venerdì, marzo 13, 2015

COSA VUOLE, QUESTO BERSANI?

“Bersani la faccia finita con la storia dei nominati della riforma – Renzi, lui che ha nominato l’on. Di Gioia”, tuona attraverso la sua pagina Facebook l’ex parlamentare sassarese Guido Melis, in un post ripreso per Cagliari.globalist da Tino Tellini. Bersani, il grande nominatore di ieri, oggi combatte i nominati di Renzi; la metamorfosi di Bersani, da grand commis delle liste bloccate a pasdaràn delle preferenze a ogni costo: cosa vuole, questo Bersani? Taccia, e chieda scusa, in nome della coerenza.

Emendate dai toni ultimativi a cui fanno costantemente ricorso i fautori della “svolta buona”, le riflessioni di Melis e Tellini risultano però inficiate da un duplice difetto di impostazione, da una sorta di doppio bug che li conduce a declinare una costruzione lontana anni-luce dalla realtà dei fatti. Un duplice errore di impostazione, dunque, che riguarda sia le posizioni assunte dal PD di Bersani sul problema del rapporto tra elettori ed eletti, sia l’effettiva portata della critica mossa dal leader della minoranza dem ai progetti di riforma istituzionale al momento all’esame del Parlamento.

In ordine al tema del rapporto tra elettori ed eletti, Melis e Tellini non considerano che  proprio l’esigenza di superare il sistema di liste bloccate imposto dal porcellum -  e di restituire, seppure in parte, ai cittadini il diritto di concorrere alla selezione dei parlamentari – ha costituito la ragione ispiratrice della scelta di utilizzare le primarie quale criterio principale per la formazione delle liste in occasione delle politiche del 2013 (primarie a cui, per inciso, lo stesso Guido Melis ebbe modo di partecipare, ottenendo oltre duemila voti nel collegio di Sassari), e di riservare al Segretario la determinazione di un numero minimo delle candidature proposte nei vari collegi (si tratta del c.d. “listino”, nel quale risultava inserito l’on. Di Gioia).

Lungi dall’atteggiarsi a “grande nominatore”, Bersani ha pagato in prima persona i limiti che caratterizzano le primarie come strumento di selezione della classe dirigente, rimanendo vittima del perverso gioco di personalismi, ambizioni individuali e veti incrociati alimentatosi in seno ai gruppi parlamentari democratici, fino a deflagrare nel “fuoco amico” della notte dei 101. Non grande nominatore, ma democratico autentico; non grand commis delle liste bloccate, ma prima vittima della debolezza strutturale che induce i partiti di oggi a demandare ad una base elettorale fluttuante e magmatica la selezione della propria classe dirigente.

Venendo poi al secondo difetto di impostazione dianzi richiamato, le contestazioni dell’ex segretario democratico alle riforme imposte dal Governo Renzi non si appuntano esclusivamente sulla presenza dei “capi-lista bloccati”, ma abbracciano l’intero assetto istituzionale che può derivare dall’approvazione del combinato disposto Italicum –ddl Boschi, e che l’ala sinistra del PD non ha, fino ad ora, contrastato con l’adeguata incisività. Vertono, in altre parole, sulla presenza di un’unica Camera composta principalmente da nominati, e sulla corrispondente degradazione del Senato alla marginale condizione di “dopo-lavoro” per sindaci e consiglieri regionali; sull’asserita intangibilità del Patto del Nazareno, accordo inconcepibile tra forze politiche prive di un substrato comune di valori di riferimento; su un’idea di Costituzione intesa come atto di forza opposto dall’attuale maggioranza di governo ai rilievi che provengono dalla minoranza interna; sulla potenziale metamorfosi del segretario del partito di maggioranza in dominus incontrastato delle istituzioni, sulla pericolosa transizione dalla democrazia parlamentare ad una sorta di principato modello 2.0.

Cosa vuole allora, questo Bersani? Perché non china la testa e tace, in nome della coerenza?

Bersani vuole solo riaffermare l’idea di democrazia che ha sempre sostenuto, vuole continuare a battersi per un modello di partito inteso come strumento di partecipazione dei cittadini alla vita politica del Paese e non come cassa di risonanza delle decisioni del Capo. Una posizione in linea con la storia personale di un politico dimostratosi capace di anteporre la coerenza con i propri principi alle legittime ambizioni di leadership; una posizione per la quale Bersani non è in alcun modo tenuto a scusarsi: né davanti a Guido Melis, né davanti al Paese.

Carlo Dore jr.

sabato, febbraio 28, 2015

NEL VICOLO CIECO, TRA UNA "COSTITUZIONE INCONCEPIBILE" E UNA "NON COSTITUZIONE".

Ce lo chiede l’Europa”: il costante richiamo alle superiori (e, spesso, imperscrutabili) strategie elaborate nei palazzi di Strasburgo costituisce l’argomento più utilizzato per sterilizzare ogni pericolosa discussione in ordine all’attuazione di quei processi di riforma potenzialmente irricevibili per parte dell’area democratica italiana. “Ce lo chiede l’Europa”: è dunque l’Europa a chiedere una semplificazione del procedimento legislativo, una riduzione della rappresentatività democratica, una forma di governo caratterizzata dalla centralità del potere esecutivo e dalla graduale erosione delle prerogative del Parlamento. “Ce lo chiede l’Europa”: è l’Europa che invoca il superamento del bicameralismo paritario, fossilizzando l’Italia nel vicolo cieco costituito dall’alternativa tra una Costituzione inconcepibile e una non – Costituzione.
            
“Costituzione inconcepibile”, “non – Costituzione”. Il vicolo cieco a cui ho appena fatto cenno deriva da un colossale equivoco in ordine all’esistenza del patto costituente, di quel “compromesso alto” tra forze politiche rappresentative di interessi contrapposti ma unite da un substrato di valori comuni, presupposto indispensabile per individuare (riprendendo le parole di Calamandrei e Zagrebelsky) il sistema di regole che i popoli si danno quando sono sobri, a valere per quando saranno ebbri.
            
