellezza non fa le rivoluzioni, senza la bellezza come possiamo sperare di far la rivoluzione?

 
Carlo Dore jr.

venerdì, settembre 14, 2012

BERSANI, RENZI E QUELLO SGUARDO SULL’OLTRE-MONTI


 
Dal verde del pratone di Campovolo, Bersani prova a gettare uno sguardo sull’oltre-Monti, a declinare ai militanti accorsi al comizio conclusivo della Festa del PD il progetto che ha in mente per l’Italia di domani.  Tra qualche ombra (specie nel passaggio relativo all’istituzione di un organo parlamentare preposto all’elaborazione di una riforma della seconda parte della Costituzione) e varie luci (legge anticorruzione e ripristino del reato di falso in bilancio; attribuzione della cittadinanza ai figli degli immigrati; centralità assoluta per i temi del lavoro e dei diritti sociali), la proposta del Segretario sa di buona idea. Realismo e razionalità per collocare i progressisti italiani in una posizione di sostanziale continuità rispetto ai programmi dei principali partiti socialdemocratici europei.
Eppure, un vago senso di inquietudine serpeggia tra le bandiere assiepate sotto il palco, tra i sorrisi dei volontari impegnati nei vari stand, tra i sostenitori incollati al computer o alla diretta di Youdem. Inquietudine per le sorti del Paese, dilaniato da una crisi sociale che si dimostra ogni giorno            più profonda; inquietudine per le sorti del centro-sinistra, aggredito dall’esterno dalle invettive di Grillo e minacciato al suo interno dall’OPA lanciata da Renzi per la guida della coalizione. Inquietudine, sguardi che si perdono verso il cielo di Campovolo: cosa c’è nell’oltre-Monti?
C’è un Paese chiamato Italia, che il gelido rigore dei tecnici di governo ha salvato dalla schizofrenia dei mercati ma non dalle diseguaglianze figlie tanto della drammatica congiuntura economica quanto delle sciagurate politiche imposte sub divo Berluscone. Ci sono i lavoratori del Sulcis, che trasformano in odio e furore la frustrazione collegata alla mancanza di tutele e al vuoto di rappresentanza da cui si sentono strangolati. E c’è un partito, il PD, che non è in grado di colmare questo gap di rappresentanza, ingessato com’è tra le ragionevoli posizioni di Damiano e Fassina e le istanze ultraborghesi di quell’area moderat, sempre disposta a strizzare l’occhio a Fornero e Passera.
Lavoro, diritti, tutele, giustizia, crescita: la proposta di Bersani sa di buona idea, ma rischia di dissolversi nella folle ordalia delle primarie aperte, terra di conquista per cacicchi affamati di visibilità e per giovani semi-leader dal sorriso facile. Il camper di Renzi parte da Verona: battute al vetriolo e pacche sulle spalle, smargiassate tipiche del miglior Grillo e magnetismo degno del primo Berlusconi. Rinnovamento, rottamazione, tutti a casa: non si discute, il Sindaco di Firenze è un abilissimo moltiplicatore di consensi. Piace ai pasdaràn del rinnovamento ad ogni costo, ansiosi di intraprendere una nuova crociata anti-casta; piace agli scanzonati rampolli del giovanilismo glamour, lontani anni luce dalla storia e dagli schemi semantici della sinistra italiana; piace ai conservatori ultraliberisti, che ravvisano nello slogan “adesso” un richiamo all’epoca d’oro di Regan; e piace ai sostenitori della destra più greve, favorevolmente impressionati dall’endorsment pro-Matteo pronunciato da una pasionaria come Daniela Santanchè.
Partito giovane, leggero, moderno, post-ideologico: la rottamazione di Renzi è tutta qui, pericolosamente sospesa tra moderatismo e qualunquismo. La rottamazione è tutta qui, e suscita inquietudini: che succede se vince Renzi? Chi rimarrà a parlare di lavoro, di diritti, di tutele, di giustizia, di progressismo europeo? Chi si farà carico di dare una risposta a quel “ci avete abbandonato!” urlato dai lavoratori del Sulcis in faccia ai palazzi del potere? Chi resterà, in una parola, ad assicurare una prospettiva a quel che resta della sinistra in Italia?
Lavoro, diritti, tutele, giustizia: in una parola, democrazia. La proposta di Bersani sa di buona idea, ma è un’idea che può svanire da un momento all’altro, inghiottita dal personalismo esasperato che contraddistingue le primarie made in Italy, cancellata dalle mille incertezze che si palesano allo sguardo proiettato sull’oltre-Monti. “Ci avete abbandonato!”: quel grido di dolore suona come un’estrema richiesta di aiuto, di rappresentanza, di prospettiva che proviene da un Paese in fiamme, allo stato incapace di guardare all’oltre-Monti.
Lavoro, diritti, tutele: la proposta di Bersani sa di buona idea, perché sembra offrire la prospettiva di un Paese diverso. Oggi come non mai, c’è bisogno di una prospettiva: per la povera sinistra, e per la povera Italia.
 
Carlo Dore jr.
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giovedì, agosto 23, 2012

L’UNIONE SARDA SU POLITICA E GIUSTIZIA: ANATOMIA DI UN PARALLELISMO IRRICEVIBILE


L’editoriale di Raimondo Cubeddu, pubblicato su “L’Unione Sarda” di mercoledì 21 aprile, propone una serie di spunti di riflessione sul “rapporto tra politica e giustizia”, di nuovo al centro del dibattito politico a seguito della polemica innescata dagli interventi su Repubblica di Gustavo Zagrebelsky ed Eugenio Scalfari.

L’articolo, infatti, rileva come, a seguito della scelta del Capo dello Stato di sollevare un conflitto di attribuzioni nanti la Corte Costituzionale – conflitto cagionato dalla presunta lesione, da parte della Procura di Palermo, delle guarentigie previste dall’art. 90 della Costituzione nonché dalla violazione del disposto dell’art. 7 c. 4 della legge 219 del 1989 -, “lobbies ed organi di stampa stanno scatenando una battaglia politica di preoccupanti dimensioni. Quasi a dimostrare che quel cattivo rapporto non era da attribuire esclusivamente a Berlusconi e alle finalità che venivano attribuite ai suoi riforma dell’ordinamento giudiziario”. Osserva inoltre l’autore che “anche settori della sinistra si rendono conto che quella relazione conflittuale è insana e che va risolta restituendo ad un governo democratico poteri atti ad evitare che si trasformi in un elemento di costante destabilizzazione politica”.

L’attuale Presidente della Repubblica e l’ex Presidente del Consiglio sarebbero quindi entrambi vittime di questo “insano conflitto”tra poteri dello Stato: conflitto alimentato dal consueto manipolo di toghe militanti ed intellettuali imbevuti di moralismo reazionario. Costruzione ardita, che, evidentemente, si presta a più di una considerazione critica.

Sollevando il conflitto di attribuzioni davanti alla Corte Costituzionale – atto dalle conseguenze giuridiche estreme, come ha magistralmente illustrato Gustavo Zagrebelsky nel suo intervento su “Repubblica” del 17 agosto - , il Capo dello Stato ha investito la Consulta del compito di risolvere una questione tecnicamente controversa. Premesse infatti l’irresponsabilità del Presidente della Repubblica per gli atti commessi nell’esercizio delle sue funzioni (art. 90 Cost.) e l’impossibilità per la Magistratura di sottoporre ad intercettazione le utenze telefoniche a lui riconducibili (art. 7 c. 4 della legge 219 del 1989), le conversazioni tra una persona indagata ed intercettata ed il Presidente (c.d. intercettazioni indirette) possono essere utilizzate nel procedimento a carico della persona sottoposta ad intercettazione?

