giovedì, aprile 11, 2013

LE MILLE INSIDIE DEL “COMPROMESSO A-STORICO”


Proprio mentre viene data alle stampe una nuova antologia dei più importanti interventi di Enrico Berlinguer (corredata da un'illuminante prefazione di Miguel Gotor), il richiamo del Capo dello Stato all'esperienza del 1976 ed al tentativo di “desistenza” condotto da Democrazia Cristiana e Partito comunista riporta di nuovo la stagione del compromesso storico al centro del dibattito politico. E' possibile individuare in un nuovo patto di reciproca legittimazione tra le principali forze in campo (patto destinato a risolversi in un'intesa di ampio respiro che ricomprende la scelta del nuovo Presidente della Repubblica, la formazione di un “governo di scopo”, la revisione della seconda parte della Costituzione e la riforma della legge elettorale) la soluzione della crisi istituzionale che al momento paralizza il Paese? Sono davvero maturi i tempi per un nuovo “compromesso storico”, con Berlusconi e Bersani (sempre più isolato nella sua determinazione di rifiutare la prospettiva di un “patto col diavolo”) nei panni che furono di Moro e Berlinguer?

L'ottimismo degli sherpa berlusconiani e della sempre più nutrita schiera di pontieri democratici collide apertamente con lo scetticismo manifestato sul punto da storici, politologi e costituzionalisti, ai quali non sfugge il (per certi aspetti, maldestro) tentativo di decontestualizzare una delle più belle pagine della storia recente al fine di attribuire una parvenza di dignità morale ad un'operazione poco digeribile per gran parte dell'opinione pubblica.

Uniti dalla condivisione dell'esperienza dell'Assemblea costituente (e reciprocamente vincolati dal “patto tra uomini liberi” consacrato attraverso l'approvazione della Carta Fondamentale), DC e PCI avviarono un percorso di superamento del sistema di blocchi che caratterizzava il sistema politico dell'Italia del dopoguerra sulla base di una serie di presupposti comuni: l'anima popolare propria di entrambi i partiti; la vocazione solidaristica che animava tanto il socialismo quanto il cattolicesimo democratico; la concorde percezione della necessità di difendere la democrazia dalla minaccia di un'imminente deriva autoritaria, ispirata ora al modello greco, ora al modello cileno. DC e PCI erano figli della stessa storia, erano il prodotto di una matrice comune che giustificava e sosteneva il compromesso storico: la capacità di rappresentare le due anime della cultura democratica sviluppatasi dopo la lotta di liberazione.

Proprio la mancanza di una matrice culturale comune preclude, per contro, la configurabilità di un analogo compromesso tra il PDL e quel che resta dell'area democratica, protagoniste di uno scontro lungo vent'anni e tutto incentrato sulla figura di Silvio Berlusconi, icona di quella “politica personalizzata” che ha ridotto l'Italia alla triste condizione di democrazia minore. Non una storia comune, ma un conflitto tra storie, consumatosi tra leggi ad personam e cene eleganti, mercati impazziti e faccendieri senza scrupoli, logiche impunitarie e parlamentari precettati per l'occupazione dei palazzi di giustizia. Sulla base di queste riflessioni, ecco che le larghe intese invocate da Napolitano non possono che apparire incompatibili con le posizioni assunte dalla sinistra italiana nel recente passato, assumendo i connotati non di un nuovo compromesso storico, ma di un tanto illogico quanto pericoloso compromesso “a-storico”.

Se si segue questa linea di ragionamento, emerge dunque come l'accordo di ampio respiro prospettato da Berlusconi si esaurisca in un lucido baratto da consumarsi sulle ceneri di quegli stessi principi della Carta Fondamentale che tante volte ne hanno limitato le ambizioni: la fiducia ad un esecutivo di corto respiro – destinato per forza di cose a sgretolarsi tra le mille turbolenze di una legislatura di transizione - in cambio del tanto agognato salvacondotto, e della designazione di un Capo dello Stato “non ostile” alla futura approvazione di altre norme su misura. Una prospettiva che le forze progressiste sono oggi chiamate a scongiurare, sia per fedeltà ad una storia che non merita di essere sacrificata sull'altare del potere, sia per banale istinto di sopravvivenza.

Una prospettiva da scongiurare, procedendo alla nomina di un Presidente della Repubblica qualificabile – più che come figura “ampiamente condivisa” - come un autentico guardiano della Costituzione. Un guardiano della Costituzione capace di tutelare l'integrità delle istituzioni dinanzi ai rigurgiti reazionari che la crisi politica in atto rischia di produrre; un guardiano della Costituzione, in grado di difenderne i principi dalle mille insidie che si celano nelle pieghe del compromesso “a-storico”.

Carlo Dore jr.
(articolo pubblicato su cagliari.globalist.it)

sabato, marzo 23, 2013

TOCCA A PIERLUIGI, MAGO A META'


Pierluigi Bersani percorre in solitudine la discesa che, dal Quirinale, si dipana verso l'ingresso della Camera dei Deputati: in solitudine, con la consapevolezza che solo una magia potrà favorire l'ascesa dei progressisti al governo di un Paese attanagliato dall'autoritarismo egocratico di Berlusconi e dal populismo reazionario di Grillo; in solitudine, affidando le speranze di cambiamento di un popolo intero alla luce che muore tra i tetti di Roma; in solitudine, con le mille fazioni di un partito mai unito pronte a rivendicare lo scalpo di un segretario troppo “a sinistra” per farsi amare dai cantori del nuovo che avanza; in solitudine, come chi combatte da anni con l'ingrata (e forse ingenerosa) etichetta di “mago a metà”.
            Pierluigi, mago a metà: abile ad intuire per primo i rischi insiti nella strategia veltroniana del partito liquido, ma non abbastanza deciso nel contrastare la corsa dell'ex sindaco di Roma alla guida del partito; determinante per porre fine all'ultima epopea berlusconiana, ma poco risoluto nell'orientare la gelida azione dei tecnici di governo; risoluto nel neutralizzare l’intifada dei rottamatori, ma poco incisivo nel momento di sovrapporre la serietà della sua proposta politica ai latrati del duetto tra comici. La magia inizia, ma pare spezzarsi sul più bello: serietà e competenza non sembrano argomenti paganti nell'epoca della politica-spettacolo, e Pierluigi si ritrova da solo, a fare i conti con la maledizione del mago a metà.
            Mentre completa il percorso tra il Quirinale e Montecitorio, Bersani inizia ad esplorare le macerie di un sistema politico prossimo al collasso: Renzi affila le armi, in attesa di un'altra rottamazione annunciata; Grillo scaglia l'ennesimo anatema via web, scatenando gli istinti bellicosi dei suoi sempre meno convinti adepti; Berlusconi risfodera la maschera dello statista per proporre un altro patto scellerato, manifestando la disponibilità a barattare un pugno di voti con un salvacondotto in grado di paralizzare definitivamente l'azione delle Procure. Il mago a metà scuote la testa, indifferente ai malumori della sempre più nutrita pattuglia di dissidenti: le istituzioni non sono un mercato delle vacche, con il PDL non possiamo trattare.
            Ma i numeri continuano a palesare la cruda realtà dei fatti: sulla carta, la maggioranza proprio non c'è, per governare serve una magia. Bersani lancia un'altra occhiata verso il cielo di Roma: la luce non è ancora scomparsa del tutto, un filo di speranza è ancora intatto. Bisogna tentare, vale la pena di tentare: lo chiedono i militanti presentatisi in massa alle primarie per rivendicare l'orgoglio che deriva dall'appartenenza ad una storia collettiva; lo chiedono i milioni di cittadini che, sostenendo il Partito democratico, hanno dimostrato di credere che il modello di “Italia giusta” declinato durante la campagna elettorale coincidesse con la prospettiva di un'Italia migliore; lo chiede un Paese costretto a vivere da anni sul baratro di una crisi senza ritorno, pericolosamente sospeso tra la prospettiva di una svolta democratica e quella, assai più inquietante, di una deriva autoritaria.
            E allora, avanti con gli otto punti: avanti con un programma  ispirato ai valori della legalità, della moralità e della giustizia sociale, avanti con il tentativo di coinvolgere le coscienze libere presenti tra gli scranni di Palazzo Madama in un progetto di cambiamento non più derubricabile a mero libro dei sogni. Coinvolgere le coscienze libere in un effettivo progetto di cambiamento: sarebbe una magia. Tocca Pierluigi, mago a metà.

Carlo Dore jr.
(articolo pubblicato su cagliari.globalist.it).

venerdì, marzo 01, 2013

LA FUGA DELL’ETICA DALLA PIAZZA CHE VUOLE I COLONNELLI

La notizia è di quelle destinate a terremotare il sistema politico di qualunque democrazia occidentale: Sergio Di Gregorio – il rubicondo senatore napoletano, già presidente della Commissione difesa di Palazzo Madama e leader dell’associazione “Italiani nel Mondo” – confessa di avere ricevuto, nel non lontano 2006, tre milioni di euro per transitare da IDV al PDL, facendo così mancare il suo appoggio al traballante esecutivo allora presieduto da Romano Prodi. Delegato al pagamento: Walter Lavatola, insostituibile factotum tra Arcore e Palazzo Grazioli e infaticabile globe trotter verso l’oceano di Santa Lucia; committente, per forza di cose, Silvio Berlusconi, che nella forza persuasiva del suo immenso potere economico ha da sempre individuato lo strumento privilegiato di moltiplicazione dei propri consensi.