Ora, un simile substrato di valori comuni – ravvisabile, con riferimento ai protagonisti dell’Assemblea costituente, nell’afflato libertario della Resistenza e della lotta al nazifascismo – non poteva evidentemente supportare il Patto del Nazareno: il popolo del centro-sinistra non può infatti condividere alcun valore con gli esponenti di un partito il cui leader indiscusso risulta – alla luce di quanto disposto dall’art. 54 della Carta Fondamentale, nella parte in cui impone ai titolari di pubbliche funzioni di adempiere le stesse con disciplina e onore – di fatto estraneo al sistema costituzionale vigente. Ma se una Costituzione figlia del Patto del Nazareno sarebbe stata qualificabile come “Costituzione inconcepibile”, una Carta generata da una mera “prova di forza” della maggioranza politica attuale semplicemente “non” sarebbe una Costituzione, non sussistendo quel “compromesso alto” in cui il patto costituzionale si concreta.
            
Chiamati a prendere atto della mancanza delle condizioni necessarie per rimettere mano alla Carta, i sostenitori del processo riformatore in atto si trincerano dietro la reiterazione del mantra: “voi non volete le riforme, ma le riforme ce le chiede l’Europa!”. Vale dunque la pena di chiedere: quali riforme l’Europa, nella sua dimensione di comunità democratica, chiede  all’Italia? Quali riforme sono davvero necessarie per riallineare il nostro Paese alle grandi democrazie occidentali? Forse, l’approvazione di una legge anti-corruzione, eterna promessa di una stagione di governo che fatica a trovare il suo zenit; forse, la riforma del reato di falso in bilancio, autentica voragine del nostro ordinamento penale; forse, una riforma del sistema universitario che, lungi dal recepire l’aberrante distinzione tra atenei di “serie A” e di “serie B”, offra una concreta prospettiva di crescita a quanti hanno deciso di impegnarsi nella ricerca scientifica.
            
Tutte proposte di riforma, quelle appena indicate, che presuppongono l’attuazione dei principi contenuti nella Carta Fondamentale, e che non ne impongono in alcun modo lo stravolgimento. Perché l’Europa, alla fine, questo ci chiede: di riconoscere l’attualità e la vitalità della nostra Costituzione, e non di fossilizzare il Paese nel vicolo cieco costituito dall’alternativa tra la Costituzione inconcepibile e la non – Costituzione.

Carlo Dore jr. 

sabato, gennaio 31, 2015

IL PROCESSO A LUSSU: STORIA DI UNA VELA, E DI UN GIUDICE A CAGLIARI

Testo della relazione tenuta in occasione dell'iniziativa "Emilio Lussu, combattente per la libertà", svoltasi a Cagliari il 31/1/2015


Parlare del processo ad Emilio Lussu, ripercorrere gli avvenimenti che precedettero la sua deportazione a Lipari, significa per me raccontare una storia: una storia di dolore e di giustizia, di eroismo e di viltà, di oppressione e di inestinguibile desiderio di libertà. Questa è la storia di un processo: ma soprattutto è la storia di una vela, e di un “giudice a Cagliari”.

La nostra storia comincia in una notte dell’autunno del 1926, in una Piazza Martiri gremita di camicie nere assetate di sangue: del sangue del Cavaliere dei Rossomori, del sangue di quel fiero soldato che proprio non si rassegnava a genuflettersi al fascio, del sangue di un uomo che non tremava mai: né di fronte alle pallottole austriache, né dinanzi all’assalto apportato alla sua casa da ben tre diverse colonne di manipoli. Un’esplosione, un grido ed il corpo di un giovane milite sull’asfalto bastarono a disperdere il furore delle squadre della morte: la piazza, piena fino a quel momento, si svuotò in un baleno; i fascisti non c’erano più. Ricomparvero solo mentre Lussu veniva tratto in catene, per reclamare il gesto eroico di un’esecuzione a sangue freddo.

A nulla valsero i richiami ai principi basici del diritto costituzionale e del diritto penale, alla norma che riconosce ad ogni individuo il diritto a difendersi: il Regime attendeva una condanna esemplare. La attendeva Mussolini, che si era appena intestato davanti al Mondo intero la responsabilità dell’assassinio di Matteotti; la attendeva il Conte Cao di San Marco, il vecchio amico di Lussu che ne aveva tradito la fiducia in cambio di un posto al sole del fascismo della seconda ora; la attendeva l’avvocato Pazzaglia, altro militante sardista convertitosi al fascismo dopo avere espresso l’intento di tagliarsi le vene pur di non indossare fez e orbace. Fu proprio lui a notificare in carcere al compagno di un tempo il provvedimento di radiazione dall’ordine forense, ad abbandonarlo ad un destino che sembrava segnato: “io sono vivo, tu morirai solo”.

Il Regime attendeva una condanna esemplare, ma c’era un Giudice a Cagliari: in base al codice di procedura penale allora vigente, la decisione sull’esito dell’istruzione spettava ad un collegio composto da tre magistrati (la c.d. Sezione d’accusa della Corte d’Appello). I consiglieri investiti del caso si manifestarono subito favorevoli al proscioglimento dell’illustre imputato. Le pressioni del Presidente della Corte d’Appello, insediatosi d’imperio nel collegio, valsero appena ad attenuare la portata della decisione: non assoluzione, ma eccesso di legittima difesa. Era comunque uno smacco per il prestigio di Mussolini, che ancora una volta non era riuscito a prevalere su quell’avversario emerso dall’inferno delle trincee: intervenne il Ministro Rocco, intervenne la Corte di Cassazione, per annullare la sentenza e disporre una nuova istruttoria.

Le trombe dei fascisti della prima e della seconda ora ripresero temporaneamente fiato: questa volta non potevano esserci sorprese, questa volta il rinvio a giudizio appariva scontato, e quel maledetto ardito sarebbe stato processato davanti al Tribunale di Chieti, da quegli stessi magistrati che avevano consegnato i loro nomi alla storia stringendo la mano insanguinata dei sicari di Matteotti. Le trombe dei fascisti ripresero fiato, ma Cagliari non era Chieti: a Cagliari c’era ancora un giudice capace di anteporre le ragioni del diritto all’arroganza del potere.