Si tratta di una questione vivamente dibattuta tra i principali costituzionalisti italiani: di una questione che la Corte deve dirimere secondo lo strictum ius, e che non vale né a mettere in discussione la legittimazione della Procura di Palermo a condurre le indagini sulle stragi del 1992-93, né tanto meno ad assecondare le ragioni di quanti (si veda in tal senso la recente intervista all’on. Sacconi) auspicano una riforma delle intercettazioni per “mettere un freno” al presunto “strapotere dei PM”.

Queste semplici considerazioni bastano di per sé sole ad escludere la possibilità di individuare un punto di contatto tra la condotta del Presidente della Repubblica e quella osservata nel recente passato dall’ex Presidente del Consiglio . Mentre il Capo dello Stato ha segnalato la possibile presenza di una lacuna nell’ordinamento (riferita appunto al problema delle intercettazioni indirette delle sue conversazioni), l’ex premier non solo ha sistematicamente messo in dubbio la legittimazione e l’imparzialità dei magistrati impegnati a vario titolo nei procedimenti a suo carico, ma ha anche tentato di sottrarsi a tali procedimenti sia attraverso l’imposizione di una serie di leggi del tutto contrastanti con l’interesse generale (faccio riferimento, in particolare, alla c.d. legge Cirielli sull’abbreviazione dei termini di prescrizione), sia attraverso il tentativo (sempre vanificato dalle pronunce della Consulta) di forzare a proprio vantaggio il dettato costituzionale (immediato è il richiamo al Lodo Alfano ed alla legge sull’inappellabilità, da parte del PM, delle sentenze di assoluzione).

Tutto ciò premesso, non può, a mio avviso, contestarsi alle forze di centro-sinistra l’errore di avere ravvisato solo ora la necessità di contrastare il “populismo giuridico” di magistrati ed intellettuali scomodi attraverso un intervento legislativo che restituisca prestigio alla politica. Se di errori si può parlare, l’errore commesso nel recente passato da alcuni esponenti dell’area democratica consiste proprio nella scelta di non individuare nella riaffermazione della questione morale e nella tutela dell’indipendenza e dell’autonomia dei magistrati impegnati in inchieste politicamente sensibili il punto qualificante della propria azione di governo. Un errore che le forze progressiste dovranno evitare di commettere in futuro, per contrastare quel generalizzato clima di sfiducia verso la politica che fa da sfondo al triste declino della Seconda Repubblica.

Carlo Dore jr.

mercoledì, luglio 25, 2012

L'UOMO CHE NON PARLA DI CAIMANI

“ Davvero è solo Berlusconi il responsabile dello sfascio morale degli Italiani? Della TV diseducativa? Delle difficoltà economiche degli italiani? Della crisi e del debito pubblico? Della mancata attenzione alla cultura e alla pubblica istruzione? Certo, stiamo parlando dell’uomo che ha governato a lungo negli ultimi 20 anni, con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Ma noi non abbiamo nulla da rimproverarci? Troppo facile è pensare di individuare un solo colpevole per mettere a tacere le responsabilità di una generazione intera di Italiani che però ha perso la sfida del futuro: mentre il berlusconismo falliva la prova del governo, l’antiberlusconismo falliva la prova nel modello di opposizione. Gli antiberlusconiani vogliono sentirmi parlare di caimani e di pericoli per la democrazia. Non lo farò mai. Non sarò mai anti-qualcosa o qualcuno, e se questo vorrà dire non appartenere al vostro club, vuol dire che non sarò mai uno di voi”.
Così scrive Matteo Renzi, in una lunga replica all’articolo con cui Sandra Bonsanti (presidente nazionale di Libertà e Giustizia) gli chiedeva di assumere una posizione definitiva sull’ennesima resurrezione di Berlusconi, liberatosi dal sudario del “padre nobile” del centro-destra in vista delle elezioni del 2013. Berlusconi prepara il grande ritorno, accompagnato dal sempre più imbiancato circo di cortigiani e cortigiane. Ritorna per strappare al Paese l’ennesima ipoteca sulla stabilità delle sue imprese, l’ennesimo salvacondotto per i suoi guai giudiziari; ritorna, in barba al grido d’allarme dei mercati ed alle composte risate dei leader di mezza Europa.

Berlsconi ritorna, ma Matteo il rottamatore non parla di Caimani, né di allarme per la democrazia. Basta con l’anti-berlusconismo, basta con i club di partigiani da salotto: è la new age del rinnovamento post-ideologico, il refrain che accompagna la lunga marcia tra Arcore e la Leopolda. Eppure, l’Uomo che non parla di Caimani deve fare i conti con un interrogativo che la sua ampia replica ha tentato invano di eludere: può considerarsi Berlusconi l’unico responsabile dello sfascio morale degli Italiani? E il centro-sinistra non ha nulla da rimproverarsi?

Svaniscono le musiche di Jovanotti e le locations di Giorgio Gori, svanisce la Leopolda e la platea degli apostoli della rottamazione. Come in un film in bianco e nero, ritornano alla mente le immagini che hanno scandito l’evolversi dell’ultimo ventennio della storia repubblicana: e allora, ecco il Cavaliere a braccetto con Gheddafi e Ben Alì; ecco i giorni de “la crisi esiste solo sui giornali di sinistra” e dell’esaltazione della finanza creativa di Tremonti. Riappaiono la D’Addario e il lettone di Putin, Tarantini e Lavatola, lo sgomento di Zapatero e il risolino della Merkel; riappare la triste immagine di un Parlamento di zelanti yes-man umiliato dalla vecchia fola della nipote di Mubarak.


Il film finisce nel delirio di un Paese in fiamme, proprio come “Il Caimano” di Nanni Moretti. Il film finisce, ma quel dannato interrogativo rimane drammaticamente in sospeso: è Berlusconi l’unico responsabile dello sfascio morale degli Italiani? Certo che lo è. E’ responsabile per avere legittimato la cultura della menzogna, alternando bugie ad altre bugie; è responsabile per aver chiuso gli occhi dinanzi all’incedere della crisi imminente; è responsabile per avere ridotto le istituzioni a mera dependance del suo impero personale, di fatto degradando l’Italia alla condizione di democrazia minore.

In questo generale clima da “si salvi chi può”, la colpa del centro-sinistra non è identificabile nel presunto arroccamento (più volte rimarcato dall’Uomo che non parla di Caimani) sulle posizioni dell’anti-berlusconismo ad ogni costo, ma semmai nella reiterata tendenza a considerare il berlusconismo alla stregua di una fisiologia variabile della democrazia moderna, a scambiare cioè l’icona di un regime mascherato per la rispettabile espressione del moderatismo europeo. Una tendenza perpetratasi tra patti della crostata e pranzi a Villa San Martino; una tendenza che l’Uomo non parla di Caimani tuttora contribuisce ad alimentare.


Ma l’Uomo che non parla di Caimani tira dritto per la sua strada, e non si iscrive al club degli anti-berlusconiani ad ogni costo, responsabili, a suo dire, dello stesso fallimento della sfida del futuro a cui gli apostoli della rottamazione dovrebbero a breve porre rimedio. Non si iscrive a questo club, pervaso da discussioni oziose su qualità della democrazia, lotta al conflitto di interessi, libertà di informazione, concezione etica della politica e attualità della questione morale: argomenti datati e con poco appeal per i sostenitori della new age post ideologica. Argomenti che lasciano purtroppo indifferente l’Uomo che non parla di Caimani.