Miliardari e faccendieri, banconote che girano e senatori a la carte, la magistratura che indaga sulla base di una confessione: sarebbe legittimo aspettarsi una massa di gente indignata che invade le piazze invocando giustizia e legalità, sarebbe legittimo aspettarsi una presa di distanza da parte dei vari esponenti del PDL rispetto alle logiche padronali del loro capo politico, sarebbe legittimo attendersi una netta mobilitazione, da parte di tutte le istituzioni, a presidio dell’autonomia degli inquirenti.

Sarebbe legittimo aspettarsi un sussulto di etica: ovunque, ma non qui, non da noi. Non in questa Italia, all’indomani di un voto che ha confermato la scarsa qualità democratica di un Paese soggiogato dal culto dell’Uomo forte; non in questa Italia, in cui le grandi questioni della lotta alla corruzione e della moralità politica sono violentemente oscurate dalle gag sul rimborso dell’Imu e del reddito di cittadinanza; non in questa Italia, dove la comprensione dei principi costituzionali è diventata un lusso per pochi, dove i richiami alla difesa della legalità svaniscono in un florilegio di battute da osteria.

La piazza si schiera, ma dalla parte sbagliata: l’arroganza del corruttore viene accolta con un misto di applausi e grasse risate. La piazza sghignazza e tuona: non vogliamo serietà, non vogliamo legalità, vogliamo i colonnelli contro il cancro della magistratura bolscevica.

L’etica è fuggita, vogliamo i colonnelli.

Si mobilita l’ANM, offesa e annoiata dall’ennesima batteria di insulti sparati via etere dagli oplites del Cavaliere; si mobilitano le Associazioni, da sempre in prima linea per riaffermare l’attualità dei principi della Carta fondamentale; si mobilitano i militanti del centro-sinistra, ostili a qualunque forma di compromesso con quanti basano il consenso politico sulle varie forme di delegazione di pagamento, degradando il dibattito parlamentare a squallido baratto da fiera domenicale.

Ci mobilitiamo tutti, come nel 2001, come nel 2009, come sempre in questi vent’anni. Ci mobilitiamo tutti, ma la nostra disperata richiesta di etica risuona sempre più flebile nella piazza occupata militarmente dalle truppe di questo o di quell’uomo forte, avide di proposte ad effetto, di slogan urlati a pieni polmoni, di barzellette fuori posto. E inizia ad insinuarsi tra di noi, gelida ed incalzante, l’ombra di un sospetto: che l’etica abbia definitivamente abbandonato questo povero paese privo di qualità democratica; che per l’etica non ci sia più posto nella piazza che vuole i colonnelli.

Carlo Dore jr.

(Articolo pubblicato su cagliari.globalist.it )

lunedì, febbraio 18, 2013

L'ITALIA GIUSTA, IL DUETTO TRA COMICI E L'ANELLO DEL DITTATORE


Introduzione all'incontro su "Legge elettorale e legge sui partiti: crisi di rappresentanza e prospettive di riforma della politica", svoltosi a Cagliari il 18 febbraio 2013


In una delle tante piazze sparse per la bassa trevigiana, la voce stridula di un comico genovese tenta di squarciare il velo di torpore che attanaglia il consueto manipolo di fedelissimi accorso per assistere all'ultimo comizio-cabaret: "eliminiamo i sindacati, difensori di parassitarie rendite di posizione"; "liquidiamo due delle tre reti RAI, teniamoci un solo canale di Stato"; "temiamo la magistratura, che persegue gli innocenti e difende i delinquenti"; ma soprattutto: combattiamo contro i partiti, tutti sono ladri, tutti rubano nella stessa maniera". Applaudono gli indignados della rete, pericolosamente esaltati come i milites radunati sotto il fatal balcone; si moltiplicano i "like" al dio del Blog: il comico fa presa, miete consensi e non ammette dissensi.

In uno dei tanti studi televisivi sparsi tra Cinecittà e Segrate, un comico milanese inonda le frequenze con i numeri ad effetto del suo antiquato repertorio: la magistratura comunista è il cancro della democrazia, da estirpare a colpi di leggi ad personam; le tasse inique dei tecnici affamatori verranno restituite pronta cassa, magari con l'aggiunta di un buono per i programmi di Mediaset premium; se si esclude l’infelice parentesi delle leggi razziali, il fascismo rimane un’esperienza di governo sostanzialmente positiva; ma soprattutto, le tangenti sono una prassi della moderna economia, una realtà da assecondare senza inutili moralismi, superabili in ogni caso attraverso il ripristino dell'immunità parlamentare.

Applaudono i nostalgici del ventennio, esaltati dall’ennesima riabilitazione di fez e camice nere; applaudono faccendieri di varia estrazione e formazione, arricchitisi per anni grazie alle connessioni tra politica corrotta e cattiva economia; applaudono i teorici della politica basata sul culto dell’uomo forte, da sempre allergici all’osservanza di quel sistema di check and balances che costituisce la base di ogni forma di convivenza democratica. Il comico promette, illude, giura e spergiura: la politica assolve e si autoassolve, tutti sono uguali nella ricerca dell'impunità.

Tutti sono uguali, tutti rubano nella stessa maniera: una singolare e paradossale vicinanza di argomenti lega il tycoon del drive in e il guru del v-day, un unico spartito che accompagna il duetto tra comici.

Dal palco di una delle tante manifestazioni che attraversano l'Italia, Pierluigi Bersani descrive a una piccola fetta di Paese il suo modello di "Italia giusta", promettendo lenzuolate su lavoro e legalità, lotta all'evasione fiscale, ripristino del reato di falso in bilancio e abrogazione delle leggi ad personam. Con un'importante postilla: non siamo tutti uguali, chi crede nell'Italia giusta non ha ancora smesso di perseguire il sogno di un'Italia migliore. Chi crede nell'Italia giusta non partecipa ai duetti tra comici.

Eppure, se si scorrono le pagine dell'ultimo libro di Marco Revelli, si rileva come, nel biennio 2011/2013, il centro-sinistra è rimasto, seppure parzialmente, coinvolto nella crisi di rappresentanza e nella erosione di consensi che ha investito PDL e Lega. Anche sulla credibilità del centro-sinistra ha pesato la diffusa percezione di un'eccessiva "distanza" tra partiti e determinati settori della società civile (distanza alimentata dalle storture di una legge elettorale che oblitera di fatto il rapporto fiduciario elettore-eletto a favore del meccanismo delle delega in bianco) e della conseguente difficoltà dei partiti a rappresentare, in seno alle istituzioni, le istanze che promanano da tali realtà; hanno pesato le troppe opacità relative alla "zona grigia" tra politica e settori del credito, e alcune scelte improvvide nella selezione delle candidature. Hanno pesato, in definitiva, le troppe incertezze manifestate dai progressisti italiani nel rimarcare la loro intrinseca "diversità" rispetto alle altre forze che attraversano il palcoscenico della politica italiana al crepuscolo della Seconda Repubblica.

Come si riesce a superare questa crisi di rappresentanza? Come si riesce a far calare il sipario sul duetto tra comici? Non ci si riesce, senza una decisa inversione di rotta sui temi eticamente sensibili della crisi dei partiti e della crisi della politica. Non ci si riesce senza una proposta di riforma della legge elettorale in grado di determinare il giusto equilibrio tra rappresentatività e governabilità, e di neutralizzare così la vulgata che descrive il Parlamento come una polverosa "casta di nominati"; non ci si riesce senza una legge sui partiti che possa dare piena attuazione all'art. 49 della Costituzione, e restituire ai partiti stessi la loro naturale funzione di strutture preposte a permettere ai cittadini di partecipare, con metodo democratico, alla determinazione delle grandi scelte di politica nazionale.

Criteri rigorosi per la selezione delle candidature; codici etici che (in linea con la scelta operata da Umberto Ambrosoli per la formazione delle liste nella regione Lombardia) prevedano la cessazione dalle cariche interne e l'obbligo morale delle dimissioni per tutti gli esponenti di partito rinviati a giudizio per delitti non riconducibili alla categoria dei reati di opinione; bilanci certificati ed accessibili a tutti i cittadini, tramite i quali sia possibile individuare la ragione giustificativa dell'impiego di tutte le risorse provenienti dalle varie forme di finanziamento pubblico: non si tratta di scelte rivoluzionarie, ma di misure semplici, ed attuabili nei primi cento giorni della nuova legislatura.

Misure idonee a restituire agli elettori la fiducia nei partiti, di nuovo intesi come centri di formazione politica e di selezione della classe dirigente; misure necessarie per rimarcare la diversità dell'Italia giusta rispetto al leith-motiv del "tutti sono uguali, tutti rubano nella stessa maniera"; ma soprattutto, misure indifferibili per salvagurdare la qualità democratica di un Paese pericolosamente in rotta verso il baratro del populismo plebiscitario alimentato dagli sberleffi del comico genovese, verso il nichilismo figlio della cultura autoritaria di chi, superando le gag da vecchio comico milanese, non ha mai nascosto la sua disponibilità a baciare l’anello di un dittatore.