Arcangelo Marras, Decio Lobina, Antonio Manca Casu (i componenti della nuova Sezione d’accusa) si riunirono per scrivere la sentenza di sabato pomeriggio, nel silenzio del Tribunale reso deserto dalla giornata prefestiva. Quando, il lunedì seguente, il Regime tornò alla sua normale attività, la sentenza era cristallizzata dalla forza del giudicato: assoluzione con formula piena, l’omicidio del milite (la cui famiglia aveva dignitosamente rinunciato a costituirsi parte civile) era giustificato dalla scriminante della legittima difesa.

Il fascismo consumò la sua vendetta disponendo la deportazione di Lussu a Lipari: innocente, e per questo nemico dello Stato. Ma mentre il Cavaliere dei Rossomori veniva tradotto al porto, accompagnato dal mesto saluto di una città in stato d’assedio, ecco quella vela, attraversare veloce il golfo di Cagliari. Ecco quella vela, ed ecco quel grido, la cui intensità non è stata scalfita dall’incedere del tempo: “Viva Lussu! Viva la Sardegna!”.

La forza del diritto prevale sull’arroganza del potere, un inno alla libertà spezza il ferro di una catena: la storia del processo a Lussu è tutta qui. A distanza di quasi un secolo dai drammatici eventi che ho provato a raccontare, non ci è dato sapere a quale destino andò incontro il coraggioso timoniere di quella barca, né quale sorte attese i tre componenti della Sezione d’accusa della corte cagliaritana, che mi piace immaginare sorridenti, mentre depositano la loro sentenza in cancelleria. Sappiamo però che la storia del processo a Lussu finisce in qualche modo col saldarsi alla stretta attualità: in un’epoca in cui alcuni parlamentari sono arrivati ad occupare le scalinate di un Tribunale, paragonando i magistrati ai sicari delle BR, il ricordo di quel Giudice a Cagliari ribadisce la necessità di far prevalere sempre e comunque le ragioni del diritto sulle contingenti esigenze dei depositari del potere politico, di individuare ancora nel valore dell’autonomia e dell’indipendenza della Magistratura una vela bianca capace di resistere ai marosi di una politica debole. Debole nel riformare, ma ancor più debole nell’autoriformarsi.

Carlo Dore jr.

(cagliari.globalist.it)

lunedì, gennaio 05, 2015

DIARIO DI UN NOVENNATO TRISTE

Mentre scorrono le ultime battute del discorso con cui Napolitano ha annunciato le sue dimissioni da Capo dello Stato, si ha l’impressione di ripercorrere le tappe più importanti del lento declino a cui la Seconda Repubblica è andata incontro nel corso degli ultimi nove anni: un novennato, quello trascorso da Napolitano al Quirinale, contraddistinto dal graduale detrimento della qualità democratica delle istituzioni, dalla cristallizzazione delle larghe intese (consolidatesi anche in ragione dell’incapacità delle attuali forze di opposizione di abbandonare la sgangherata ridotta della protesta ad ogni costo, per aderire al progetto del “governo di cambiamento) come strumento “ordinario” di gestione del potere, dal radicale superamento del sistema di equilibri delineato dai Costituenti da parte di una classe politica che individua nella subordinazione al capo carismatico la propria esclusiva stella polare.
            
Sì, è stato un novennato triste quello in cui Napolitano si è trovato – in parte, suo malgrado – a svolgere le funzioni di regista e di primo attore; un novennato triste, nel quale solo la presenza sul colle di un rigoroso custode della Carta, di un partigiano della Costituzione, di un combattente alla Pertini avrebbe potuto porre un freno alla deriva egocratica imposta al Paese dall’apoteosi del berlusconismo. Ma del partigiano, del combattente, dell’uomo di resistenza Napolitano non ha mai avuto la vocazione, preferendo dotarsi di un diverso profilo. Ultimo erede della nobile tradizione migliorista, ha sempre privilegiato le larghe intese rispetto ai conflitti epocali: fin dai tempi dell’alternativa democratica, fin dal momento in cui la feroce polemica con Berlinguer sulla necessità di avviare un’interlocuzione a sinistra con il PSI di Carxi lo costrinse a rinunciare alla poltrona di capogruppo dei comunisti a Montecitorio.
            
Dialogo, riformismo, larghe intese. Napolitano è rimasto coerente con sé stesso durante il novennato triste: ha promulgato il Lodo Alfano senza muovere rilievi, malgrado i macroscopici profili di incostituzionalità che ne inficiavano il contenuto; ha ceduto al ricatto berlusconiano sul decreto salva-liste del febbraio 2010 (ennesimo prodotto scellerato di un legislatore sciatto e grossolano); ha offerto al Cavaliere l’onore delle armi delle dimissioni senza crisi di governo, risparmiandogli l’ordalia parlamentare cui sarebbe andato incontro all’indomani dello strappo consumato da Fini a Mirabello, prima che le provvidenziali truppe scilipotiche rispondessero “presente” all’estremo grido di dolore di Verdini e Dell’Utri.
            
Benedetta dall’insediamento del Governo Monti – unità di crisi chiamata a salvare le casse dello Stato dalla minaccia di un default imminente -, la stagione delle larghe intese ha finito col perpetrarsi nella legislatura in corso: il tradimento dei 101 ha di fatto costretto Napolitano a prorogare la sua permanenza al Quirinale, spegnendo al contempo le ultime polemiche conseguenti alla scelta del Presidente di attivare lo scudo del conflitto di attribuzione in confronto della Procura di Palermo per ottenere la distruzione delle intercettazioni relative alle sue conversazioni con Nicola Mancino, a sua volta coinvolto nelle indagini sulla trattativa tra istituzioni e Cosa Nostra. Come era prevedibile, quella riconferma ha avuto un costo: a Bersani non è stato consentito di sfidare in Parlamento il fronte grillino con la sua proposta del governo di cambiamento; si è giunti al Patto del Nazareno ed all’asse Renzi – Berlusconi passando per il sacrificio del Governo Letta, altra vittima illustre di cui è lastricato il sentiero delle riforme condivise.