Carlo Dore jr.

martedì, luglio 17, 2012

GLI UFFICIALI BALLANO SUL TITANIC: SI SALVI CHI PUO’.


Dall’alto del podio che domina imponente e impotente la platea dell’assemblea nazionale del PD, Bersani osserva il suo partito frantumarsi nell’ennesima corrida di divisioni interne e veti incrociati, ordini del giorno e tessere strappate, firme, controfirme, primarie e minacce di dimissioni di massa. Osserva quel partito che non vuole farsi dare una linea navigare senza rotta come il Titanic fra gli iceberg, mentre le proteste dell’assemblea, le fughe in avanti di Ichino e Letta e il ciuffo ribelle di Renzi ne accompagnano costantemente la deriva verso il naufragio dell’ennesima sconfitta annunciata. Intanto, da dietro gli iceberg, incombono i “vaffa” di Grillo e il ritorno di Berlusconi: ma gli ufficiali continuano a ballare sul Titanic, mentre Bersani si affanna dietro al timone. Gli ufficiali ballano sul Titanic: si salvi chi può.

Eppure, il gelido bisturi dei tecnici di governo mette ogni giorno a nudo le eterne ferite del Paese agonizzante: lavoratori senza tutele e senza garanzie in marcia verso un futuro sempre più simile ad una notte orbata di stelle; sacche di povertà sempre più ampie; sfiducia crescente verso una politica ormai percepita come una sorta di odioso ectoplasma che galleggia tra privilegi e corruzione. Il Paese agonizzante è saturo di risse sul niente; il Paese agonizzante chiede soluzioni per oggi e per domani: chiede un’agenda progressista, da seguire per voltare pagina.

La road map sembra già tracciata sulla base di tre direttrici fondamentali: il lavoro – da intendersi nella sua costituzionale accezione di diritto fondamentale, e non come privilegio da esaminare in algidi seminari scientifici -; la questione morale – prospettata come un’idea di politica protesa al perseguimento del bene comune, e non come mera strategia conservativa di posti di potere e rendite di posizione; la lotta alla corruzione – presupposto indispensabile per procedere all’effettivo risanamento dei conti pubblici-. Tre direttrici fondamentali per elaborare un programma da cui procedere alla creazione di una coalizione riformista in grado di proporsi quale credibile alternativa per il governo del Paese, sotto la naturale guida del segretario del partito di maggioranza in seno alla coalizione stessa.

La road map sembra tracciata, ma il Titanic non voleva rotta e il PD non vuole linea. La leadership del Segretario viene costantemente indebolita dai continui riferimenti alle primarie quale unico strumento in grado di garantire il tanto invocato “rinnovamento generazionale” – formula perfetta per rendere compatibili con gli schemi del politically correct le ambizioni personali di alcuni amministratori in carriera-, mentre le razionali proposte su lavoro e crescita di Orfini e Fassina vengono liquidate come pericolosi rigurgiti di “novecentismo gauchista”: Ichino flirta con Monti e con Marchionne; Letta tende la mano a Casini e allo Zio Gianni; la Concia e la Bindi si avvitano nell’ennesima discussione sulle unioni di fatto; Renzi mostra i muscoli, e si prepara ad un altro mezzogiorno di fuoco sulla via tra Arcore e la Leopolda.

E così, mentre gli ufficiali ballano sul Titanic, Bersani continua a lottare con il timone di un partito alla deriva, tentando di tenere la linea di galleggiamento: gli iceberg si avvicinano, accompagnati dai “vaffa” di Grillo e dal ghigno impunito di un Berlusconi di nuovo potenzialmente trionfante. Gli ufficiali ballano sul Titanic, immemori della road map, delle direttrici fondamentali per voltare pagina e della minaccia della sconfitta imminente. Gli ufficiali ballano sul Titanic, nella deriva che precede il naufragio: stavolta più che mai, si salvi chi può.

Carlo Dore jr.

lunedì, luglio 02, 2012

TANGENTOPOLI VENT'ANNI DOPO: DALLA "DAZIONE AMBIENTALE" ALLA "DAZIONE ISTITUZIONALE"

Quando si cerca di individuare nei meandri della Storia il momento iniziale della stagione di Mani Pulite, ci si ritrova sempre avvinti nel gelo e nella nebbia della Milano del 1992: si pensa all’arresto di Mario Chiesa, e al suo goffo tentativo di far sparire i soldi delle mazzette nell’impianto fognario del Pio Albergo Trivulzio. Secondo la communis opinio, infatti, la Prima Repubblica è finita così: inghiottita dal gelo e dalla nebbia, avvolta dallo squallido coriandolio di banconote svolazzanti, faccendieri senza scrupoli, politici corrotti, magistrati e poliziotti costretti a navigare a vista in un oceano di malcostume.

Personalmente, ritengo invece che la parabola della discendente della Prima Repubblica fosse cominciata quasi dieci anni prima, in un infuocato luglio romano, al piano nobile di Botteghe Oscure. Il crollo della Prima Repubblica ha inizio con la famosa intervista rilasciata da Berlinguer ad Eugenio Scalfari, nella quale il segretario del PCI già rilevava che “i partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze ed i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l’iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, ciascuna con un boss e dei sotto-boss”.

Berlinguer vedeva lontano, e già da allora avvertiva la necessità di elaborare un’alternativa democratica ad un sistema prossimo all’implosione; Berlinguer vedeva lontano, e per primo aveva intuito l’esistenza di un circuito di corruzione contraddistinto da “serialità” e “diffusività”: tutti pagavano, pagavano sempre. La tangente era diventata regola, la trasparenza e la regolarità inconcepibili anomalie: si tratta della logica della “dazione ambientale” di cui Antonio Di Pietro e Piercamillo D’Avigo hanno più volte illustrato il funzionamento, della logica perversa che alimentava la stagione della “Milano da bere”.

Dopo l’arresto del Mariuolo della Bagina, le indagini del Pool di Borrelli procedettero secondo una sorta di dirompente effetto-domino: le “isolate mele marce” non persero tempo a descrivere agli inquirenti “il resto del cestino”; gli imprenditori corruttori o concussi facevano il nome dei politici corrottti e concussi, che a loro volta facevano i nomi di altri imprenditori e di altri politici; i magistrati seguivano, sempre più sgomenti, la traccia di quell’infinito fiume di denaro che idealmente collegava i Navigli al Tevere.

La difesa dei cacicchi del pentapartito, nei tribunali come nelle aule parlamentari, risuonò debole e spuntata: le tangenti servivano solo per sostenere i costi della politica, il finanziamento illecito era prassi generalizzata, nessuna ruberia e nessun arricchimento personale, tutti colpevoli e tutti innocenti. Coperta troppo corta, per celare i puff pieni di diamanti, le ville in Costa Azzurra o i quasi cinquanta miliardi di vecchie lire custoditi nella tana di Ghino di Tacco: i giornalisti scrivevano e riferivano , la gente leggeva e si indignava, le piazze ribollivano di rabbia e lanci di monetine. Craxi fuggiasco in Tunisia (inseguito non dalle spie del KGB ma da una condanna definitiva a sei anni per corruzione), Forlani pietrificato sul banco dei testimoni, Di Pietro nuovo eroe popolare: la questione morale esisteva eccome, Berlinguer aveva visto lontano. Toccava alla sinistra costruire l’alternativa.