Per questi motivi, è fondamentale che i partiti del centro-sinistra pongano il tema della riforma della politica al centro del loro programma di governo: perché, come in ogni opera che si rispetti, al duetto tra comici potrebbe fare seguito l’autodafé all’anello del dittatore.

Carlo Dore jr.

venerdì, febbraio 08, 2013

LA PASSIONE PER LA LEGALITA' E LA NOTTE DELLA REPUBBLICA

Testo dell'intervento programmato nell'ambito dell'iniziativa "Vivere di legalità" in memoria di Peppino Impastato, svoltasi a Cagliari il giorno 8/2/2013

Non è mia intenzione, in questa sede, proporre un ulteriore ricordo di Peppino Impastato, descrivere il suo cammino di coraggio e speranza percorso lungo i "cento passi" che lo separavano dalla casa di don Tano Badalamenti, esaltare la folle lucidità che lo spinse a ribellarsi all'equilibrio omertoso tra "potere sociale" e "potere criminale" in essere tra Cinisi, Palermo e quegli ambienti della politica romana convinti del fatto che “con la Mafia si deve convivere”.

No, vorrei inquadrare la figura di Impastato nell'ambito di un contesto più generale, quello animato dalla perenne contrapposizione tra le "grandi passioni" e "la Notte della Repubblica". La Notte della Repubblica è infatti l'ordito del grandioso "Romanzo criminale" in cui si traduce la storia italiana del dopoguerra: è una notte strana, fatta di strade vuote e di lacrime figlie di sogni spezzati, di Renault rosse e di grandi sussulti democratici, del sangue di leali servitori dello Stato e del silenzio che segue l'esplosione di una bomba.

La Notte della Repubblica copre, la Notte della Repubblica assorbe, la Notte della Repubblica, a volte, uccide.

E' nella più nera Notte della Repubblica, quella del 9 maggio 1978, che Peppino Impastato scompare, vittima consapevole della scelta di non genuflettersi dinanzi ad alcuna Cupola; Peppino muore da solo, nella stessa Notte della Repubblica che avvolge il cadavere di Aldo Moro, colpevole di avere intrapreso un percorso di cambiamento non compatibile con le logiche imperialiste di un Mondo ancora diviso in blocchi. Impastato e Moro, soli nella Notte della Repubblica: lo stesso destino che, un anno dopo, attende Giorgio Ambrosoli, fedele fino all'ultimo alla sua condizione di civil servant chiamato a fare politica "per lo Stato, e non in nome di un partito".

Impastato, Moro e Ambrosoli: se è vero, come sosteneva Rocco Chinnici, che "un unico filo rosso lega tutti i grandi delitti", viene allora da chiedersi quale sia il punto di contatto tra tre personaggi così distanti tra loro per cultura, formazione, collocazione ideologica. Volendo parafrasare le parole del filosofo Remo Bodei, potremmo forse rispondere che questo punto di contatto deve essere individuato nelle grandi passioni: nella "passione rossa" di un comunista anti-sistema come Impastato, e del suo messaggio di ribellione affidato alle onde di Radio Out; nella "passione bianca" di un cattolico democratico come Moro, e del suo tentativo di perseguire la strategia del compromesso in faccia ai rigurgiti reazionari che, in quegli anni,alimentavano la strategia della tensione; nella "passione grigia" di un conservatore come Ambrosoli, e nel suo intendimento di svelare tutte le trame di un sistema finanziario malato, indifferente al prezzo che l’adempimento del suo dovere gli avrebbe imposto di pagare.

Persone diverse, ideali diversi, passioni diverse, unite però da un minimo comune denominatore: la passione per la legalità, la volontà di far prevalere il "potere" fondato sulla legge ed esercitato dalle istituzioni democratiche rispetto al potere inteso (secondo la Corte d'Assise di Milano) come insieme di amicizie influenti, complicità, appoggi politici, disponibilità di denaro, tendenza al ricatto, alla corruzione e all'intimidazione.

Ecco, in una stagione caratterizzata da un generalizzato senso di sfiducia verso le Istituzioni, in cui la bandiera della legalità viene impropriamente ed inopportunamente degradata a mero strumento di moltiplicazione del consenso, l'esempio di Impastato, Moro ed Ambrosoli si colora di un significato nuovo e, se possibile, ancora più intenso: la passione per la legalità non ha bandiere nè colore, e non si presta ad essere piegata a basse esigenze di fazione. La passione per la legalità è la luce che guida persone tra loro lontane nella ricerca di un futuro migliore di questo triste presente, la luce che riesce, da sola, a squarciare per un attimo il velo di tenebra della Notte della Repubblica.

Carlo Dore jr.

giovedì, gennaio 03, 2013

CALMANDREI, INGROIA E L’ANTIMAFIA DEL “GIUDICE GIUSTO”



Qualcuno, ai tempi del fascismo, lo chiamava “il pretore rosso”. E non era, in realtà, né rosso né bigio: era soltanto una coscienza tranquillamente fiera, non disposta a rinnegare la giustizia per fare la volontà degli squadristi che invadevano le aule. Era semplicemente un giudice giusto: e per questo lo chiamavano rosso (perché sempre, tra le tante sofferenze che attendono il giudice giusto, vi è anche quella di sentirsi accusare, quando non è disposto a servire una fazione, di essere al servizio della fazione contraria>>.
            Chissà se le parole utilizzate da Calamandrei per descrivere la figura di Aurelio Sansoni (il “pretore rosso” che opponeva la forza del diritto alla protervia dei Moschettieri del Duce) hanno sfiorato la mente di Antonio Ingroia mentre, nel presentare la sua lista di “Rivoluzione civile”, avocava a sé il “primato dell’antimafia”, rivendicando il monopolio assoluto dell’eredità morale di Falcone e Borsellino.
            Abbandonato in tutta fretta  - tra lo stupore di colleghi ed osservatori internazionali - il prestigioso incarico affidatogli dall’ONU in Guatemala, l’ex Procuratore di Palermo non ha risparmiato i riferimenti polemici al PD (rilevando la scarsa incisività delle proposte elaborate dal partito di Bersani in tema di legalità e lotta alla criminalità organizzata) e al neo-candidato democratico Piero Grasso, asceso, a suo dire, al vertice della procura nazionale antimafia grazie ad una legge “appositamente confezionata da Berlusconi per sbarrare l’accesso alla superprocura” ad un candidato scomodo come Giancarlo Caselli.
            Insomma, le parole di Ingroia aprono un nuovo fronte polemico all’interno della sinistra italiana, la quale si trova ora impegnata in un imprevisto ed imprevedibile “derby dell’antimafia”, con il consueto corollario di accuse, controaccuse, dubbi ed intrerrogativi proposti da attivisti e militanti attraverso i giornali e i social network: è “più antimafia” il PM che per primo ha svelato al Paese l’esistenza di una trattativa tra Stato e Cosa nostra durante la stagione delle stragi, o il Procuratore che ha condotto Provenzano alla sbarra? E’ “più antimafia” il partito di Rosario Crocetta e Rita Borsellino, o il movimento in cui milita il figlio di Pio La Torre? E soprattutto, chi, tra Ingroia e Grasso, è in grado di rappresentare meglio l’ideale di legalità che ha animato la riscossa civica di un Paese allo sbando, dopo gli attentati di Capaci e Via D'Amelio?
            Lo scenario che fa seguito all’impietoso “j’accuse” di Ingroia risulta però denso di zone d’ombra, la cui esistenza risulta innegabile anche per chi, in questi anni, del Partigiano della Costituzione ha sempre apprezzato il coraggio e sostenuto le battaglie a difesa dei principi della Carta Fondamentale. Si avverte infatti, vicino ed incombente, il pericolo che il tema della lotta a Cosa Nostra venga degradato da grande questione nazionale a mera bagarre da campagna elettorale, che l’icona di Falcone e Borsellino venga spesa nell'ossessiva ricerca di un misero pugno di voti, che questo incomprensibile "derby dell'antimafia" finisca col ridare persino fiato ai trombettieri della destra berlusconiana, sempre pronti a etichettare i brillanti risultati investigativi conseguiti dalla Procura di Palermo come “pure strumentalizzazioni delle toghe politicizzate”.
             Ecco allora tornare d’attualità il pensiero di Calamandrei, dal quale forse si può ricavare il modello di antimafia a cui si ispirerebbe “il giudice giusto”, qualora questi decidesse di affrontare il problema della repressione del crimine organizzato dalla prospettiva del legislatore. Così ragionando, infatti, anche l’antimafia non può considerarsi “né rossa né bigia”, non costituisce materia manipolabile in ragione delle esigenze di fazione. Essa impone a uomini della levatura di Grasso e Ingroia l’onere di abbandonare la dimensione della polemica sterile per accedere a quella, assai più nobile, dell’elaborazione costruttiva: di aprire, in altri termini, un confronto sull'individuazione degli strumenti più idonei (riforma del sistema delle impugnazioni; interruzione della prescrizione dopo il rinvio a giudizio; innalzamento dei termini di prescrizione per i reati connessi alla criminalità economica; regolamentazione del fenomeno dell’autoriciclaggio) per contrastare efficacemente il fenomeno mafioso.
             Dalla polemica alla proposta: il modello del "giudice giusto" può dunque costituire un utile riferimento per riportare i temi della legalità e della lotta al crimine organizzato al centro del dibattito politico, interrompendo sul nascere il pericoloso "derby dell'antimafia" che rischia di lacerare le varie anime della sinistra italiana alla vigilia del voto.
                                                                                                                       Carlo Dore jr.

venerdì, novembre 30, 2012

PERCHE' BERSANI


“Perché Bersani?” Mi chiedono tanti amici sparsi per la città, o mobilitati lungo le frontiere virtuali dei social network. Perché affidarsi ad un esponente della “vecchia guadia”, dell’apparato, della “nomenklatura” quando si può scegliere la freschezza ridondante e vagamente stucchevole di un candidato “giovane” e “nuovo”, ancorché pericolosamente basculante sul mobile confine che separa il concetto di rinnovamento da quello (assai meno nobile” di nuovismo? Perché ripiegare sulla tradizione, dinanzi all’opportunità di rompere con il passato recente e di aprire una fase nuova, governata da protagonisti accattivanti nel loro disinvolto look da happy hour?