Il resto è pura cronaca: tracciato il percorso che dovrà portare al superamento dell’impianto costituzionale vigente, l’ultimo dei miglioristi può finalmente occupare la sede a lui assegnata al piano nobile di Palazzo Gustiniani, accompagnato dal plauso unanime delle forze politiche impegnate nella costruzione della Terza Repubblica. Le battute conclusive del suo ultimo discorso alla Nazione lasciano però spazio all’eco di un dubbio, al tarlo di una riflessione scomoda destinata, per forza di cose, a condizionare le analisi di storici e politologi: forse, un partigiano della Costituzione, un rigoroso custode della Carta, un combattente alla Pertini avrebbe saputo limitare il detrimento della qualità della democrazia a cui l’Italia è andata incontro negli ultimi anni, a contenere la deriva egocratica delle istituzioni che ha scandito le tappe principali di quello che rimane un novennato triste.

Carlo Dore jr.

(cagliari.globalist.it) 

lunedì, ottobre 27, 2014

RENZI, SORU E QUELLA FORZA SENZ'ANIMA

Renato Soru completa la sua scalata alla segreteria del Partito Democratico della Sardegna proprio nel giorno in cui Renzi, rottamando definitivamente gli ultimi presidi di quel che resta della sinistra italiana, si pone come unico riferimento del Partito della Nazione, forte della benedizione di finanzieri, imprenditori rampanti, seguaci della prima ora e novizi folgorati sulla via della Leopolda.

Soru completa la sua scalata tra le ovazioni dei soliti fedelissimi e gli applausi dei nemici di un tempo, riposizionatisi sotto le insegne del neo-segretario ora per rinnovata convinzione, ora per assecondare insondabili logiche di realpolitik, ora in quanto spinti dal naturale spirito di sopravvivenza. Completa la scalata ad un partito ormai “pacificato”dal culto dell’Uomo solo al comando, costretto a trincerarsi dietro uno strano unanimismo di facciata, utile a coprire la mancanza di un progetto politico di ampio respiro.
            
Esiste un’evidente sintonia tra le dinamiche proprie della “comunità di destino” a cui l’ex Governatore ha di recente fatto riferimento, nel tentativo di teorizzare il superamento della dicotomia capitale-lavoro,  e le logiche ispiratrici degli ultimi capitoli dal Vangelo secondo Matteo: muore la cultura della sinistra del lavoro e per il lavoro; viene superata la concezione del partito inteso come centro di formazione della classe dirigente e come strumento di partecipazione dei cittadini alla vita politica del Paese; la stessa idea di democrazia parlamentare delineata dalla Carta Costituzionale si riduce al vuoto simulacro di un’epoca che non esiste più.
            
Le ragioni dell’impresa prevalgono sulle posizioni del sindacato, i finanzieri che dissertano sul superamento del diritto di sciopero meritano più attenzione delle rivendicazioni di una piazza che invoca diritti e tutele, il dissenso viene liquidato come l’estremo tentativo di reazione di un gruppo di potere ormai privato di ogni massa di manovra, il refrain del 41% si impone sui riferimenti ad una cultura politica radicata in un secolo di battaglie democratiche. Una dimensione perfetta per esaltare la vena plebiscitaria di Renzi, forte di un crescente consenso da brandire contro gufi e rottamati; una dimensione perfetta per assecondare la “comunità di destino” teorizzata da Soru, prototipo del self made man dichiaratosi da sempre estraneo ai polverosi riti della politica tradizionale.
            
Eppure, mentre si spegne l’eco degli ultimi applausi sparsi tra Cagliari e Firenze, sulla scalata dei vincitori continua a gravare il peso di un interrogativo inevaso, l’ombra di un dubbio irrisolto, il fantasma di un equivoco troppo a lungo ignorato. Privato di una cultura di riferimento, disconnesso sentimentalmente dal cuore pulsante del proprio popolo, ridotto ad una sovrastruttura “capace di parlare all’intero Paese” e “di raccogliere consensi a destra come a sinistra”, il nascente Partito della Nazione non rischia di crescere come una forza senz’anima, destinata, prima o poi, ad essere risucchiata da quello stesso vuoto ideologico di cui oggi intende alimentarsi?
       
Gli oplites della Leopolda si limitano ad un’indifferente scrollata di spalle: il Partito della Nazione si sostiene sul mito del 41%, il Partito della Nazione guarda solamente al futuro, al successo di Renzi, al carisma di Soru. Leader discussi e mai discutibili, in diretta empatia con il popolo delle primarie, antepongono la loro individualità di uomini soli al comando a culture e progetti politici. Fino a quando il venire meno di quell’empatia non ne appannerà l’immagine di eterni vincenti; fino a quando spirito di sopravvivenza ed insondabili logiche di realpolitik non ritrasformeranno i fedeli alleati di oggi negli scatenati oppositori di ieri. Fino a quando la realtà della crisi sociale in atto non li costringerà a confrontarsi con l’assenza di un riferimento culturale a cui guardare, di un progetto politico a cui ispirare la loro azione: per non essere risucchiati dal vuoto ideologico su cui hanno cercato di costruire la loro forza senz’anima.

Carlo Dore jr.

(cagliari.gobalist.it)

venerdì, ottobre 24, 2014

“IL MONDO DI BERLINGUER”: STORIA DI NANI E GIGANTI


(Introduzione al dibattito pubblico: "Il Mondo di Berlinguer - Dialogo sulla politica internazionale del '900" svoltosi a Cagliari il 24 ottobre 2014. Sono intervenuti Antonio Rubbi, Vindice Lecis e Luisa Sassu)


Noi siamo convinti che il mondo, anche questo terribile, intricato mondo di oggi può essere conosciuto, interpretato, trasformato, e messo al servizio delluomo, del suo benessere, della sua felicità. La lotta per questo obiettivo è una prova che può riempire degnamente una vita.
            
Dallinizio della militanza antifascista condotta tra le strade di Sassari e Roma fino alle ultime parole scagliate con disperata determinazione contro il cielo di Padova in quella maledetta notte di trentanni fa, la vita di Berlinguer si è risolta in un ostinato sforzo di comprensione delle dinamiche di un mondo in perenne evoluzione, nellincessante e pervicace tentativo di individuare la via per la costruzione di un mondo migliore.