E invece? Invece la rivoluzione si è interrotta: è arrivato Berlusconi con Previti e Dell’Utri, Lavitola e Bisignani, la P3 e la P4; il sistema della Milano da bere, da collaterale allo Stato, ha finito col “farsi” Stato. Si giunge dunque alla cronaca di tutti i giorni: allo sfacciato baratto tra un voto di fiducia e una poltrona da sottosegretario; agli imprenditori che ridono sulle lacrime delle vittime del terremoto, alle vacanze e alle case ricevute “a loro insaputa” da uomini delle istituzioni per grazia di qualche faccendiere beneficatore; alla normalizzazione dei conflitti di interesse; alla distorsione dello strumento legislativo a scopi individuali; alla costante aggressione della magistratura; alla palese utilizzazione del meretricio più greve quale chiave di accesso ai palazzi del potere. Come nel 1992, peggio del 1992: la “dazione ambientale” è ancora più generale e seriale; la “dazione ambientale” è si è evoluta in “dazione istituzionale”.

Eppure, ennesimo paradosso di una politica malata, proprio sul piano della questione morale, della capacità di declinare una concezione “etica” della politica, l’azione del centro-sinistra ha spesso deluso le aspettative di gran parte dell’elettorato: volendo limitare il discorso all’essenziale, ricordo solo la scelta di non regolamentare il conflitto di interessi, la mancata abrogazione delle leggi vergogna, la bozza-Boato sulla riforma della magistratura , la decisa limitazione dell’ambito applicativo del reato di abuso d’ufficio, le candidature sciagurate dei vari Razzi, Scilipoti e Calearo, per finire con i recenti episodi di corruzione che coinvolgono anche importanti esponenti dell’area democratica.

Sono fatti che impongono una riflessione collettiva, un confronto tra partiti e società su crisi della rappresentanza e selezione della classe dirigente. Una riflessione che non può non imprendere da tre grandi interrogativi di fondo: vent’anni dopo Tangentopoli, come è cambiato il Paese sul piano politico, sociale e giuridico? La questione morale può ancora essere utilizzata per rimarcare l’endemica “diversità” delle forze progressiste, o deve costituire il presupposto da cui il centro-sinistra deve ripartire per autoriformarsi? E soprattutto: può il centro-sinistra individuare nella questione morale il punto di partenza per l’elaborazione di quell’alternativa democratica di cui Berlinguer teorizzava l’attuazione?

Già, ancora Berlinguer. Berlinguer che aveva visto lontano, e che per primo aveva compreso che: “la questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corruttori, dei concussori in alte sfere della politica e dell’amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell’Italia di oggi, secondo noi comunisti, fa tutt’uno con l’occupazione dello Stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt’uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano. Ecco perché gli altri partiti possono provare d’essere forze di serio rinnovamento soltanto se aggrediscono in pieno la questione morale andando alle sue cause politiche”.


Carlo Dore jr.

venerdì, giugno 01, 2012


DAL “QUALUNQUISMO COSMICO” AL “QUALUNQUISMO COMICO”:
UNA RISATA CI SEPPELLIRA’?

Questa storia inizia quasi vent’anni fa, in un’Italia squassata dalle bombe e lacerata dal morso di una crisi economica senza precedenti. Inizia in un’Italia che schiumava rabbia verso una classe politica destinata a sprofondare nel fango delle inchieste di Mani Pulite, in un’Italia che chiedeva legalità e rinnovamento a quelle forse progressiste fino ad allora relegate all’opposizione dalla conventio ad excludendum su cui si fondava il potere del CAF.

Inizia quando un odontotecnico di Gemonio dall’eloquio greve e dalla metafora facile risveglia le pulsioni separatiste di un profondo nord riscopertosi centro propulsivo di un’improvvisa intifada contro la Roma Ladrona; inizia quando un noto imprenditore milanese, con la passione per il calcio, per le TV e per gli stallieri siciliani si pone alla testa di una sorta di santa alleanza tra nordismo secessionista e post-fascismo in doppio petto. Le istanze di moralità politica vengono ben presto soppiantate dall’adorazione per l’uomo solo al comando, la voglia di rinnovamento si traduce in esaltazione dell’efficentismo autoritario: trionfano le ronde padane del “fuori i negher” e del “dagli ai Rom”; trionfa la cultura dell’impunità sempre e comunque, della guerra totale alle toghe rosse, delle veline in Parlamento. E’ una sbornia di qualunquismo, del “qualunquismo cosmico” su cui si fonda la Seconda Repubblica.

Questa storia continua nell’Italia di oggi, ancora costretta a ballare sul baratro di una crisi senza ritorno, ancora avvelenata dalla generalizzata sfiducia verso una classe politica percepita, nel suo complesso, come lontana e inadeguata. I tentativi di Bersani di costruire un’alternativa di governo in grado di traghettare il Paese fuori dalla palude del berlusconismo rischiano di rimanere imbrigliati nell’inestricabile ginepraio di veti incrociati di leader e semileader, primarie e doparie, alleanze e contro-alleanze che, allo stato, paralizza l’azione del centro-sinistra.

E così, nell’incedere della nostra storia, le barzellette del vecchio Cavaliere lasciano spazio agli sberleffi di un ex comico in vena di invettive, riscopertosi, tra un “v.day” e un tweet, vate di una sorta di democrazia fai-da-te. L’insulto diventa prassi, la demolizione delle istituzioni si trasforma nel punto cardine di un preteso programma di governo, l’archiviazione dell’Euro e la nazionalizzazione delle banche vengono declinate come il fondamento di una nuova politica economica, mentre l’Italia agonizza, sommersa dalle matte risate. Gli inidgnados di casa nostra fanno voto di obbedienza al Dio del Blog: Grillo è nuovo; Grillo è fresco; viva Grillo. E’ un’altra sbornia di qualunquismo: di “qualunquismo comico” dopo il “qualunquismo cosmico”. Berlusconi osserva e silenziosamente approva un format in cui non fatica a riconoscersi: a Parma, sono gli officianti del qualunquismo comico a sottrarre all’odiata sinistra la palma di una vittoria sonante.

E il PD? E Bersani? A loro, la nostra storia assegna il compito più difficile: quello di costruire un’alternativa di governo, tra le cartonate di Di Pietro e Vendola, le ambizioni di Renzi, i gazebo di Parisi e Civati. Moralità, trasparenza, rigore, serietà: Bersani e il PD sono chiamati ad intercettare la domanda di rinnovamento che proviene dai principali settori della società civile, a ridare fiducia ad un elettorato sempre più attratto dal rassicurante grigiore dell’astensionismo protestatario. Costruire un’alternativa per cambiare il corso della nostra storia; costruire un’alternativa alla perversa connessione tra qualunquismo cosmico e qualunquismo comico; costruire un’alternativa: o, ancora una volta, una risata ci seppellirà tutti.

Carlo Dore jr.

sabato, aprile 28, 2012

IL CREPUSCOLO DEL "CERCHIO MAGICO": CRISI "DEI" PARTITI O CRISI "NEI" PARTITI?

I molteplici scandali che hanno coinvolto vari esponenti di primo piano dei principali partiti dell’arco costituzionale, unitamente al malcontento collegato agli effetti delle rigide misure assunte dal Governo per contrastare la crisi economica in atto, hanno contribuito ad alimentare la già crescente sfiducia dei cittadini verso il sistema politico nel suo complesso, a favorire il diffondersi di quella sensazione di lontananza della politica dalla società civile di cui si alimenta il tanto evocato fantasma dell’antipolitica.

Dinanzi alla desolante girandola di case acquistate “all’insaputa” del proprietario, di diamanti e lingotti d’oro in transito tra Pontida e la Tanzania, di vacanze offerte al potente di turno da imprenditori compiacenti, sotto accusa è finito non solo il “sistema dei partiti” – ormai incapaci di interpretare le istanze che si manifestano in seno alla società civile – ma l’idea stessa di partito, descritto come una vuota sovrastruttura da rottamare ora a favore di questa o quella “lista del sindaco”, ora a favore del tecnico illuminato, ora a favore del manipolo di indignados costituitisi in “movimento”, spesso ispirati dalle predicazioni di un ex giullare riscopertosi guru della protesta civica.