“Perché Bersani?”. La mia risposta suona drammaticamente complessa nella sua paradossale semplicità: per il nostro passato, e per il nostro futuro.

Nel bel mezzo del “post-ideologismo”, di una fase storica nella quale concetti fondamentali come “solidarietà”, “eguaglianza”, “giustizia sociale”, destra e sinistra sfumano pericolosamente dinanzi alle fredde logiche di Sua Maestà il Mercato, Bersani comunica il senso di appartenenza a una storia: la storia che unisce tre generazioni lungo la sottile linea rossa dell’antifascismo e della lotta partigiana, della Costituzione e della democrazia parlamentare, delle grandi battaglie per i diritti dei lavoratori e della lunga marcia verso un socialismo di dimensione europea. La storia della sinistra italiana, la nostra storia: un valore non rottamabile in ragione di una discutibile idea di cambiamento, il presupposto imprescindibile per la costruzione di un futuro diverso da questo triste presente.

Già, il futuro: ai miei occhi, Bersani incarna un’idea di futuro, o, se si preferisce, declina un modello di “cambiamento possibile” in un Paese costretto da un nocchiero incapace ed ebbro a navigare per vent’anni all’inseguimento di uno sciame di favole: la favola del milione dei posti di lavoro, dei ristoranti pieni e del boom nel consumo di cosmetici; la favola dell’efficentismo di Bertolaso, affogata tra le risate degli imprenditori pronti a lucrare sulle lacrime del popolo aquilano; la favola della nipote di Mubarak, ennesimo sfregio arrecato alla dignità di un Parlamento perennemente asservito alla logica del “ghe pensi mì”.

Il tempo del leaderismo plebiscitario volge oggi al termine, spazzato via dal vento di una crisi che non accenna ad allentare la sua morsa sull’Europa: rimane spazio solo per un salutare bagno di realtà, e per quel “cambiamento possibile” di cui Bersani cerca di farsi interprete, liquidando con una battuta ad effetto gli artifizi verbali dei funambolici venditori di sogni. Realtà, realtà, realtà: Bersani non incanta, ragiona; non fa proclami, snocciola dati e propone soluzioni; al carisma dell’uomo solo al comando contrappone la consistenza di un progetto collettivo.

Più tutele per i lavoratori senza certezze; più attenzione alle esigenze di un sindacato troppo spesso abbandonato ad urlare la sua rabbia al cielo di una piazza vuota; più solidarietà per i figli degli immigrati nati in Italia, da qualificare a tutti gli effetti come cittadini italiani; più moralità per un Paese assuefatto alla corruzione, attraverso il ripristino del reato di falso in bilancio ed un’ulteriore revisione delle norme relative alla criminalità economica; più giustizia sociale per ridurre le troppe disuguaglianze di un Paese sempre meno solidale. Lavoro, diritti, solidarietà, moralità giustizia sociale: ecco l’Italia che Bersani ha in mente, ecco la prospettiva di “cambiamento possibile” che può caratterizzare il nostro futuro.

Il profondo di appartenenza ad una storia che non sono disposto ad archiviare o a rottamare, l’adesione ad un progetto collettivo, l’orizzonte di un cambiamento possibile sono le ragioni della mia scelta, le ragioni che stanno alla base della mia risposta all’interrogativo: “perché Bersani?”. Per il nostro passato, e per il nostro futuro: ecco perché Bersani.

Carlo Dore jr.

lunedì, novembre 12, 2012

DA BERLUSCONI A DI PIETRO: LA PARABOLA DEL "PARTITO PERSONALE"

Questa storia ha inizio in una fredda sera del gennaio del 1994, in un Paese squassato dalle bombe, dilaniato dal morso di una crisi economica senza precedenti, oppresso dal collasso di un sistema corruttivo destinato a travolgere, nel suo rapido agonizzare, tutti gli apparentemente intoccabili depositari dell’assetto di potere benedetto dall’ombra del muro di Berlino. Ha inizio nel momento in cui un imprenditore milanese con la passione per le tv, il calcio, le tombe egizie, gli stallieri siciliani e le ballerine del drive in decideva di “scendere in campo” alla ricerca del suo personalissimo “miracolo italiano”.

Ripercorrendo oggi i fotogrammi del primo dei tanti videomessaggi con cui il Cavaliere ha scandito il ventennio del suo sultanato, si comprende come, in quella sera di gennaio, non si consumava solo il rito fondativo del regime mascherato destinato a far retrocedere l’Italia, tra i sorrisi al vetriolo dei leader di tutta Europa, alla triste condizione di “stato semi libero”. No, quella sera accadeva qualcosa di peggio: quella sera si completava un processo degenerativo già avviato durante la grandeur di Bettino Craxi, il processo volto alla trasformazione della realtà “partito” da soggetto collettivo in strumento utile ad assecondare la voluntas dell’uomo solo al comando.

Insomma, un nuovo fantasma iniziava a prendere possesso della Penisola: il fantasma del “partito personale”, mostro di ingegneria politica elaborato al chiuso degli uffici di Publitalia. Le articolazioni proprie dei partiti tradizionali venivano spazzate via in un battito di ciglia, e con esse l’ambizione degli iscritti di concorrere, attraverso il partito, a determinare con metodo democratico la politica nazionale. Il partito cambia pelle: dismette la sua funzione di luogo di elaborazione programmatica e di centro di selezione della classe dirigente, per assumere quella di megafono delle decisioni del Capo, trovando la propria ragion d’essere esclusivamente nella fidelizzazione del popolo al leader. Nome, simbolo, candidature, esclusioni: ovunque è il marchio del Capo, quasi a configurare il partito quale mera propagazione dell’Io fondante.

La risposta delle opposizioni al dilagare del “partito personale” non si è però tradotta in una strenua difesa della partecipazione collettiva, nella riaffermazione di progetti politici di ampio respiro: questa reazione si è paradossalmente tradotta nella ricerca di una semplificazione del sistema derivante dalla creazione di nuovi partiti personali, nel tentativo di contrapporre alla leadership economica di Berlusconi la leadership etica, morale, moralistica o protestatoria di altri personaggi di riferimento.

In questa prospettiva, ecco sorgere il PD di Veltroni, contenitore antiideologico archiviato grazie alla svolta socialdemocratica di Bersani; ecco fiorire e sfiorire SEL, legata a doppio filo alle sorti della narrazione vendoliana; ecco incedere prepotente IDV, la cui vocazione moralizzatrice ha ben presto perso vigore dinanzi alla gestione familista ed egoratica imposta da Di Pietro; ecco apparire e scomparire la rottamazione di Renzi, ultimo prodotto della politica basata sul fascino del One man show.

Ma a vent’anni di distanza da quella notte di gennaio, la parabola del partito personale sembra avere iniziato la sua parabola discendente: l’implosione della stella berlusconiana ha trascinato nel suo declino quel che resta IDV - incapace per sua natura di trasformare la protesta in proposta -, mentre il fuoco innovatore che aveva animato Vendola e Renzi si affievolisce per la mancanza di un progetto degno di tale nome. A vent’anni di distanza da quella notte di gennaio, un clamoroso vuoto di rappresentanza pone di fatto la politica italiana dinanzi ad un bivio: abbandonarsi al nichilismo telematico di Grillo (e passare dal partito personale-reale ad un partito personale-virtuale, attraverso l’autodafè all’impalpabile guru di internet che riduce la partecipazione ad un semplice “click”) o tentare l’avventura del ritorno al tanto aberrato modello del “partito pesante”, quello delle sezioni e dei dibattiti, della lotta politica concepita come battaglia ideale e della selezione della classe dirigente basata sulla concreta valutazione dell’impegno di militanza. Tentare, insomma, l’avventura del ritorno alla “concezione costituzionale” del partito come strumento utile ai cittadini per concorrere con metodo democratico alla vita politica del Paese: un ritorno alla Costituzione per chiudere, una volta per sempre, la parabola del partito personale.