Ecco, un mondo migliore: che mondo era quello di Enrico Berlinguer, figlio della borghesia sassaresse divenuto il riferimento costante dei comunisti italiani, democratico autentico destinato, suo malgrado, a combattere con un sistema paralizzato dagli opposti imperialismi, leader silenzioso e mai disposto a scivolare nella dimensione egocratica propria del capo carismatico?          Era un mondo terribile ed intricato, attraversato da muri e colonnelli, eroi e faccendieri, spie e uomini dello Stato, bombe e lacrime. Era il mondo in cui Jan Palak bruciava insieme alla primavera di Praga, ed in cui i militanti del PCI, che ancora non avevano del tutto metabolizzato il fantasma dellUngheria, cercavano un riferimento alternativo al mito della grande madre Russia,  una dimensione autonoma dal sistema di pesi e contrappesi partorito dal gelo di Jalta. 

Berlinguer vedeva lontano, ed aveva intuito la necessità di risolvere la complessità del mondo che lo circondava, elaborando unalternativa allo scontro tra capitalismo e sovietismo; Berlinguer vedeva lontano, e fu il protagonista di quellalternativa. Unalternativa fondata sullinterlocuzione con Carrillo e Marchais, diretta ad affrancare i principali partiti comunisti doccidente dallorbita del PCUS; sul socialismo dal volto umano, da praticare sotto lombrello della NATO; sul confronto continuo e costante con Willy Brandt ed Olof Palm, primo abbozzo di costruzione di un modello di sinistra europea; sullidea del compromesso storico, del fronte comune tra forze democratiche da contrapporre alla minaccia di una deriva autoritaria che avrebbe potuto trasformare Roma nella Santiago di Pinochet. 

Un PCI proiettato nella dimensione della sinistra europea, espressione di un socialismo democratico e (come tale) non allineato alle determinazioni del Cremlino, capace di superare la conventio ad excludendum e di accreditarsi quale credibile forza di cambiamento per il governo del Paese: il terribile, intricato mondo di Berlinguer iniziava a trovare una sua logica; la terza via tra capitalismo e rivoluzione era lo strumento adatto per rileggere le storture, i limiti, le contraddizioni della società europea al crepuscolo del XX secolo. 

Ma quel terribile, intricato mondo conservava equilibri che non dovevano essere superati, e i depositari di quegli equilibri spezzarono lincedere del sogno berlingueriano: il compromesso storico fu seppellito insieme al cadavere di Moro in quella Renault rossa in via Caetani, nelle tenebre della più oscura tra le notti di questa disgraziata Repubblica; e lo strappo da Mosca non fu sufficiente ad integrare i comunisti italiani nella galassia delle forze progressiste europee. La morte del Segretario, in definitiva, arrivò troppo presto, talmente presto da impedirgli di replicare allaccusa di avere trascinato il PCI in mezzo al guado: né al governo né allopposizione, né con la socialdemocrazia né con gli eredi di quel che restava della Rivoluzione dOttobre. 

Eppure, anche a trentanni di distanza dallultima chiamata alla mobilitazione casa per casa, sezione per sezione, nel bel mezzo di unepoca caratterizzata da diseguaglianze sempre crescenti, in cui le fredde regole delleconomia e della finanza prevalgono sulla componente solidale di una politica disumanizzata proprio perché percepita come lontana dalle istanze provenienti dai settori più vulnerabili della società contemporanea, il tentativo di Berlinguer di individuare una terza via per costruire un mondo diverso riemerge in tutta la sua dirompente attualitàAffrancandoci per un attimo dalla dimensione di una politica post-ideologica, tutta concentrata sulla banale esaltazione delluomo solo al comando, il ricordo del Segretario continua infatti ad offrirci un punto di vista privilegiato per comprendere ed interpretare il terribile, intricato mondo in cui ci troviamo a vivere: un punto di vista che oggi cercheremo di sfruttare nel migliore dei modi, come dei nani a cui è concesso, per una volta, di salire sulle spalle di un gigante.

Carlo Dore jr.

giovedì, settembre 04, 2014

RENZI E I SEPOLCRI IMBIANCATI

Alcuni dei commentatori che hanno esaminato la prima fase della “svolta buona” che il Governo presieduto da Matteo Renzi avrebbe imposto alla politica italiana sono concordi nell’individuare nella forte carica di “novità” insista nel modus operandi del giovane premier il tratto distintivo della transizione verso la Terza Repubblica: novità nei protagonisti (con i quarantenni finalmente installatisi nella stanza dei bottoni), novità del linguaggio (con gli hastag che prevalgono sul politichese), novità nei processi decisionali (basta con i caminetti: si consolida il “patto di ferro” tra leader e popolo). Insomma: la generazione-Renzi costituirebbe la risposta all’istanza di rinnovamento più volte formulata dai militanti dell’area democratica, il tanto atteso elemento di rottura rispetto alle dinamiche perpetrate da una classe dirigente responsabile dei fallimenti dell’Ulivo e dell’Unione, la ventata di freschezza che spazza la polvere sedimentatasi sui sepolcri imbiancati della sinistra italiana.

Ad una più attenta analisi, tuttavia, siffatta carica di rinnovamento perde gran parte dell’incisività mutuata da slides e battute da seconda serata, per esaurirsi più in un banale cambio di corsia che in un’autentica inversione del senso di marcia. L’ascesa dei fedelissimi del Capo ai quartieri nobili di Palazzo Chigi, la semplificazione della comunicazione istituzionale –(con gufi, rosiconi, professoroni e frenatori individuati quali nuovi nemici della Patria, in luogo di toghe rosse, sindacalisti e giornalisti militanti), la concezione della dialettica politica come un referendum permanente sulla figura del leader, lungi dal costituire i capisaldi di una radicale rivoluzione culturale, rappresentano la semplice riproposizione in salsa new age degli schemi di esercizio del potere già collaudati nel corso del ventennio berlusconiano, il pervicace eterno ritorno dei fantasmi di un passato che codici e sentenze sembravano avere, una volta per sempre, consegnato ai libri di storia.
            