Ad essere messa in discussione è dunque l’idea di partito, nel quadro di una teorizzazione complessiva di una “politica senza partiti”. Ma, occorre chiedersi, quale modello di partito rischia oggi di implodere? O meglio, di quale modello di partito si invoca l’archiviazione?

Spostando le lancette del tempo indietro di vent’anni, è facile rievocare le “grandi speranze” che accompagnarono il tracollo del CAF e l’incedere di Tangentopoli: la speranza di liberare il Paese dalla zavorra di corruzione e malaffare che – allora come ora – rischiava di trascinare l’economia nazionale verso il baratro di una crisi irreversibile; la speranza di vedere spazzati via quei partiti che Berlinguer aveva descritto come “macchine di potere e di clientela”; la speranza di vedere realizzato il sogno affidato da Giorgio Ambrosoli alla sua struggente lettera testamento: fare politica per il Paese, e non per un partito.

Ma le grandi speranze che avevano scandito il crepuscolo della Prima Repubblica non si concretizzarono in un ritorno all’idea di partito inteso come strumento di partecipazione dei cittadini alla vita politica della Nazione, come struttura in grado di procedere alla formazione ed alla selezione della classe dirigente. No, quelle grandi speranze si infransero contro l’affermarsi del partito personale, lanciato da Berlusconi in una sera di gennaio dal grigiore di un supermercato della Bassa Padana.

Da Forza Italia alla Lega Nord, dall’IDV alla stessa SEL passando per lo schema “leggero” del PD di Veltroni (rinnegato in fretta e furia da Bersani), il modello del partito personale ha dominato la scena politica della Seconda Repubblica. La politica si è trasformata in un rapporto diretto tra leader e popolo, la partecipazione si è ridotta al rilascio di una sorta di delega in bianco, i militanti hanno finito col riconoscersi non in un’idea ma nell’icona del leader, secondo una fidelizzazione destinata spesso a scadere nelle logiche del tifo da stadio.

Anche a causa delle deformazioni di una legge elettorale inconcepibile presso qualunque democrazia occidentale, il rapporto tra partito e leader è stato radicalmente capovolto: il leader non è più la massima espressione del progetto politico di cui il partito è portatore, ma è il partito a rappresentare il “cerchio magico” preposto alla diffusione ed all’attuazione delle determinazioni del Capo. Ecco: con Scajola e Belsito, con Bossi e Formigoni, è proprio la logica del “cerchio magico” ad essere prossima all’implosione: la stessa la logica che paradossalmente ispira quanti – tra il sostegno a liste di sindaci e l’adorazione di guru improvvisati - oggi dei partiti invocano la rottamazione.

Ma se si tiene conto di questa contraddizione in termini, appare evidente come la crisi di cui “l’antipolitica” si alimenta non può essere definita come una crisi “dei” partiti (intesi come struttura preposte all’esercizio dell’attività politica), ma come una crisi che vive “nei” partiti, e che nasce proprio dalla tendenza alla destrutturazione degli stessi messa in atto dai teorici della politica lieve. Una crisi non di strumento, ma di (de)struttura, dalla quale i partiti stessi possono uscire solo ritornando alla Costituzione, riacquistando - attraverso misure volte a garantire l’assoluta trasparenza della loro gestione economica, attraverso l’adozione di codici etici rigorosi che impediscano la candidatura di soggetti rinviati a giudizio per delitti (diversi dai reati d’opinione) punibili con pena superiore ai due anni di reclusione, attraverso l’approvazione di una legge elettorale che attribuisca ai cittadini la possibilità di attribuire la preferenza ai candidati in lista – la loro funzione di apparati preposti a permettere ai cittadini di concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale. Ritornare alla Costituzione, dunque: all’idea tradizionale del partito inteso come centro di formazione e selezione della classe dirigente, ad un idea “berlingueriana” di partito che può ancora prevalere sulle ceneri del cerchio magico.

Carlo Dore jr.

mercoledì, aprile 11, 2012

L’IGIENISTA, IL TROTA E LA MALEDIZIONE DI CALIGOLA



“Caligola? Non è l’Imperatore romano divenuto famoso per aver nominato senatore il suo cavallo?” La leggenda del regale quadrupede asceso, per l’improvvida volontà del suo princeps, dalla miseria della stalla alla gloria del seggio senatoriale costituisce la dannazione eterna dell’irrequieto figlio di Germanico, passato non a caso alla Storia come l’emblema del nepotismo spudorato e un po’ cialtrone che spesso caratterizza l’esercizio del potere in Italia.

Caligola, l’Imperatore che nominò senatore un cavallo: la memoria del Monarca non trova pace. Quel cavallo è la sua maledizione, una maledizione tramandata di era in era, che ha rischiato dall’oggi al domani di essere esorcizzata da una maledizione più potente, dalla leggenda di un nepotismo ancora più esasperato, dal mito di un potere ancora più arrogante e beota di quello che scandiva le ultime stagioni dell’Urbe: il mito dell’Igienista e del Trota.

Si tratta di una leggenda che ha pochi punti di contatto con i marmorei fasti della Roma imperiale, e che si dipana lungo il sentiero di nebbia tra Arcore, Gemonio e Pontida, nella terra in cui gli epigoni di Asterix hanno piegato lo spadone di Umberto da Giussano alle fredde logiche del Biscione di Mediaset. La Lega di lotta e di governo è stato il braccio armato del “ghe pensi mì”, le leggi ad personam il tributo versato al Dio Po’ per la conquista della Roma Ladrona.

Protagonisti di questa strana leggenda non sono imperatori, consoli e pretoriani, ma una bella igienista dentale dalle forme giunoniche e dal sorriso da copertina e l’immaturo rampollo di un politico di lungo corso, le cui velleità di carriera erano state in un primo tempo spazzate via da una battuta al curaro del lungimirante genitore: “Lui il mio delfino? Per ora è una Trota…”.

L’Igienista e il Trota: la leggenda comincia così. Insondabili infatti sono i sentieri del potere: le curve mozzafiato della bella igienista si rivelano un autentico toccasana per le ferite vere o presunte di un vecchio egoarca sempre in ballo tra Palazzo Chigi e il lettone di Putin, e le logiche del “tengo famiglia” si rivelano assai più pressanti della delusione paterna per un diploma più usucapito che conseguito. I rispettivi princeps guidano l’ascesa dell’Igienista e del Trota: non verso il seggio senatoriale già occupato dal regale quadrupede, ma verso un posto blindato nel parlamentino lumbàrd. Basta e avanza per rievocare il mito di Caligola: l’Imperatore chiede alla Storia la revisione del suo processo, magari contando su uno sconto di pena grazie al combinato disposto dell’indulto e della Cirielli. In fondo, un cavallo val bene un Trota.

Ma la leggenda lascia d’un colpo spazio alla fredda cronaca, e il Tribunale della Storia sa essere più inflessibile della Cassazione: l’Igienista si ritrova ben presto catapultata dal banco consiliare al banco degli imputati, con l’accusa di essere la disinvolta organizzatrice dei bunga bunga di Arcore, la prima ballerina del desolante can – can destinato ad allietare le cene eleganti dell’inquilino del lettone di Putin e dei suoi attempati sodali. Le bizze dello spread spazzano via il Biscione di Arcore e gli spadoni di Alberto da Giussano, mentre il Trota deve riguadagnare in fretta e furia la strada per Gemonio, inseguito dagli sberleffi di mezza Italia e dalle immagini che lo immortalano intento ad intascare banconote dal suo autista di fiducia, testimonianza inconfutabile di un uso quantomeno disinvolto del denaro degli epigoni di Asterix.