Carlo Dore jr.

domenica, ottobre 21, 2012

MORTE DI UN CAPO


 “Se alle primarie vince Bersani, sono pronto a non ricandidarmi. Si può fare politica anche fuori dal Parlamento”. Massimo D’Alema affronta quello che dovrebbe essere il passo Estremo del suo lunghissimo cursus honorum con la superba indifferenza di un leader che, nel bene e nel male, ha saputo interpretare un ruolo da protagonista di primo piano nella storia italiana degli ultimi vent’anni. Lo stile gelido e sferzante è lo stesso che incantò Togliatti e Berlinguer: le urla un po’ sguaiate dei fanatici della rottamazione svaniscono sotto il peso di parole scelte con la bilancia di precisione; gli slogan sparati sulle note di Jovanotti vengono tagliati a fette dal bisturi di un lucidissimo ragionamento politico.
            “Se vince Bersani, non mi ricandido”. Esultano i supporter del “nuovo che avanza”, mentre i cronisti della stampa parlamentare affilano penne e tastiere per scrivere l’epitaffio del leader morente: D’Alema rottamato, D’Alema scaricato, D’Alema superato. Sono le parole che scandiscono il primo trionfo della new age firmata Renzi, sono le parole che celebrano la morte di un Capo.
            Già, è stato un Capo, il leader Massimo: un capo discusso e discutibile, ma certamente un Capo. Un Capo in grado di prendere per mano la sinistra tramortita dal primo albore del berlusconismo nascente, di lanciare il progetto dell’Ulivo e di tracciare così la road map della lunga marcia dei progressisti verso il governo del Paese. Da quel momento in poi, la carriera del Massimo è stata un susseguirsi di ombre e luci: la Bicamerale e l’affrettata archiviazione del Governo Prodi; l’addio a Botteghe Oscure e l’insediamento a Palazzo Chigi; l’eterno dualismo con Veltroni e la coraggiosa denuncia delle violenze verificatesi a Genova nella “notte cilena” del 2001; i successi ottenuti alla Farnesina e la poco convinta adesione al PD veltroniano; l’appoggio incondizionato alla segreteria di Bersani e alla strategia volta alla costruzione del “nuovo centro-sinistra”.
            Ombre e luci, nella carriera del Capo: terra di conquista per la ubris di Matteo il Rottamatore, abile a rilanciare ossessivamente il refrain del ricambio generazionale per coprire la mancanza di un progetto degno di tale nome. “Io porrò fine alla carriera parlamentare di D’Alema”; “la generazione di D’Alema ha già dato, ora basta”; “D’Alema è l’icona del fallimento di una classe dirigente, è ora di mandarli a casa”. Il tono infuocato – adatto più a un piccolo caudillo che al possibile candidato premier del centro-sinistra italiano – scalda gli animi di un popolo assetato di rinnovamento: rottamazione, rottamazione, rottamazione.
            Veltroni scappa in Africa, con una valigia carica di bei libri e l’insopportabile fardello dei rimpianti conseguenti alle sistematiche sconfitte riportate lontano dalla luce del Campidoglio. E D’Alema? D’Alema no, D’Alema non cede. D’Alema ha vinto elezioni e stretto la mano a Clinton; D’Alema ha trasformato il PDS nel primo partito del Paese, prima di impantanarsi nelle sabbie mobili di quella maledetta Bicamerale. D’Alema è un Capo, che non accetta di spegnersi in esilio: se cade, cade combattendo. E allora: un rapido saluto allo scranno di Montecitorio, pieno sostegno alla candidatura di Bersani, e un ruolo da padre nobile della sinistra europea in caso di vittoria del segretario alle primarie.
            “Se vince Bersani, non mi ricandido: si può fare politica anche fuori dal Parlamento”. E se vince Renzi? Massimo pesa di nuovo le parole con la bilancia di un sorriso diabolico: “Se vince Renzi, continuo a combattere. Non sono un cane morto”. Tra le risate dei cronisti della stampa parlamentare, ecco allora che un brivido freddo corre lungo la schiena dei fans del Rottamatore: D’Alema è ancora in campo, la giaculatoria del ricambio generazionale non lo ha ancora ucciso. E l’idea, in caso di vittoria del Sindaco che cena con i banchieri e che esalta Marchionne, di abbandonare il PD per dare vita a quel PSE italiano nel quale non ha mai smesso di credere potrebbe rivelarsi ben più di una tentazione. Insomma, forse è presto per gli epitaffi e per la celebrazione del trionfo della new age: forse è presto per usare le parole che in genere fanno da contorno alla morte di un Capo.


Carlo Dore jr..

domenica, ottobre 07, 2012

LA DISSIPAZIONE DELLA BELLEZZA

Relazione introduttiva tenuta in occasion dell'iniziativa pubblica organizzata a Cagliari il 6 ottobre 2012 dal circolo di Libertà e giustizia, con la partecipazione di Roberta De Monticelli
 
 
"La bellezza, senza dubbio, non fa le rivoluzioni. Ma viene un giorno in cui le rivoluzioni hanno bisogno di lei”. Vorrei partire da questa meravigliosa frase di Albert Camus (utilizzata dalla prof.ssa De Monticelli nel suo recente scambio di “lettere aperte” con il segretario del PD Bersani) per introdurre l’incontro di oggi: “La dissipazione della bellezza: distruzione del “paesaggio storico” e suicidio morale di una Nazione”. La bellezza come “scintilla” che incendia la rivoluzione; la difesa della bellezza come momento di reazione avverso i fenomeni di mala amministrazione ed illegalità diffusa che caratterizzano il crepuscolo della Seconda Repubblica.

Posto infatti che proprio le storture e le inefficienze del sistema amministrativo sono oggi drammaticamente all’ordine del giorno, queste storture ed inefficienze si traducono spesso nella costante erosione di quell’insieme di “beni comuni”, di risorse naturali e culturali che costituiscono il volto e l’identità stessa del nostro Paese. In questa prospettiva, la prof.ssa De Monticelli ha fatto più volte riferimento alla situazione in cui versano la periferia di Assisi e la riva degli Etruschi (ridotta a terra di conquista per la cementificazione selvaggia). Per parte mia, attenendomi alla stretta realtà locale, posso richiamare l’opera di “ripascimento” della spiaggia del Poetto, per anni degradata dalla felice condizione di perla del Tirreno a quella di pietraia bruna e rovente; al caso dei  palazzoni che deturpano la vista della città per chi si accosta ad essa dal porto; alla paradossale vicenda dell’Anfiteatro, prima ingabbiato da un’orribile struttura di legno e ponti mobili, e rimasto a lungo paralizzato nell’attesa di una “riqualificazione” avviata solo negli ultimi mesi; alla recente approvazione della legge sulle “zone umide”, in forza della quale il divieto di costruire nella fascia di trecento metri dalla battigia opera solo con riferimento a laghi e invasi artificiali.

Ma molto, troppo spesso dietro la distruzione del “paesaggio storico” non si celano solo incuria ed incapacità: si celano quei fenomeni di corruzione che riempiono le pagine dei giornali, si celano le tangenti, si cela, nera ed incombente, l’ombra della criminalità organizzata. Ed allora il pensiero vola oltre le tante “cattedrali nel deserto” costruite negli anni’80, vola oltre i costi abnormi di tante opere pubbliche dalla dubbia utilità e dall’impatto ambientale devastante, per soffermarsi sul ricordo di una città che non c’è più: la Palermo degli anni’50, quella delle ville liberty e del teatro Bellini, la Palermo del sindaco Lima e dell’assessore Ciancimino e del progetto di Cosa Nostra di mettere “le mani sulla città”. In una notte, il centro del capoluogo siciliano fu invaso dalle fiamme, triste preludio alla stagione delle licenze facili rilasciate a cinque ingnari “manifabbri” e dei casermoni al posto dei gelsomini. Il “Sacco di Palermo” si completò così: la Mafia prendeva possesso del territorio, la Mafia distruggeva la bellezza con il consenso della politica corrotta e degli imprenditori conniventi.

Cattiva amministrazione e criminalità come cause dell’erosione del “Paesaggio storico”: la mancanza di reazione, l’indifferenza generalizzata verso il fenomeno sono gli indici chiari dello stato di un Paese che (tra le cene di Batman e i diamanti di Belsito, le ricevute di Formigoni e le immagini dell’Odissea alla vaccinara) corre veloce verso il proprio suicidio morale. Ma un Paese che accetta passivamente la distruzione del proprio substrato storico e culturale come può continuare a credere in quella “riscossa civica”, da più parti individuata come il presupposto necessario per costruire un futuro diverso da questo triste presente?

Insomma, riprendendo la frase di Camus, se anche la bellezza non fa le rivoluzioni, senza la bellezza come possiamo sperare di far la rivoluzione?