Ma vi è di più: la retorica della rottamazione non basta a coprire i molteplici punti di contatto tra la generazione – Renzi e quella classe dirigente che il premier-segretario ha più volte dichiarato di voler superare: Renzi non viene dalla luna, Renzi non è l’homo civicus che manda in pensione i boiardi della vecchia politica, il “papa straniero” che abbatte a colpi di tweet le antiquate liturgie partitocratiche, l’innovatore che si eleva al di sopra dei sepolcri imbiancati della sinistra italiana. No, Renzi è la logica conclusione della sequenza di eventi che ha condotto alla lenta eutanasia della sinistra italiana, il naturale prodotto delle determinazioni politicamente improvvide assunte da alcuni eredi del PCI dalla Bolognina in poi.
            
E’ il prodotto del costante allontanamento dei vertici dei partiti dalle esigenze del mondo del lavoro e dalle battaglie intraprese dal sindacato, derivante dalla tendenza a descrivere il graduale detrimento di diritti e tutele come un inevitabile portato della modernità. E’ il prodotto della frettolosa archiviazione della concezione berlingueriana della “diversità”, e della accettazione delle larghe intese come fisiologia estrinsecazione delle dinamiche democratiche. E’il prodotto della scelta di accantonare la tradizionale forma di partito per abbracciare il modello del partito leggero e di fatto identificabile solo tramite l’icona del leader, scelta che Bersani ha osteggiato a tal punto da sacrificare segreteria e premiership, nella missione impossibile di riempire con un anima sociale il vuoto ideologico del gazebo veltroniano. Ma soprattutto, Renzi è il prodotto delle mille concessioni accordate dai progressisti a settori sempre meno nobili del moderatismo, della disponibilità della sinistra a rinunciare all’essenza stessa della propria identità culturale per conquistare nuovi spazi di consenso, per assicurarsi quella legittimazione democratica che la Storia stessa le aveva già ampiamente riconosciuto.
            
No, Renzi non viene dalla luna, e la retorica della rottamazione non impedisce di individuare il filo rosso che unisce la Leopolda alla Bolognina, lungo il percorso segnato dalla polvere che grava sui sepolcri imbiancati di quel che resta della sinistra italiana.

Carlo Dore jr.

(cagliari.globalist.it)

mercoledì, agosto 06, 2014

IL PARADOSSO DELLA TESSERA STRAPPATA

“Domani mi iscrivo al PD per poter stracciare la tessera”. Le parole twittate da Gherardo Colombo costituivano l’ideale cassa di risonanza del ruggito della folla inferocita, riversatasi in Piazza Montecitorio nei giorni dell’elezione del Presidente della Repubblica: per rimproverare a Bersani il tentativo di condividere con le opposizioni il nome del futuro inquilino del Colle, per manifestare indignazione e sdegno verso quella che veniva percepita come un’altra resa senza condizioni ai diktat della destra berlusconiana.
Anche a distanza di un anno da quelle folli giornate, non abbiamo dimenticato le piazze piene e le tessere del PD bruciate davanti alle telecamere, non abbiamo dimenticato le riunioni da EatItaly e le marcette degli occupy-PD, non abbiamo dimenticato i 101 a volto coperto e l’inferno del Capranica. Non abbiamo dimenticato l’indignazione scatenata ad arte su una materia che, per assurdo paradosso, la stessa Carta Costituzionale rende necessariamente oggetto di trattativa e condivisione tra le varie forze presenti in Parlamento.
“Domani mi iscrivo al PD per poter stracciare la tessera”: le parole di Colombo non possono non tornare alla memoria oggi, mentre un accordo perfezionatosi al chiuso di una segreteria minaccia di stravolgere gli equilibri dell’ordinamento costituzionale, mentre una trattativa anomala potrebbe elevare Berlusconi dal fango dei servizi sociali all’empireo dei padri costituenti. Dove sono ora i protagonisti di quella protesta? Dove sono ora, che davvero si riscontrano ragioni valide per strappare la tessera del PD?
La domanda è destinata a rimanere drammaticamente inevasa: perduta nel silenzio di una piazza vuota, obliterata dall’unanimismo imposto dalla trasformazione dei rottamatori in grigie sentinelle dello status quo, schiacciata dalle dinamiche schizofreniche e grossolane della “politica del fare”.
Le poche voci critiche rispetto ai capisaldi del Patto del Nazareno sono destinate a soccombere alla ridda di invettive contro gufi professori, gufi brontoloni e gufi indovini ed altre categorie ornitologiche inventate al solo scopo di appagare le pulsioni revansciste del piemier-segretario: viene riconosciuta l’importanza della presenza di Berlusconi al tavolo delle riforme, il dialogo tra Verdini e Guerrini assicura all’ex Cavaliere quel ruolo di primo piano che gli era stato sottratto da codici ed ermellini.
Le rassicurazioni sparate da Renzi a mezzo stampa assumono l’incidenza del più innocuo tra i temporali estivi: i democratici non intendono negare la centralità politica al fondatore della nascente Terza Repubblica, non possono non riconoscere la legittimazione di colui il quale viene quotidianamente indicato come l’interlocutore privilegiato del processo riformatore in atto. Sì, Berlusconi è di nuovo al centro della scena, impegnato direttamente nel superamento di quella Carta costituzionale da sempre percepita come un arcaico rigurgito di cultura filosovietica, nell’attuazione di una forma di governo in grado di esaltare le virtù salvifiche dell’uomo solo al comando.
E’ troppo. Dovrebbe essere troppo, per quella fetta di Paese che, nell’arco di un ventennio, del berlusconismo ha sempre avversato la vena egocratica, scollacciata e nemmeno tanto vagamente autoritaria. Adesso sarebbe lecito attendere una reazione: piazze piene, militanti inferociti, sedi occupate, tessere del PD bruciate a beneficio delle telecamere, minoranze interne pronte a sfiduciare la segreteria in carica. Invece, solo silenzio: tacciono i rottamatori di ieri, scientificamente insediatisi nelle odiate stanze dei bottoni; tacciono gli occupy-PD, dispersi nell’attuazione del tanto auspicato ricambi generazionale; tacciono i contestatori del Capranica, preoccupati di non pregiudicare il rinnovamento della politica finalmente in atto.
“Domani mi iscrivo al PD per poter stracciare la tessera”. Il tweet di Gherardo Colombo assume oggi un significato vagamente paradossale: l’indignazione scatenata contro un dialogo previsto dalla Costituzione viene meno dinanzi alla prospettiva di un patto volto a sabotare gli assetti delineati Carta. E’ il paradosso destinato a contrassegnare il DNA della Terza Repubblica: il paradosso della tessera strappata.