L’Igienista e il Trota: la loro leggenda finisce in miseria, la Storia li ha inghiottiti, insieme alla vecchia fola della Lega che combatte contro Roma Ladrona e del “ghe pensi mì” in salsa berlusconiana. L’Igienista e il Trota: due piccoli fantasmi della Seconda Repubblica che non sono riusciti a esorcizzare la maledizione di Caligola, condannato in via definitiva da un cavallo a rappresentare di era in era l’icona degli eccessi di un potere fuori controllo. Nonostante l’Igienista, nonostante il Trota, nonostante gli ultimi fuochi dell’arroganza spudorata e un po’ beota che per anni hanno animato le notti di Arcore e i raduni di Pontida, e che ora sono destinati a spegnersi poco a poco tra le macerie di questo Paese alla deriva.

Carlo Dore jr.

martedì, aprile 03, 2012

QUEL PARTITO NATO SENZA PAROLE

C’è un immagine che meglio di ogni altra descrive le lacerazioni prodotte sul PD dai progetti di riforma del mercato del lavoro elaborati dal Governo – Monti: quella di Bersani che attraversa a capo chino la bouvette di Montecitorio, spargendo amarezza sui microfoni della stampa parlamentare. “Se devo concludere la vita dando l’OK alla monetizzazione del lavoro, io non la concludo così. Non lo faccio: per me una roba inconcepibile”.

L’amarezza di Bersani sgorga dalle troppe contraddizioni di un partito mai con-diviso ma eternamente diviso: diviso tra componente labour e componente liberal; diviso tra l’esigenza di tutelare i diritti conquistati dai lavoratori in decenni di battaglie democratiche e l’esaltazione del freddo rigorismo montiano; diviso tra l’algido moderatismo che ispira i teorici della “grande coalizione” e l’infuocato grido di dolore che promana dalle avanguardie sindacali.

L’amarezza di Bersani dilaga, insieme ai dubbi degli elettori, alle prese con mille interrogativi quotidianamente rilanciati da blog e social network: il governo Monti rappresenta davvero “l’atto fondativo del PD” o costituisce solo una soluzione d’emergenza giustificata dalla necessità di offrire al Paese un riparo contro le intemperie di Sua Maestà il Mercato? Il PD si identifica nelle posizioni del socialdemocratico Fassina o dei mo-dem Letta e Fioroni? Dove va e con chi va il PD? Ma soprattutto: che cos’è il PD?

Bersani cerca una risposta convincente per questa batteria di domande in libera uscita, con la serena cocciutaggine del dirigente formato dalla vecchia scuola della sinistra italiana. Tra Parigi e Bruxelles, tratteggia con i leader delle altre famiglie progressiste del Vecchio Continente un nuovo modello di Europa: il modello di un’Europa più giusta e più solidale, capace di superare la crisi senza ricorrere all’ennesimo bagno di sangue. E fa i conti, giorno dopo giorno, con la scomparsa delle parole: quelle parole messe in cantina nella stagione del partito-gazebo, con Veltroni leader e Calearo capolista nel nord-est, quando il Lingotto sembrava l’inizio del New Deal e Marchionne veniva esaltato come il perfetto prototipo dell’industriale democratico.

Quante parole sono sparite in quella sciagurata stagione? Quante volte le parole “sinistra”, “diritti”, “giustizia sociale”, equità”, “sindacato” sono state descritte come il vuoto retaggio di una stagione morta e sepolta, da archiviare attraverso le plastificate circumlocuzioni che scandivano l’epoca del “ma-anchismo”? Il PD è nato così: come un partito senza parole.

Ma ora che Veltroni limita le sue sortite a qualche lenzuolata su “Repubblica” e che Calearo aggira i paletti del fisco dall’alto della sua Porche con targa straniera, ora che le luci del Lingotto si sono spente e che Marchionne appare come l’epigono della peggiore razza padrona, la gente per le strade invoca di nuovo quelle parole: “giustizia sociale”, “diritti” “tutele” contro il chirurgico gelo dei tecnici, chiamati a colmare il vuoto lasciato da una politica prossima a cadere nelle spire dell’antipolitica. Ma quelle parole, le parole del PD, le parole della sinistra italiana, sono paralizzate dalla contrapposizione tra componente liberal e componente labour, ostaggio del gioco di veti incrociati che ancora paralizza il partito nato senza parole.

Eppure, di fronte alle istanze di un elettorato sempre più sconfortato, con le primarie trasformate in una bieca resa dei conti tra cacicchi locali e nel trampolino di lancio per onesti professionisti della politica riciclatisi come campioni del civismo democratico, le risposte di Bersani devono arrivare, meglio se attraverso i capisaldi del manifesto di Parigi, meglio se attraverso l’elaborazione di una strategia in grado di rinsaldare i vincoli tra i progressisti europei.
“La monetizzazione del lavoro noi non la accettiamo, la monetizzazione del lavoro per noi è inconcepibile”. Una risposta per risolvere le troppe contraddizioni del partito diviso e mai con-diviso, per evitare che la scelta emergenziale dei tecnici chiamati a governare la bufera lasci stabilmente senza rappresentanza quelle fasce sociali che ancora guardano al PD come al loro interlocutore di riferimento, per evitare che gli ultimi refoli della stagione contrassegnata dalla scomparsa delle parole lascino senza voce il principale partito dei progressisti italiani. Per spezzare una volta per sempre la maledizione del partito nato senza parole.

Carlo Dore jr.

domenica, febbraio 19, 2012

MANI PULITE VENT’ANNI DOPO: STORIA DI UNA RIVOLUZIONE MANCATA.


Mani Pulite, vent’anni dopo: storici, opinionisti, intellettuali e politici si interrogano su come è cambiata l’Italia da quella gelida sera di febbraio del 1992, quando, in un turbinio di banconote svolazzanti tra i tubi di scarico della Baggina, l’arresto del “mariuolo” Mario Chiesa diede inizio ad un’inchiesta destinata a terremotare il sistema di potere sviluppatosi all’ombra della cortina di ferro. Mani Pulite, vent’anni dopo: che Italia era quella che il mariuolo vedeva scorrere dai finestrini dell’auto che attraversava la notte milanese, nella sua corsa verso San Vittore? Che Italia era quella che inneggiava ai magistrati del pool, che rimaneva ipnotizzata davanti alla TV dalla diretta delle udienze del processo – Cusani, che scagliava monetine contro i corrotti in fuga? E quanto è diversa quell’Italia dall’Italia di oggi, dall’Italia delle cricche e della corruzione, degli scandali quotidiani e delle invettive contro le “toghe rosse”? Cosa è successo, in questi vent’anni?

Mani Pulite, vent’anni dopo: ovvero, la storia di una rivoluzione mancata.

Seguendo la traccia di quei pochi milioni di lire gettati nello scarico della Baggina, il pool di Borrelli iniziò a ricostruire la trama di un sistema corruttivo talmente radicato da diventare il substrato stesso dell’economia nazionale, condizionata irreversibilmente dal vulnus della “dazione ambientale” di cui Di Pietro aveva per primo intuito l’esistenza: era “normale” per gli imprenditori pagare mazzette, era “normale” per i politici intascare tangenti. Era “normale”: la tangente come prassi pacificamente osservata, la tangente come naturale punto di contatto tra interessi privati e potere pubblico.