 
Carlo Dore jr.

venerdì, settembre 14, 2012

BERSANI, RENZI E QUELLO SGUARDO SULL’OLTRE-MONTI


 
Dal verde del pratone di Campovolo, Bersani prova a gettare uno sguardo sull’oltre-Monti, a declinare ai militanti accorsi al comizio conclusivo della Festa del PD il progetto che ha in mente per l’Italia di domani.  Tra qualche ombra (specie nel passaggio relativo all’istituzione di un organo parlamentare preposto all’elaborazione di una riforma della seconda parte della Costituzione) e varie luci (legge anticorruzione e ripristino del reato di falso in bilancio; attribuzione della cittadinanza ai figli degli immigrati; centralità assoluta per i temi del lavoro e dei diritti sociali), la proposta del Segretario sa di buona idea. Realismo e razionalità per collocare i progressisti italiani in una posizione di sostanziale continuità rispetto ai programmi dei principali partiti socialdemocratici europei.
Eppure, un vago senso di inquietudine serpeggia tra le bandiere assiepate sotto il palco, tra i sorrisi dei volontari impegnati nei vari stand, tra i sostenitori incollati al computer o alla diretta di Youdem. Inquietudine per le sorti del Paese, dilaniato da una crisi sociale che si dimostra ogni giorno            più profonda; inquietudine per le sorti del centro-sinistra, aggredito dall’esterno dalle invettive di Grillo e minacciato al suo interno dall’OPA lanciata da Renzi per la guida della coalizione. Inquietudine, sguardi che si perdono verso il cielo di Campovolo: cosa c’è nell’oltre-Monti?
C’è un Paese chiamato Italia, che il gelido rigore dei tecnici di governo ha salvato dalla schizofrenia dei mercati ma non dalle diseguaglianze figlie tanto della drammatica congiuntura economica quanto delle sciagurate politiche imposte sub divo Berluscone. Ci sono i lavoratori del Sulcis, che trasformano in odio e furore la frustrazione collegata alla mancanza di tutele e al vuoto di rappresentanza da cui si sentono strangolati. E c’è un partito, il PD, che non è in grado di colmare questo gap di rappresentanza, ingessato com’è tra le ragionevoli posizioni di Damiano e Fassina e le istanze ultraborghesi di quell’area moderat, sempre disposta a strizzare l’occhio a Fornero e Passera.
Lavoro, diritti, tutele, giustizia, crescita: la proposta di Bersani sa di buona idea, ma rischia di dissolversi nella folle ordalia delle primarie aperte, terra di conquista per cacicchi affamati di visibilità e per giovani semi-leader dal sorriso facile. Il camper di Renzi parte da Verona: battute al vetriolo e pacche sulle spalle, smargiassate tipiche del miglior Grillo e magnetismo degno del primo Berlusconi. Rinnovamento, rottamazione, tutti a casa: non si discute, il Sindaco di Firenze è un abilissimo moltiplicatore di consensi. Piace ai pasdaràn del rinnovamento ad ogni costo, ansiosi di intraprendere una nuova crociata anti-casta; piace agli scanzonati rampolli del giovanilismo glamour, lontani anni luce dalla storia e dagli schemi semantici della sinistra italiana; piace ai conservatori ultraliberisti, che ravvisano nello slogan “adesso” un richiamo all’epoca d’oro di Regan; e piace ai sostenitori della destra più greve, favorevolmente impressionati dall’endorsment pro-Matteo pronunciato da una pasionaria come Daniela Santanchè.
Partito giovane, leggero, moderno, post-ideologico: la rottamazione di Renzi è tutta qui, pericolosamente sospesa tra moderatismo e qualunquismo. La rottamazione è tutta qui, e suscita inquietudini: che succede se vince Renzi? Chi rimarrà a parlare di lavoro, di diritti, di tutele, di giustizia, di progressismo europeo? Chi si farà carico di dare una risposta a quel “ci avete abbandonato!” urlato dai lavoratori del Sulcis in faccia ai palazzi del potere? Chi resterà, in una parola, ad assicurare una prospettiva a quel che resta della sinistra in Italia?
Lavoro, diritti, tutele, giustizia: in una parola, democrazia. La proposta di Bersani sa di buona idea, ma è un’idea che può svanire da un momento all’altro, inghiottita dal personalismo esasperato che contraddistingue le primarie made in Italy, cancellata dalle mille incertezze che si palesano allo sguardo proiettato sull’oltre-Monti. “Ci avete abbandonato!”: quel grido di dolore suona come un’estrema richiesta di aiuto, di rappresentanza, di prospettiva che proviene da un Paese in fiamme, allo stato incapace di guardare all’oltre-Monti.
Lavoro, diritti, tutele: la proposta di Bersani sa di buona idea, perché sembra offrire la prospettiva di un Paese diverso. Oggi come non mai, c’è bisogno di una prospettiva: per la povera sinistra, e per la povera Italia.
 
Carlo Dore jr.
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giovedì, agosto 23, 2012

L’UNIONE SARDA SU POLITICA E GIUSTIZIA: ANATOMIA DI UN PARALLELISMO IRRICEVIBILE


L’editoriale di Raimondo Cubeddu, pubblicato su “L’Unione Sarda” di mercoledì 21 aprile, propone una serie di spunti di riflessione sul “rapporto tra politica e giustizia”, di nuovo al centro del dibattito politico a seguito della polemica innescata dagli interventi su Repubblica di Gustavo Zagrebelsky ed Eugenio Scalfari.

L’articolo, infatti, rileva come, a seguito della scelta del Capo dello Stato di sollevare un conflitto di attribuzioni nanti la Corte Costituzionale – conflitto cagionato dalla presunta lesione, da parte della Procura di Palermo, delle guarentigie previste dall’art. 90 della Costituzione nonché dalla violazione del disposto dell’art. 7 c. 4 della legge 219 del 1989 -, “lobbies ed organi di stampa stanno scatenando una battaglia politica di preoccupanti dimensioni. Quasi a dimostrare che quel cattivo rapporto non era da attribuire esclusivamente a Berlusconi e alle finalità che venivano attribuite ai suoi riforma dell’ordinamento giudiziario”. Osserva inoltre l’autore che “anche settori della sinistra si rendono conto che quella relazione conflittuale è insana e che va risolta restituendo ad un governo democratico poteri atti ad evitare che si trasformi in un elemento di costante destabilizzazione politica”.

L’attuale Presidente della Repubblica e l’ex Presidente del Consiglio sarebbero quindi entrambi vittime di questo “insano conflitto”tra poteri dello Stato: conflitto alimentato dal consueto manipolo di toghe militanti ed intellettuali imbevuti di moralismo reazionario. Costruzione ardita, che, evidentemente, si presta a più di una considerazione critica.

Sollevando il conflitto di attribuzioni davanti alla Corte Costituzionale – atto dalle conseguenze giuridiche estreme, come ha magistralmente illustrato Gustavo Zagrebelsky nel suo intervento su “Repubblica” del 17 agosto - , il Capo dello Stato ha investito la Consulta del compito di risolvere una questione tecnicamente controversa. Premesse infatti l’irresponsabilità del Presidente della Repubblica per gli atti commessi nell’esercizio delle sue funzioni (art. 90 Cost.) e l’impossibilità per la Magistratura di sottoporre ad intercettazione le utenze telefoniche a lui riconducibili (art. 7 c. 4 della legge 219 del 1989), le conversazioni tra una persona indagata ed intercettata ed il Presidente (c.d. intercettazioni indirette) possono essere utilizzate nel procedimento a carico della persona sottoposta ad intercettazione?

Si tratta di una questione vivamente dibattuta tra i principali costituzionalisti italiani: di una questione che la Corte deve dirimere secondo lo strictum ius, e che non vale né a mettere in discussione la legittimazione della Procura di Palermo a condurre le indagini sulle stragi del 1992-93, né tanto meno ad assecondare le ragioni di quanti (si veda in tal senso la recente intervista all’on. Sacconi) auspicano una riforma delle intercettazioni per “mettere un freno” al presunto “strapotere dei PM”.

Queste semplici considerazioni bastano di per sé sole ad escludere la possibilità di individuare un punto di contatto tra la condotta del Presidente della Repubblica e quella osservata nel recente passato dall’ex Presidente del Consiglio . Mentre il Capo dello Stato ha segnalato la possibile presenza di una lacuna nell’ordinamento (riferita appunto al problema delle intercettazioni indirette delle sue conversazioni), l’ex premier non solo ha sistematicamente messo in dubbio la legittimazione e l’imparzialità dei magistrati impegnati a vario titolo nei procedimenti a suo carico, ma ha anche tentato di sottrarsi a tali procedimenti sia attraverso l’imposizione di una serie di leggi del tutto contrastanti con l’interesse generale (faccio riferimento, in particolare, alla c.d. legge Cirielli sull’abbreviazione dei termini di prescrizione), sia attraverso il tentativo (sempre vanificato dalle pronunce della Consulta) di forzare a proprio vantaggio il dettato costituzionale (immediato è il richiamo al Lodo Alfano ed alla legge sull’inappellabilità, da parte del PM, delle sentenze di assoluzione).

Tutto ciò premesso, non può, a mio avviso, contestarsi alle forze di centro-sinistra l’errore di avere ravvisato solo ora la necessità di contrastare il “populismo giuridico” di magistrati ed intellettuali scomodi attraverso un intervento legislativo che restituisca prestigio alla politica. Se di errori si può parlare, l’errore commesso nel recente passato da alcuni esponenti dell’area democratica consiste proprio nella scelta di non individuare nella riaffermazione della questione morale e nella tutela dell’indipendenza e dell’autonomia dei magistrati impegnati in inchieste politicamente sensibili il punto qualificante della propria azione di governo. Un errore che le forze progressiste dovranno evitare di commettere in futuro, per contrastare quel generalizzato clima di sfiducia verso la politica che fa da sfondo al triste declino della Seconda Repubblica.