Carlo Dore jr.

(cagliari.globalist.it)

venerdì, luglio 11, 2014

GRAZIE, NO.

"Piaccia o meno a quelli che vogliono frenare, noi porteremo a casa il risultato. Faremo le riforme perché è giusto che l’Italia torni ad essere leader: non lasceremo l’Italia a chi dice solo no. Le parole di Renzi mettono il sigillo sul percorso di riforma della Carta Fondamentale nel quale il segretario del PD ha investito gran parte della sua leadership: il “patto del Nazareno” sembra destinato a reggere, un Berlusconi politicamente esangue e assediato da conti in rosso, aziende da salvare, servizi sociali da scontare e nuove condanne da schivare non può permettersi di abdicare dal ruolo di padre costituente che il Presidente del Consiglio gli ha inaspettatamente riconosciuto. Sì, il “patto del Nazareno” è destinato a reggere: alla faccia di gufi, rosiconi, frenatori e sabotatori vari ed eventuali. Alla faccia di chi sa solo dire “no”.

Epigono conclamato dei fautori di quel leaderismo plebiscitario che ha scandito il declino della Seconda Repubblica, il giovane premier affronta a petto in fuori dubbi, quesiti, giornalisti ed oppositori interni: trasformando la discussione politica in un continuo referendum sulla sua persona, rinnovando la visione di un Paese diviso tra guelfi e ghibellini, o meglio – secondo i neologismi propri del vangelo secondo Matteo – tra innovatori e frenatori. O con il rinnovamento, o con i sabotatori; o con Renzi, o rosicone. 

Eppure, anche dinanzi alla manifestazione di muscoli che quotidianamente si dipana tra Palazzo Chigi e Ponte Assieve, c’è ancora qualcuno che proprio non vuole rinunciare alla fastidiosa abitudine di porre domande, di interrogarsi sulle ragioni ispiratrici di una riforma destinata (nei fatti) a sconvolgere gli equilibri dell’ordinamento democratico, di determinare l’incidenza che questa riforma potrà assumere sul nostro sistema costituzionale. E di opporre, se del caso, agli aut-aut del Presidente del Consiglio una risposta tanto semplice quanto potenzialmente eversiva, alla luce del clima politico generale: grazie, no.
            
Sono tanti, i nemici nel mirino del premier: non tutti espressione dei “poteri forti” che lucrano sulla conservazione di privilegi e rendite di posizione; non tutti guelfi decisi a sabotare il percorso intrapreso dai ghibellini del cambiamento; non tutti rosiconi di professione che si ostinano a non voler cambiare verso.

Ci sono i tanti democratici autentici che, dopo essersi mobilitati per anni a difesa delle istituzioni di garanzia messe sotto attacco dallo strapotere berlusconiano, non sono disposti ad accettare il perpetrarsi della logica dell’Uomo solo al comando; ci sono gli ultimi esponenti di una sinistra orgogliosa della propria identità e del proprio sistema di valori, che non vogliono barattare le conquiste ottenute in mezzo secolo di battaglie civili con uno strapuntino sul carro del vincitore; e ci sono soprattutto coloro i quali, dopo avere ribadito nel referendum del 2006 l’attualità dell’impianto della Carta Fondamentale, non possono assecondarne passivamente lo stravolgimento.

Frenatori, rosiconi, gufi: le invettive di Renzi sono destinate a scivolare via, come pioggia sull’asfalto. Ad un patto costituente che di fatto assicura la sopravvivenza (forse, prima personale che politica) al Cavaliere decaduto; all’ipotesi di un Senato ridotto alla pletorica funzione di tribuna di rappresentanti delle varie realtà locali; alla prospettiva di un sistema che – tra premi di maggioranza, liste bloccate, fiducia monocamerale, potere del premier di nomina e revoca dei ministri – in pratica consegna al leader del partito di maggioranza il monopolio esclusivo delle istituzioni si può opporre soltanto quella semplice risposta, in controtendenza rispetto al verso che cambia: grazie, no.
Carlo Dore jr.

Cagliari.globalist.it

domenica, giugno 08, 2014

BERLINGUER ERA UN’ALTRA COSA

Berlinguer era un’altra cosa”. Lo penso sfogliando le pagine di un libro ingiallite dal tempo che passa, scorrendo le foto in bianco e nero che ancora ripropongono i frammenti di una stagione mai conclusa, le lacrime e i rimpianti per ciò che poteva essere e non è stato.
            
Berlinguer era un’altra cosa”. Lo dice un sorriso regalato dal balcone di Botteghe Oscure la sera della vittoria del 1975, la sera in cui un popolo intero sentiva che davvero la Storia stava per cambiare verso, la sera in cui la sinistra italiana bussava per la prima volta ai portoni dei palazzi del potere. Ci credeva, quel popolo, al modello del socialismo da far crescere nel cuore della Nato, all’eurocomunismo come risposta a blocchi e muri. Sì, ci credeva, quel povero popolo: alla stretta di mano con Moro ed al dialogo tra masse operaie e masse cattoliche, al Compromesso storico ed alla dialettica democratica come strade da perseguire per superare i limiti di una democrazia che Jalta aveva voluto imperfetta.

Berlinguer era un’altra cosa”. Lo sussurra il profilo pallido di un uomo solo nella bufera, sommerso dalle invettive dei craxiani inferociti durante il congresso di Verona: colpevole di avere intuito per primo il funzionamento delle logiche perverse che governavano determinati sistemi di potere, di avere opposto la barriera della questione al dilagare di quella stessa corruzione istituzionalizzata destinata a radicarsi ulteriormente all’ombra della Milano da bere.

Berlinguer era un’altra cosa”. Lo conferma l’applauso scagliato contro il cielo di Padova da una piazza piena di gente, costretta ad accompagnare le ultime parole di un leader morente, condannata, in quella maledetta notte di trent’anni fa, a tramandare all’infinito il suo testamento politico ed intellettuale: casa per casa, strada per strada, fabbrica per fabbrica, sezione per sezione. Lo gridano le parole spezzate di Sandro Pertini, in ginocchio davanti alla bara scura: lo gridano per rendere omaggio a quello che era prima di tutto “un amico fraterno, un figlio, un compagno di lotta”.