Le indagini marciavano a tappe forzate, tra arresti, confessioni, nuovi arresti e nuove confessioni: gli imprenditori rivelavano cifre e nomi di politici corrotti; i politici coinvolti negli indagini – spesso scaricati dai compagni di partito come “isolate mele marce”- non esitavano un secondo a descrivere agli inquirenti “il resto del cestino”. I giornali scrivevano, le TV riferivano, la gente schiumava rabbia nelle strade e nelle piazze. Il puff imbottito di denaro nel salotto di villa Poggiolini; il “bottino di Bettino” tra Montecarlo e Hammamet; gli ex voto di Cirino Pomicino alla Madonna di Pompei adempiuti dagli impresari concussi; Craxi in fuga verso la Tunisia: era la sconfitta della Milano da bere; era la vittoria della “questione morale” delineata da Berlinguer nel 1981. Craxi aveva perso, Berlinguer aveva vinto: l’Italia era pronta per la rivoluzione.

E poi, cosa è successo? Da un lato, le forze della sinistra, archiviata troppo in fretta la lezione berlingueriana, hanno rinunciato a cavalcare l’ondata moralizzatrice, abbandonandosi a pallide logiche di compromesso che hanno conferito una nuova legittimazione ad alcune componenti di quel sistema che ancora non era stato debellato del tutto. D’altro lato, l’avvento di Berlusconi ha sottratto altri anticorpi ad un Paese già in ginocchio: la stampa indipendente ha smesso di essere tale, risultando sempre più asservita al volere del Capo; scelte legislative scellerate hanno di fatto reso non perseguibili una serie di fenomeni corruttivi; la continua e costante delegittimazione dell’ordine giudiziario ha minato la fiducia di parte dell’opinione pubblica nell’operato della magistratura requirente. Il sistema ha reagito: alla Rivoluzione ha fatto seguito l’ennesima Restaurazione.

E così, la storia diventa cronaca: nell’indifferenza generale, cricche e logge coperte proliferano nei piani nobili dei palazzi del potere; imprenditori senza scrupoli ridono a piena gola sulle lacrime delle vittime del terremoto; capi-partito dispensano appalti e prebende in cambio di case acquistate a loro insaputa, mentre le stime della Corte dei Conti individuano in sessanta miliardi di euro il costo complessivo della corruzione italiana.

Ma vent’anni dopo Mani Pulite, cosa rimane di quella stagione di rabbia e illusioni? Rimane il giusto plauso da tributare ad un nucleo di magistrati indipendenti, capaci di anteporre la ricerca della verità alle contingenti volontà della politica. Rimane, volendo usare le parole di Enrico Deaglio, la necessità di ricordare: “l’indignazione popolare, la società civile, l’anelito risorgimentale. E pazienza se la corruzione e la mafia sono più forti di vent’ani fa”. Già, perché vent’anni dopo Mani Pulite, rimane anche l’amarezza che sempre caratterizza il ricordo delle stagioni incompiute, delle occasioni perse, delle scelte sbagliate: l’amarezza che è destinata ad accompagnare il ricordo di un’altra rivoluzione mancata.


Carlo Dore jr.

venerdì, febbraio 03, 2012

RICUCIRE L’ITALIA, RIPARTENDO DALLA COSTITUZIONE

In questa fase particolarmente travagliata della storia del Paese, obiettivo principale delle attività svolta da Libertà e Giustizia su tutto il territorio nazionale è “ricucire l’Italia”, dopo i quindici anni di devastazione civile (istituzionale, culturale ed etica) ed economica che hanno scandito l’evolversi dell’epopea berlusconiana: “ricucire l’Italia”, intorno ai grandi temi della giustizia, delle riforme istituzionali, della formazione, della tutela dei diritti fondamentali e della libertà nell’informazione. In un’epoca caratterizzata da un preoccupante vuoto ideologico (la cui esistenza ha appena trovato conferma, a livello locale, nell’ estemporanea sortita di un politico fantasioso, che individuato nella conquista di Marte una possibile strategia di rilancio delle sorti dell’economia sarda), LeG vuole riportare questi temi al centro del dibattito politico, per offrire – di concerto con le altre associazioni da tempo in prima linea nella difesa della legalità costituzionale – una serie di proposte programmatiche alle forze di centro sinistra, impegnate nella costruzione di una credibile alternativa di governo.

“Ricucire l’Italia”: vorrei spendere alcune riflessioni su questa semplice perifrasi. “Ricucire l’Italia”: aggiungerei, “ripartendo dalla Costituzione”, da quei valori di democrazia, eguaglianza e solidarietà sociale da cui la Carta risulta permeata. La Costituzione come programma politico, la Costituzione come presupposto imprescindibile per l’elaborazione di quella “alternativa” a cui ho poc’anzi fatto cenno.

Partendo dalla Costituzione, si può ragionare di riforma della giustizia, di una giustizia in grado di assicurare una tutela efficiente, rendendo tutti i cittadini effettivamente eguali dinanzi alla legge. Si può ragionare di riforma del mercato del lavoro, ribadendo ancora una volta che la giusta considerazione delle ragioni del mercato non giustifica il radicale smantellamento di un sistema di diritti e tutele conquistato grazie a decenni di battaglie democratiche. Si può ragionare di scuola e di università, per affermare che la formazione costituisce un diritto di tutti e non un privilegio riservato a pochi. Si può ragionare di diritti della persona, di libertà nell’informazione e di tutela del territorio. E si può infine ragionare di riforma della politica, di una politica intesa non più come insieme di privilegi e rendite di posizione, ma come momento di partecipazione di tutti i cittadini all’organizzazione economica e sociale del Paese.

Iniziamo dunque a “ricucire l’Italia” partendo dalla Costituzione, incoraggiati dall’esempio di due grandi testimoni del nostro tempo: Oscar Luigi Scalfaro – il quale sosteneva che «il compito del Capo dello Stato è quello di garantire il rispetto della Costituzione su cui ha giurato. Di difenderla ad ogni costo, senza guardare in faccia a nessuno. Tra il ladro e il carabiniere non si può essere equidistanti: se qualcuno dice di esserlo, vuol dire che ha già deciso di stare con il ladro» - e Antonio Ingroia, magistrato antimafia autodefinitosi «un partigiano della Costituzione» perché «tra chi difende la Costituzione e chi cerca di violarla, violentarla, stravolgerla, so da che parte stare».

Ebbene, avviando anche a Cagliari l’attività di questa associazione, noi non abbiamo pretese di equidistanza: siamo di parte, perché stiamo dalla parte della Costituzione, i cui principi rappresentano la trama del tessuto con cui LeG intende lavorare per “ricucire l’Italia”.

Carlo Dore jr.

giovedì, gennaio 26, 2012

IN DIFESA DI ANTONIO INGROIA, PARTIGIANO DELLA COSTITUZIONE.

“Un magistrato deve essere imparziale quando esercita le sue funzioni – e non sempre certa magistratura che frequenta troppo certi salotti lo è -, ma io, confesso, non mi sento del tutto imparziale. Anzi, mi sento partigiano: partigiano non solo perché sono socio onorario dell’ANPI, ma soprattutto perché sono un partigiano della Costituzione. E fra chi difende la Costituzione e chi quotidianamente cerca di violarla, violentarla, stravolgerla, so da che parte stare”.

Le parole pronunciate da Antonio Ingroia in occasione dell’ultimo congresso del PDCI sono state giudicate inopportune dalla prima commissione del CSM, la quale ha di fatto chiesto – anche con il voto favorevole del consigliere del PD Guido Calvi – di valutare se tali dichiarazioni possano in futuro incidere sulle valutazioni relative alla professionalità del PM palermitano.