Carlo Dore jr.

mercoledì, luglio 25, 2012

L'UOMO CHE NON PARLA DI CAIMANI

“ Davvero è solo Berlusconi il responsabile dello sfascio morale degli Italiani? Della TV diseducativa? Delle difficoltà economiche degli italiani? Della crisi e del debito pubblico? Della mancata attenzione alla cultura e alla pubblica istruzione? Certo, stiamo parlando dell’uomo che ha governato a lungo negli ultimi 20 anni, con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Ma noi non abbiamo nulla da rimproverarci? Troppo facile è pensare di individuare un solo colpevole per mettere a tacere le responsabilità di una generazione intera di Italiani che però ha perso la sfida del futuro: mentre il berlusconismo falliva la prova del governo, l’antiberlusconismo falliva la prova nel modello di opposizione. Gli antiberlusconiani vogliono sentirmi parlare di caimani e di pericoli per la democrazia. Non lo farò mai. Non sarò mai anti-qualcosa o qualcuno, e se questo vorrà dire non appartenere al vostro club, vuol dire che non sarò mai uno di voi”.
Così scrive Matteo Renzi, in una lunga replica all’articolo con cui Sandra Bonsanti (presidente nazionale di Libertà e Giustizia) gli chiedeva di assumere una posizione definitiva sull’ennesima resurrezione di Berlusconi, liberatosi dal sudario del “padre nobile” del centro-destra in vista delle elezioni del 2013. Berlusconi prepara il grande ritorno, accompagnato dal sempre più imbiancato circo di cortigiani e cortigiane. Ritorna per strappare al Paese l’ennesima ipoteca sulla stabilità delle sue imprese, l’ennesimo salvacondotto per i suoi guai giudiziari; ritorna, in barba al grido d’allarme dei mercati ed alle composte risate dei leader di mezza Europa.

Berlsconi ritorna, ma Matteo il rottamatore non parla di Caimani, né di allarme per la democrazia. Basta con l’anti-berlusconismo, basta con i club di partigiani da salotto: è la new age del rinnovamento post-ideologico, il refrain che accompagna la lunga marcia tra Arcore e la Leopolda. Eppure, l’Uomo che non parla di Caimani deve fare i conti con un interrogativo che la sua ampia replica ha tentato invano di eludere: può considerarsi Berlusconi l’unico responsabile dello sfascio morale degli Italiani? E il centro-sinistra non ha nulla da rimproverarsi?

Svaniscono le musiche di Jovanotti e le locations di Giorgio Gori, svanisce la Leopolda e la platea degli apostoli della rottamazione. Come in un film in bianco e nero, ritornano alla mente le immagini che hanno scandito l’evolversi dell’ultimo ventennio della storia repubblicana: e allora, ecco il Cavaliere a braccetto con Gheddafi e Ben Alì; ecco i giorni de “la crisi esiste solo sui giornali di sinistra” e dell’esaltazione della finanza creativa di Tremonti. Riappaiono la D’Addario e il lettone di Putin, Tarantini e Lavatola, lo sgomento di Zapatero e il risolino della Merkel; riappare la triste immagine di un Parlamento di zelanti yes-man umiliato dalla vecchia fola della nipote di Mubarak.


Il film finisce nel delirio di un Paese in fiamme, proprio come “Il Caimano” di Nanni Moretti. Il film finisce, ma quel dannato interrogativo rimane drammaticamente in sospeso: è Berlusconi l’unico responsabile dello sfascio morale degli Italiani? Certo che lo è. E’ responsabile per avere legittimato la cultura della menzogna, alternando bugie ad altre bugie; è responsabile per aver chiuso gli occhi dinanzi all’incedere della crisi imminente; è responsabile per avere ridotto le istituzioni a mera dependance del suo impero personale, di fatto degradando l’Italia alla condizione di democrazia minore.

In questo generale clima da “si salvi chi può”, la colpa del centro-sinistra non è identificabile nel presunto arroccamento (più volte rimarcato dall’Uomo che non parla di Caimani) sulle posizioni dell’anti-berlusconismo ad ogni costo, ma semmai nella reiterata tendenza a considerare il berlusconismo alla stregua di una fisiologia variabile della democrazia moderna, a scambiare cioè l’icona di un regime mascherato per la rispettabile espressione del moderatismo europeo. Una tendenza perpetratasi tra patti della crostata e pranzi a Villa San Martino; una tendenza che l’Uomo non parla di Caimani tuttora contribuisce ad alimentare.


Ma l’Uomo che non parla di Caimani tira dritto per la sua strada, e non si iscrive al club degli anti-berlusconiani ad ogni costo, responsabili, a suo dire, dello stesso fallimento della sfida del futuro a cui gli apostoli della rottamazione dovrebbero a breve porre rimedio. Non si iscrive a questo club, pervaso da discussioni oziose su qualità della democrazia, lotta al conflitto di interessi, libertà di informazione, concezione etica della politica e attualità della questione morale: argomenti datati e con poco appeal per i sostenitori della new age post ideologica. Argomenti che lasciano purtroppo indifferente l’Uomo che non parla di Caimani.

Carlo Dore jr.

martedì, luglio 17, 2012

GLI UFFICIALI BALLANO SUL TITANIC: SI SALVI CHI PUO’.


Dall’alto del podio che domina imponente e impotente la platea dell’assemblea nazionale del PD, Bersani osserva il suo partito frantumarsi nell’ennesima corrida di divisioni interne e veti incrociati, ordini del giorno e tessere strappate, firme, controfirme, primarie e minacce di dimissioni di massa. Osserva quel partito che non vuole farsi dare una linea navigare senza rotta come il Titanic fra gli iceberg, mentre le proteste dell’assemblea, le fughe in avanti di Ichino e Letta e il ciuffo ribelle di Renzi ne accompagnano costantemente la deriva verso il naufragio dell’ennesima sconfitta annunciata. Intanto, da dietro gli iceberg, incombono i “vaffa” di Grillo e il ritorno di Berlusconi: ma gli ufficiali continuano a ballare sul Titanic, mentre Bersani si affanna dietro al timone. Gli ufficiali ballano sul Titanic: si salvi chi può.

Eppure, il gelido bisturi dei tecnici di governo mette ogni giorno a nudo le eterne ferite del Paese agonizzante: lavoratori senza tutele e senza garanzie in marcia verso un futuro sempre più simile ad una notte orbata di stelle; sacche di povertà sempre più ampie; sfiducia crescente verso una politica ormai percepita come una sorta di odioso ectoplasma che galleggia tra privilegi e corruzione. Il Paese agonizzante è saturo di risse sul niente; il Paese agonizzante chiede soluzioni per oggi e per domani: chiede un’agenda progressista, da seguire per voltare pagina.

La road map sembra già tracciata sulla base di tre direttrici fondamentali: il lavoro – da intendersi nella sua costituzionale accezione di diritto fondamentale, e non come privilegio da esaminare in algidi seminari scientifici -; la questione morale – prospettata come un’idea di politica protesa al perseguimento del bene comune, e non come mera strategia conservativa di posti di potere e rendite di posizione; la lotta alla corruzione – presupposto indispensabile per procedere all’effettivo risanamento dei conti pubblici-. Tre direttrici fondamentali per elaborare un programma da cui procedere alla creazione di una coalizione riformista in grado di proporsi quale credibile alternativa per il governo del Paese, sotto la naturale guida del segretario del partito di maggioranza in seno alla coalizione stessa.

La road map sembra tracciata, ma il Titanic non voleva rotta e il PD non vuole linea. La leadership del Segretario viene costantemente indebolita dai continui riferimenti alle primarie quale unico strumento in grado di garantire il tanto invocato “rinnovamento generazionale” – formula perfetta per rendere compatibili con gli schemi del politically correct le ambizioni personali di alcuni amministratori in carriera-, mentre le razionali proposte su lavoro e crescita di Orfini e Fassina vengono liquidate come pericolosi rigurgiti di “novecentismo gauchista”: Ichino flirta con Monti e con Marchionne; Letta tende la mano a Casini e allo Zio Gianni; la Concia e la Bindi si avvitano nell’ennesima discussione sulle unioni di fatto; Renzi mostra i muscoli, e si prepara ad un altro mezzogiorno di fuoco sulla via tra Arcore e la Leopolda.

E così, mentre gli ufficiali ballano sul Titanic, Bersani continua a lottare con il timone di un partito alla deriva, tentando di tenere la linea di galleggiamento: gli iceberg si avvicinano, accompagnati dai “vaffa” di Grillo e dal ghigno impunito di un Berlusconi di nuovo potenzialmente trionfante. Gli ufficiali ballano sul Titanic, immemori della road map, delle direttrici fondamentali per voltare pagina e della minaccia della sconfitta imminente. Gli ufficiali ballano sul Titanic, nella deriva che precede il naufragio: stavolta più che mai, si salvi chi può.

Carlo Dore jr.

lunedì, luglio 02, 2012

TANGENTOPOLI VENT'ANNI DOPO: DALLA "DAZIONE AMBIENTALE" ALLA "DAZIONE ISTITUZIONALE"

Quando si cerca di individuare nei meandri della Storia il momento iniziale della stagione di Mani Pulite, ci si ritrova sempre avvinti nel gelo e nella nebbia della Milano del 1992: si pensa all’arresto di Mario Chiesa, e al suo goffo tentativo di far sparire i soldi delle mazzette nell’impianto fognario del Pio Albergo Trivulzio. Secondo la communis opinio, infatti, la Prima Repubblica è finita così: inghiottita dal gelo e dalla nebbia, avvolta dallo squallido coriandolio di banconote svolazzanti, faccendieri senza scrupoli, politici corrotti, magistrati e poliziotti costretti a navigare a vista in un oceano di malcostume.