Berlinguer era un’altra cosa”. Il mio pensiero attraversa anni e storie, per poi perdersi in una piazza vuota, occupata solo dal frastuono assordante delle invettive vomitate sulla rete da uno sgangherato comico da strada, degli slogan ripetuti ossessivamente dai boy scout de “la musica è cambiata”, delle barzellette sempre più stanche di un vecchio venditore di sogni che ancora non vuole smontare il suo polveroso circo di menzogne e miliardi.

Berlinguer era un’altra cosa”. Lo ripeto, nella solitudine di questa piazza vuota. Lo ripeto a beneficio dei tanti che, come me, proprio non si riconoscono negli stereotipi della politica 2.0., e che ancora cavalcano i miti della partecipazione, della tutela dei valori costituzionali, delle grandi battaglie democratiche, delle idee che infiammavano piazze e cuori per non consegnarsi senza colpo ferile alla dimensione dell’Uomo solo al comando.

A noi, e solo a noi, rimane la forza di un ricordo lungo trent’anni, fissato tra pagine ingiallite e foto in bianco e nero: ci restano i frammenti di quella stagione mai conclusa, ci restano le lacrime per quello che potevamo essere e non siamo stati. Ci rimane l’immagine di un sorriso in una notte di vittoria, che allenta per un istante la solitudine di quella piazza vuota.

Ci rimane la consapevolezza di aver creduto in un sogno, e l’orgoglio di avere fatto bene a crederci. Perché Berlinguer era un’altra cosa.

Carlo Dore jr.

mercoledì, aprile 23, 2014

L'ESERCITO DEI MORTI

L’esercito dei morti sfilerà per le strade d’Italia come ogni 25 aprile, più forte di ogni tentativo di revisione, più forte di ogni operazione diretta a creare una memoria condivisa attraverso la promiscua sovrapposizione di vittime e carnefici, più forte di ogni colpo di spugna presentato come programma di pacificazione nazionale. L’esercito dei morti sfilerà ancora, con il suo insieme di bandiere, canzoni, storie e ricordi: sfileranno le immagini di Pertini e di Gramsci, di Lussu e Gobetti, dei fratelli Cervi e di Giaime Pintor; sfileranno di nuovo, lungo i grandi viali della storia: per ricordarci da dove veniamo, per ribadire ancora una volta come lo sguardo rivolto al futuro non può che risultare alterato dalla falsa rappresentazione del passato più o meno recente.
L’esercito dei morti sfilerà per noi, che saremo per le strade come ogni 25 aprile: per entusiasmarci ancora, con le bandiere e la Costituzione in mano; per entusiasmarci ancora, con il dolcissimo sapore che lasciano le note di “Bella ciao” intonate in punta di labbra. Sì, ci entusiasmeremo ancora, riappropriandoci della nostra dimensione di democratici autentici, figlia legittima di una storia che non vogliamo né rivedere, né dimenticare. Ci entusiasmeremo ancora, ma guarderemo quelle strade, e forse scopriremo di essere sempre in meno ad accompagnare l’incedere dell’esercito dei morti. Cercheremo i compagni di un tempo, quelli che sfilavano con noi quando il 25 aprile davvero riempiva piazze e cuori. Li cercheremo, e finiremo col chiederci: dove sono, ora? Dove sono, tutti quanti?
La risposta risuonerà come uno schiaffo, attraverso un manifesto flagellato dal primo sole della festa d’aprile, attraverso le pagine di un blog, o attraverso le parole affidate alle copertine dei TG: la risposta si tradurrà nel sorriso accativante di un giovane dal ciuffo ribelle, o negli occhi spiritati di un giullare prestato alla politica, che promette epurazioni di massa e che invoca la versione 2.0. della Marcia su Roma. Ecco dove sono finiti, i compagni di un tempo: inghiottititi dal culto dell’Uomo forte, risucchiati nel buco nero di un post-ideologismo che sacrifica ora sull’altare del rinnovamento sempre e comunque, ora su quello della protesta ad ogni costo le grandi passioni, gli slanci intellettuali, le radici culturali che da sempre animano i progetti politici di ampio respiro.
Le differenze si obliterano in ragione delle “nuove esigenze della società che cambia”, la fidelizzazione al capo politico travolge in un battito di ciglia il “metodo democratico” che dovrebbe contraddistinguere il funzionamento dei partiti dell’arco costituzionale, la stessa Carta Fondamentale – principale prodotto della lotta di liberazione -  rischia di essere “rottamata” dai protagonisti della nuova modernità. E la rivendicazione dei grandi ideali, il senso di appartenenza ad una storia comune, la necessaria ed irrinunciabile pratica del “vizio della memoria” vengono degradati a vuote astrazioni da professoroni alteri, a oziosa litania celebrativa dell’esercito dei morti.
Guarderemo quelle strade sempre meno affollate, allora: e non potremo non sentirci un po’ più soli, smarriti nel bel mezzo di questa maledetta epoca sbagliata. Guarderemo quelle strade, svuotate da comici rivoluzionari e da giovani depositari delle chiavi del futuro, ma forse la nostra solitudine troverà un minimo di conforto nella celebrazione dell’esercito dei morti: il buco nero del post-ideologismo non ci ha inghiottiti, abbiamo un ricordo da celebrare, abbiamo una storia da raccontare, abbiamo dei progetti da spendere in faccia ai diktat dell’Uomo forte. Perché l’esercito dei morti continua a sfilare per i viali della Storia, perché il pensiero e l’esempio dei Pertini, dei Gramsci, dei Lussu e dei Cervi risulta ancora più vivo e vitale dei tweet sparati sulla rete degli attori che calcano la scena della politica attuale. E perché noi siamo ancora in strada, ad entusiasmarci per il passaggio dell’esercito dei morti, e ad accompagnarne l’incedere gridando: “ora e sempre, resistenza”.

Carlo Dore jr.

(cagliari.globalist.it)