Ingroia “inopportuno”, dunque: inopportuno per voto bipartizan. Inopportuno perché “partigiano” reo confesso, inopportuno perché partigiano della Costituzione.

Ma è davvero così “inopportuno” che un magistrato da sempre schierato in prima linea tanto nella lotta a Cosa Nostra quanto nelle grandi battaglie a difesa della legalità costituzionale manifesti in maniera aperta la sua adesione ai principi della Carta? Dinanzi al tanto agognato crepuscolo di una stagione caratterizzata da quello che Giancarlo Caselli ha efficacemente definito “l’assalto alla Giustizia” messo in atto dal governo Berlusconi e dalla maggioranza che lo sosteneva, è forse il caso di interrogarsi su quale significato possa riconnettersi alla perifrasi “partigiano della Costituzione”.

A mio avviso, “partigiano della Costituzione” è il magistrato che, fedele al modello della separazione dei poteri, interpreta il principio secondo cui “i giudici sono soggetti solamente alla legge” come soggezione non alle esigenze di questo o quel capo-partito (per quanto assecondate dalla contingente maggioranza politica), ma alla legge intesa come momento di attuazione di quei valori di eguaglianza e solidarietà da cui la Carta Fondamentale è permeata, partendo dal presupposto che la soggezione alla legge implica, prima ancora, la soggezione alla Costituzione. E’ il magistrato che rifiuta l’idea di una giustizia “a due velocità”, inflessibile con gli ultimi e silenziosamente permissiva verso gli uomini di potere: che garantisce (attraverso la difesa del principio dell’obbligatorietà dell’azione penale) l’effettiva eguaglianza di tutti i cittadini dinanzi alla legge. E’ il magistrato che sanziona i comportamenti dei titolari delle cariche pubbliche che non adempiono i loro doveri con disciplina ed onore, valori troppo spesso smarriti nel folle tourbillon di cricche, faccendieri, coordinatori, agenti di spettacolo, grands commis e giovani clientes che ha scandito l’ultima fase del ventennio berlusconiano.

Ma, soprattutto, partigiano della Costituzione è il magistrato che intende la propria imparzialità come mancanza di pregiudizio, come capacità di valutare con equilibrio e rigore le varie situazioni che possono essere sottoposte all’esame dell’ufficio nel quale egli è chiamato ad operare, senza che detta imparzialità debba per forza di cose tradursi in una sorta di asettica insensibilità ai grandi temi che animano il dibattito civile.

E allora, le parole del partigiano Ingroia sono state davvero così inopportune? E’ stato davvero così inopportuno affermare pubblicamente che “fra chi difende la Costituzione e chi quotidianamente cerca di violarla, violentarla, stravolgerla so da che parte stare”?

Forse no. Forse sono state meno inopportune delle troppe incertezze, manifestate nel recente passato da alcuni settori dell’area riformista, nel difendere i magistrati in prima linea nella lotta alla corruzione ed alla criminalità organizzata dai molteplici “assalti alla giustizia” programmati dalla precedente maggioranza nell’esperienza di governo appena conclusa. Forse sono state meno inopportune delle incertezze manifestate da questi settori dell’area riformista al momento di schierarsi a difesa di un magistrato come Antonio Ingroia: partigiano “reo confesso”, in quanto partigiano della Costituzione.

Carlo Dore jr.

(http://www.carlodore.blogspot.com/)

domenica, gennaio 08, 2012

“QUELLA DI PINOCHET NON FU UNA DITTATURA”: MEMORIA CONDIVISA E CULTURA DELLA MENZOGNA.

“Quella di Pinochet non fu una dittatura”, ma un molto più tollerabile “regime militare”. Nel tentativo di consegnare al suo Cile una “memoria condivisa”, e come tale emendata da “incrostazioni ideologiche” e da “visioni parziali”, il presidente Pinera si è armato di scolorina e ha disposto la cancellazione della parola “dittatura” dai manuali scolastici destinati ai giovani studenti della Repubblica di Santiago.

Il revisionismo tipico della recente contro-cultura italica di colpo solca l’Atlantico, varca la catena andina e si diffonde nel cuore del continente americano: la destra cilena mette in esecuzione il progetto cullato dal bibliofilo Dell’Utri, che da anni propone di ripulire i libri di storia dalle pericolose contaminazioni del pensiero bolscevico, magari integrandoli con note a margine estratte dai discussi e discutibili (documento o patacca?) Diari del Duce di cui è curatore e prefatore.

“Quella di Pinochet non fu una dittatura”, la creazione di una “memoria condivisa” val bene un piccolo sacrificio in termini di verità. “Quella di Pinochet non fu una dittatura”: meglio stemperare, smussare soprassedere, sminuire. Meglio stendere una rassicurante, grigia cappa di oblio sulle bombe che rasero al suolo il palazzo de La Moneda, sulle torture del lager di Pisagua, sui voli della morte, sugli eccidi di massa perpetrati all’interno del Estadio Nazional, dove le grida degli oppositori falcidiati dalle mitragliatrici si confondeva con il rumore metallico delle pallottole e con il suono gutturale delle risate sparate senza soluzione di continuità dai boia in divisa verde, mentre un insopportabile effluivio di alcool, sudore, sangue, sigarette americane, violenza e disperazione si diffondeva nel cielo sopra Santiago.

L’odore della paura, l’odore della morte, l’odore della dittatura.

“Quella di Pinochet non fu una dittatura”: meglio che la gente dimentichi, che non sappia, che non continui a ricordare. Pinera recepisce il ragionamento di Berlusconi: Pinochet, al pari di Mussolini, può al massimo essere definito come un despota “benigno” che al massimo mandava gli oppositori in vacanza al confine. “Quella di Pinochet non fu una dittatura”: questa è la pietra angolare della “memoria condivisa”, una cattedrale di cartapesta costruita nel cuore del deserto della menzogna.

Già, perché sotto la cappa grigia del negare ad ogni costo continua ad agitarsi un fantasma inafferrabile: un fantasma fatto di ricordi, di musica, di libri, di parole. Le parole di quanti non hanno mai smesso di praticare quello che Gherardo Colombo ha efficacemente definito “il fantasma della memoria”; le parole di Patricia Verdugo, cronista implacabile degli anni in cui il Cile era soggiogato all’artiglio del Puma; le parole di Victor Jara, poeta e cantautore trasformato nel fantasma di una libertà lontana e perduta; le parole scandite sulle note degli Inti Illimani, colonna sonora senza fine di una stagione di fuoco e sogno; le parole di Pablo Neruda, poeta dell’amore che voleva cambiare il mondo; ma, soprattutto, le parole gettate con coraggiosa indifferenza da Salvador Allende in faccia ai gerarchi della giunta militare, benedetti da Roma come da Washington: siete tutti compromessi, la Storia vi giudicherà.

Già, la Storia. La Storia ha da tempo emesso il suo giudizio, separando la ragione del torto, le vittime dai carnefici, la legittima difesa di un’idea dalla bieca cultura della sopraffazione. La Storia ha emesso il suo giudizio, e la parola “dittatura” è stata impressa a fuoco sulla copertina di ogni libro dedicato al golpe del 1973, all’assalto alla Moneda ed al regime di Pinochet: immutabile ed insensibile alla scolorina di Pinera come alle patacche di Dell’Utri; alle ardite acrobazie verbali di quanti tentano di costruire la cattedrale della “memoria condivisa” nell’instabile deserto della cultura della menzogna.

Carlo Dore jr.