Personalmente, ritengo invece che la parabola della discendente della Prima Repubblica fosse cominciata quasi dieci anni prima, in un infuocato luglio romano, al piano nobile di Botteghe Oscure. Il crollo della Prima Repubblica ha inizio con la famosa intervista rilasciata da Berlinguer ad Eugenio Scalfari, nella quale il segretario del PCI già rilevava che “i partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze ed i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l’iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, ciascuna con un boss e dei sotto-boss”.

Berlinguer vedeva lontano, e già da allora avvertiva la necessità di elaborare un’alternativa democratica ad un sistema prossimo all’implosione; Berlinguer vedeva lontano, e per primo aveva intuito l’esistenza di un circuito di corruzione contraddistinto da “serialità” e “diffusività”: tutti pagavano, pagavano sempre. La tangente era diventata regola, la trasparenza e la regolarità inconcepibili anomalie: si tratta della logica della “dazione ambientale” di cui Antonio Di Pietro e Piercamillo D’Avigo hanno più volte illustrato il funzionamento, della logica perversa che alimentava la stagione della “Milano da bere”.

Dopo l’arresto del Mariuolo della Bagina, le indagini del Pool di Borrelli procedettero secondo una sorta di dirompente effetto-domino: le “isolate mele marce” non persero tempo a descrivere agli inquirenti “il resto del cestino”; gli imprenditori corruttori o concussi facevano il nome dei politici corrottti e concussi, che a loro volta facevano i nomi di altri imprenditori e di altri politici; i magistrati seguivano, sempre più sgomenti, la traccia di quell’infinito fiume di denaro che idealmente collegava i Navigli al Tevere.

La difesa dei cacicchi del pentapartito, nei tribunali come nelle aule parlamentari, risuonò debole e spuntata: le tangenti servivano solo per sostenere i costi della politica, il finanziamento illecito era prassi generalizzata, nessuna ruberia e nessun arricchimento personale, tutti colpevoli e tutti innocenti. Coperta troppo corta, per celare i puff pieni di diamanti, le ville in Costa Azzurra o i quasi cinquanta miliardi di vecchie lire custoditi nella tana di Ghino di Tacco: i giornalisti scrivevano e riferivano , la gente leggeva e si indignava, le piazze ribollivano di rabbia e lanci di monetine. Craxi fuggiasco in Tunisia (inseguito non dalle spie del KGB ma da una condanna definitiva a sei anni per corruzione), Forlani pietrificato sul banco dei testimoni, Di Pietro nuovo eroe popolare: la questione morale esisteva eccome, Berlinguer aveva visto lontano. Toccava alla sinistra costruire l’alternativa.

E invece? Invece la rivoluzione si è interrotta: è arrivato Berlusconi con Previti e Dell’Utri, Lavitola e Bisignani, la P3 e la P4; il sistema della Milano da bere, da collaterale allo Stato, ha finito col “farsi” Stato. Si giunge dunque alla cronaca di tutti i giorni: allo sfacciato baratto tra un voto di fiducia e una poltrona da sottosegretario; agli imprenditori che ridono sulle lacrime delle vittime del terremoto, alle vacanze e alle case ricevute “a loro insaputa” da uomini delle istituzioni per grazia di qualche faccendiere beneficatore; alla normalizzazione dei conflitti di interesse; alla distorsione dello strumento legislativo a scopi individuali; alla costante aggressione della magistratura; alla palese utilizzazione del meretricio più greve quale chiave di accesso ai palazzi del potere. Come nel 1992, peggio del 1992: la “dazione ambientale” è ancora più generale e seriale; la “dazione ambientale” è si è evoluta in “dazione istituzionale”.

Eppure, ennesimo paradosso di una politica malata, proprio sul piano della questione morale, della capacità di declinare una concezione “etica” della politica, l’azione del centro-sinistra ha spesso deluso le aspettative di gran parte dell’elettorato: volendo limitare il discorso all’essenziale, ricordo solo la scelta di non regolamentare il conflitto di interessi, la mancata abrogazione delle leggi vergogna, la bozza-Boato sulla riforma della magistratura , la decisa limitazione dell’ambito applicativo del reato di abuso d’ufficio, le candidature sciagurate dei vari Razzi, Scilipoti e Calearo, per finire con i recenti episodi di corruzione che coinvolgono anche importanti esponenti dell’area democratica.

Sono fatti che impongono una riflessione collettiva, un confronto tra partiti e società su crisi della rappresentanza e selezione della classe dirigente. Una riflessione che non può non imprendere da tre grandi interrogativi di fondo: vent’anni dopo Tangentopoli, come è cambiato il Paese sul piano politico, sociale e giuridico? La questione morale può ancora essere utilizzata per rimarcare l’endemica “diversità” delle forze progressiste, o deve costituire il presupposto da cui il centro-sinistra deve ripartire per autoriformarsi? E soprattutto: può il centro-sinistra individuare nella questione morale il punto di partenza per l’elaborazione di quell’alternativa democratica di cui Berlinguer teorizzava l’attuazione?

Già, ancora Berlinguer. Berlinguer che aveva visto lontano, e che per primo aveva compreso che: “la questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corruttori, dei concussori in alte sfere della politica e dell’amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell’Italia di oggi, secondo noi comunisti, fa tutt’uno con l’occupazione dello Stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt’uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano. Ecco perché gli altri partiti possono provare d’essere forze di serio rinnovamento soltanto se aggrediscono in pieno la questione morale andando alle sue cause politiche”.


Carlo Dore jr.

venerdì, giugno 01, 2012


DAL “QUALUNQUISMO COSMICO” AL “QUALUNQUISMO COMICO”:
UNA RISATA CI SEPPELLIRA’?

Questa storia inizia quasi vent’anni fa, in un’Italia squassata dalle bombe e lacerata dal morso di una crisi economica senza precedenti. Inizia in un’Italia che schiumava rabbia verso una classe politica destinata a sprofondare nel fango delle inchieste di Mani Pulite, in un’Italia che chiedeva legalità e rinnovamento a quelle forse progressiste fino ad allora relegate all’opposizione dalla conventio ad excludendum su cui si fondava il potere del CAF.

Inizia quando un odontotecnico di Gemonio dall’eloquio greve e dalla metafora facile risveglia le pulsioni separatiste di un profondo nord riscopertosi centro propulsivo di un’improvvisa intifada contro la Roma Ladrona; inizia quando un noto imprenditore milanese, con la passione per il calcio, per le TV e per gli stallieri siciliani si pone alla testa di una sorta di santa alleanza tra nordismo secessionista e post-fascismo in doppio petto. Le istanze di moralità politica vengono ben presto soppiantate dall’adorazione per l’uomo solo al comando, la voglia di rinnovamento si traduce in esaltazione dell’efficentismo autoritario: trionfano le ronde padane del “fuori i negher” e del “dagli ai Rom”; trionfa la cultura dell’impunità sempre e comunque, della guerra totale alle toghe rosse, delle veline in Parlamento. E’ una sbornia di qualunquismo, del “qualunquismo cosmico” su cui si fonda la Seconda Repubblica.

Questa storia continua nell’Italia di oggi, ancora costretta a ballare sul baratro di una crisi senza ritorno, ancora avvelenata dalla generalizzata sfiducia verso una classe politica percepita, nel suo complesso, come lontana e inadeguata. I tentativi di Bersani di costruire un’alternativa di governo in grado di traghettare il Paese fuori dalla palude del berlusconismo rischiano di rimanere imbrigliati nell’inestricabile ginepraio di veti incrociati di leader e semileader, primarie e doparie, alleanze e contro-alleanze che, allo stato, paralizza l’azione del centro-sinistra.

E così, nell’incedere della nostra storia, le barzellette del vecchio Cavaliere lasciano spazio agli sberleffi di un ex comico in vena di invettive, riscopertosi, tra un “v.day” e un tweet, vate di una sorta di democrazia fai-da-te. L’insulto diventa prassi, la demolizione delle istituzioni si trasforma nel punto cardine di un preteso programma di governo, l’archiviazione dell’Euro e la nazionalizzazione delle banche vengono declinate come il fondamento di una nuova politica economica, mentre l’Italia agonizza, sommersa dalle matte risate. Gli inidgnados di casa nostra fanno voto di obbedienza al Dio del Blog: Grillo è nuovo; Grillo è fresco; viva Grillo. E’ un’altra sbornia di qualunquismo: di “qualunquismo comico” dopo il “qualunquismo cosmico”. Berlusconi osserva e silenziosamente approva un format in cui non fatica a riconoscersi: a Parma, sono gli officianti del qualunquismo comico a sottrarre all’odiata sinistra la palma di una vittoria sonante.

E il PD? E Bersani? A loro, la nostra storia assegna il compito più difficile: quello di costruire un’alternativa di governo, tra le cartonate di Di Pietro e Vendola, le ambizioni di Renzi, i gazebo di Parisi e Civati. Moralità, trasparenza, rigore, serietà: Bersani e il PD sono chiamati ad intercettare la domanda di rinnovamento che proviene dai principali settori della società civile, a ridare fiducia ad un elettorato sempre più attratto dal rassicurante grigiore dell’astensionismo protestatario. Costruire un’alternativa per cambiare il corso della nostra storia; costruire un’alternativa alla perversa connessione tra qualunquismo cosmico e qualunquismo comico; costruire un’alternativa: o, ancora una volta, una risata ci seppellirà tutti.

Carlo Dore jr.